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​Il santo degli epilettici

Catacombe di san Valentino, gallerie cimiteriali con sarcofagi monumentali (iv secolo)

Celebrato in tutto il mondo e sconosciuto anche ai suoi devoti: è il singolare paradosso di Valentino, il santo più invocato e al tempo stesso quello più misterioso. Venerato sia dai cattolici che dagli ortodossi e dagli anglicani come martire, taumaturgo e in qualche caso protettore degli animali, degli agrumeti e persino degli epilettici, come laicissimo protettore degli innamorati ha ispirato poesie, canzoni, tradizioni folkloristiche, cartoline, cicli pittorici, festival e milioni di lettere d’amore. La maggior parte delle notizie che abbiamo su di lui — dall’elezione a vescovo a soli ventisette anni alla morte a novantotto, fino all’abitudine di regalare rose ai fidanzati — sono tramandate da racconti nati dopo il XVII secolo, mentre la testimonianza più antica è contenuta nel Martirologio geronimiano: una sorta di calendario della Chiesa universale attribuito a san Girolamo e compilato tra il 431 e il 450. Tutto ciò che riporta è la memoria del giorno 14 febbraio presso la comunità cristiana di Terni, con la dicitura: Interamne in Flamminia natale Valentini. Quel che è certo, però, è che il culto di san Valentino a Terni è antichissimo: sulla sua tomba già nel IV secolo era stata costruita una chiesa, distrutta dai Goti nel VI e ricostruita nel VII secolo. Distrutta ancora dagli Ungari, poi dai Normanni e infine dai Saraceni, la basilica viene ricostruita ancora una volta e affidata ai monaci benedettini. Poi viene abbandonata a un progressivo degrado fino a quando, nel 1605 (significativamente, appena tre anni dopo la citazione del santo nell’Amleto di Shakespeare) il vescovo Giovanni Antonio Onorati, discepolo di Cesare Baronio, promuove una campagna di scavi per riportare alla luce la tomba di san Valentino e ordina la costruzione di una nuova basilica affidata poi ai frati carmelitani.
Nel frattempo, un secolo dopo la prima citazione di Valentino nel Martirologio, nella Passione di Maris, Marta, Audiface e Abacuc viene citato un santo chiamato Valentino, prete di Roma, che guarisce dalla cecità la figlia del principe Asterio e battezza lei, il padre e tutti i membri della famiglia, trovando la morte il 14 febbraio sulla via Flaminia, durante l’impero di Claudio II, e cioè tra il 268 e il 270. Il martire viene sepolto sopra a quella che diventerà poi la Catacomba di san Valentino, al secondo miglio della via Flaminia. Sulla tomba Papa Giulio I farà edificare anche la basilica di San Valentino, che verrà ampliata nel corso dei secoli e arricchita di un monastero benedettino. La tomba, tuttavia, verrà traslata nel IX secolo nella basilica di Santa Prassede, e chiesa e cimitero saranno progressivamente abbandonati per tornare alla luce nell’Ottocento ed essere distrutti da un alluvione nel 1986. Il testo più importante riguardo alla vita di san Valentino arriva invece intorno al 725 ed è la Passio Sancti Valentini, che racconta la storia di tre giovani ateniesi che studiano a Roma la lingua latina presso l’oratore Cratone. Il figlio di Cratone ha una gravissima malattia fisica, e un amico gli riferisce che un morbo simile aveva colpito anche suo fratello, guarito dopo essersi recato da un certo Valentino, cittadino e vescovo di Terni. Giunto a Roma, Valentino guarisce il ragazzo e converte al cristianesimo Cratone e tutti i suoi allievi, tra i quali figura anche il figlio del prefetto di Roma Furioso Placido, che fa decapitare Valentino il 14 febbraio al 68° miglio della via Flaminia. Il corpo viene recuperato dai tre e sepolto in un cimitero fuori le mura di Terni, dove sorgerà poco dopo la basilica a lui intitolata. La doppia tomba — quella romana e quella ternana — dà origine a un duplice culto e a un dibattito sulla reale identità del santo mai risolto definitivamente. Gli storici hanno formulato ipotesi diverse per risolvere l’enigma. Tra le molte teorie elaborate quella più comunemente accettata ritiene che si tratti dello stesso personaggio il cui culto si è sviluppato in modo diverso nelle due città alle quali il santo si era, per qualche motivo, legato. Valentino sarebbe stato dunque un prete romano divenuto vescovo di Terni oppure un prete ternano martirizzato a Roma. Più recentemente Edoardo D’Angelo ed Emore Paoli, analizzando il testo della Passio e comparandolo con documenti storici, hanno ipotizzato uno spostamento della data di morte del vescovo di Terni di almeno di un secolo, intorno al 346.
