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Il sapere di dover morire

· Una riflessione sul mistero della coscienza umana ·

Tutti i viventi, umani e non umani, muoiono. Ma solo gli umani, sostiene Borges, sono mortali. Il motivo? Siamo gli unici ad avere consapevolezza della nostra morte. Ciò che ci rende mortali non è la morte ma il sapere di dovere morire. Religioni e riti hanno qui la loro matrice naturale. Inevitabilmente, tutti — credenti e non credenti, teologi e scienziati, colti e incolti — ci interroghiamo sulla morte. Sull’argomento è da poco in libreria il libro di un non credente militante, Edoardo Boncinelli. Il titolo è già un programma, Io e Lei. Oltre la vita (Parma, Ugo Guanda Editore, 2017, pagine 192, euro 14). Lei è la morte.

Caspar David Friedrich «Viandante sul mare di nebbia» (1818)

Della morte è impossibile non parlare. A quanti volessero sull’argomento tacere si potrebbe applicare la definizione che Agostino dà di coloro che esibiscono il loro silenzio su Dio: sono loquaces muti ossia muti che parlano o, meglio, straparlano (Confessiones, i, 4, 4). Dio e la morte sono aspetti connessi dell’esistenza umana. È impossibile separarli dalle parole con cui li pensiamo. Tutto possono essere salvo che ineffabili. È sempre Agostino che lo fa notare: «Di Dio non si può nemmeno dire che è ineffabile, perché dicendo questo se ne dice qualcosa. Ne vien fuori una sorta di contraddizione in termini (pugna verborum), perché se ineffabile è ciò che non può essere detto, allora non è ineffabile ciò di cui si può almeno dire che è ineffabile» (De doctrina christiana 1, 6, 6).

Di Dio, oltre che della morte, parla per l’appunto Boncinelli. Ne parla da scienziato non credente convinto che una teoria, una qualsiasi teoria, è credibile solo se poggia su dati sperimentali certi. Forte di questo assioma nelle prime pagine scrive questa dichiarazione: «La mia propria coscienza individuale non potrà mai confrontarsi con la mia morte, perché la morte non le appartiene, non è nel suo campo esperienziale». E le quasi duecento pagine del libro che cosa sono se non un serrato confronto con la propria morte?

Il libro è una continua, e forse involontaria, confutazione dell’assioma scientista sopra enunciato. Potrebbe essere letto come la prova sperimentale che alla domanda sul senso della morte nessun esperimento empirico di laboratorio o ragionamento scientifico è in grado di dare una risposta sensata. Boncinelli è uno scienziato-filosofo che non ama barare. La contraddizione non solo non la nasconde ma la esibisce anche se con disappunto e dispiacere. «Se la vita ha un senso non è certamente la scienza che lo può indicare». Non ha problema a usare la parola mistero. La morte gli appare, già fin dalla premessa, come «il mistero di tutti i misteri: la contemplata limitatezza dell’esserci».

Entriamo nell’intelaiatura argomentativa del libro. Il primo capitolo (Le consolazioni della religione) è una critica serrata, dal punto di vista del metodo scientifico, delle spiegazioni che della morte e di Dio danno le religioni: «Le pseudoscienze, come la religione, sono tutte basate su eventi unici e irriproducibili». In maniera diversa procede la scienza.

Segue un secondo capitolo (Le risorse della scienza) in cui il biologo Boncinelli, dopo aver spiegato in che cosa il procedimento scientifico si differenzia dalle costruzioni religiose, espone ciò che la biologia moderna ci dice su principi e regole che governano i processi vitali. La morte vi è debolmente presente.

Nel terzo e ultimo capitolo ci si aspetterebbe la risposta scientifica al problema. Si presenta invece con un titolo sorprendente: L’autentico mistero dell’universo.

Il mistero è ciò che, secondo Borges, ci rende mortali: la coscienza. «Io sono uno scienziato, ho amato la scienza per tutta la vita, ma devo ammettere che non riesco a collocare la coscienza in questo mondo spiegabile, per quanto abbia cercato di darmene conto per decenni. La coscienza è l’unico, autentico, grande mistero dell’universo».

Non è l’unica ammissione di impotenza cognitiva da parte dello scienziato Boncinelli. «Nella scienza, anche modernissima, non c’è spazio per l’io o, meglio, per il mio io, perché per quello degli altri, qualunque cosa ciò voglia dire, ce n’è a profusione. (…) È per il mio io di questo istante che non c’è proprio posto nel mio ordinato universo di conoscenze! Anche se per me questa è la cosa più importante del mondo, l’unica per la quale vivo e quella che si interroga in continuazione aspettando risposte. È d’altronde anche questa la parte che ha paura di morire, che ha paura di interrompere un dialogo e una ricerca» (p. 179). Già nel primo capitolo, a conclusione delle critiche delle risposte consolatorie delle religioni al problema della vita e della morte il fallimento conoscitivo della scienza era stato dichiarato a chiare lettere: «È la comparsa della mia consapevolezza di esserci e la conquista della mia identità il vero problema, il vero mistero, al quale per ora, al di là delle chiacchiere, non ha mai messo mano nessuno, né si può prevedere quando lo farà».

di Franco Lo Piparo

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25 settembre 2017

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