In conclusione, senza dubbio, di san Valentino morto il 14 febbraio ce ne è stato uno solo, e ha avuto a che fare tanto con Terni quanto con Roma. Ma ricostruirne con certezza l’identità è quasi impossibile, tanto più che a creare maggior confusione è l’ampia diffusione del nome Valentino tra la tarda antichità e l’alto medioevo. Basti pensare che Valentino è anche il nome di un eretico contro cui Tertulliano (contemporaneo del santo ternano) scrive un libro, di altri cinque martiri tutti morti nel 305 — di cui due a Ravenna! — e pure celebrati in giorni, di un altro martire, vescovo di Genova ucciso nel 325 e celebrato il 2 maggio, di un altro vescovo in Germania, di un altro ancora il cui teschio è custodito nella basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma. Ci sono poi almeno altri cinque santi con questo nome, tra martiri e vescovi vissuti tra il IV e il XVIII secolo e un papa — il centesimo della storia della Chiesa — che ha regnato tra l’800 e l’827.
Quanto alle leggende, si formano negli ambienti e nelle epoche più disparate: quella che lo vuole appartenente a una famiglia aristocratica ternana nasce quando, a metà del Seicento, Valentino diventa il vessillo della nobiltà laica contrapposto a sant’Anastasio, patrono della Diocesi sostenuto dalla Curia; quella secondo cui avrebbe donato una rosa a una coppia di fidanzati che litigavano riconciliandoli viene creata in Inghilterra nel Seicento, mentre la tragica vicenda dell’amore tra il soldato pagano Sabino e la cristiana Serapia ostacolato dalle famiglie e benedetto dal vescovo nasce nel Novecento, dopo il ritrovamento di due scheletri abbracciati nella necropoli delle acciaierie di Terni.
Molto complessa è la genesi del giorno di San Valentino come festa degli innamorati: la tradizione vuole che il 14 febbraio dell’anno 496 Papa Gelasio abbia celebrato una messa per tutte le coppie di fidanzati di Roma che si sarebbero sposate entro l’anno.
In realtà quella della sostituzione della festa pagana dei Lupercali con quella cristiana di san Valentino non è altro che una leggenda nella leggenda: Gelasio ha effettivamente abolito i Lupercali (festività dedicata alla fertilità) ma la cerimonia descritta nel racconto — detta Festa dalla promessa — in realtà è stata introdotta negli anni ’90 nella basilica ternana ed è effettivamente approdata in Vaticano solo il 14 febbraio 2014, quando il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia Vincenzo Paglia, ex vescovo di Terni, ha organizzato in piazza San Pietro l’incontro dei fidanzati con Papa Francesco.
Il primo ad associare il giorno di san Valentino con l’amore romantico è invece nel XIV secolo Geoffrey Chaucer che cita la festa di san Valentino come giorno dell’accoppiamento degli uccelli in Il parlamento degli uccelli, Complaint of Mars e in Complaynt d’Amours. Attenzione però: l’accoppiamento degli uccelli avviene in primavera, e non certo in pieno inverno e il san Valentino a cui Chaucer si riferisce non è quello di Terni ma il vescovo di Genova, la cui solennità viene celebrata il 2 maggio.
È John Clanwowe, morto nel 1391, il primo a spostare la festa al 14 febbraio mentre al 1415 risale la Composition della città di Norwich, che narra la ricomposizione delle discordie interne per intercessione di san Valentino: dagli uccelli il raggio di azione del santo si è quindi ormai allargato a tutte le creature, passando dal mero accoppiamento a un vero e proprio messaggio di pace.

di Arnaldo Casali

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