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Il sale
di Dio

Quasi mezzo secolo dopo non molti ricordano la sosta inattesa a Dacca di Paolo VI, che volle in questo modo testimoniare vicinanza alla popolazione del Pakistan orientale devastato da uno spaventoso ciclone. Mentre il numero delle vittime acquistava proporzioni sempre più tragiche, Montini decise infatti che si sarebbe fermato nella regione colpita dal disastro durante il lungo viaggio che l’avrebbe portato dall’Iran, alle Filippine, alle isole Samoa, in Australia, in Indonesia, a Hong Kong, per onorare il popolo cinese, e a Ceylon.

A rievocare quello scalo non previsto del volo papale nella notte del 26 novembre 1970 è stato l’arcivescovo di Dacca, il cardinale Patrick D’Rozario, che lo ha paragonato all’amore e alla «tenerezza verso i più bisognosi» dimostrati oggi dal Pontefice con la visita in Bangladesh e con l’abbraccio a un gruppo di profughi rohingya. Le parole dell’arcivescovo, cardinale creato da Francesco per la prima volta nella storia del paese, sono giunte in mattinata alla fine di una celebrazione durante la quale il Papa ha ordinato sedici preti in uno storico parco della città, d’ora in poi legato anche alla memoria dei cattolici a simbolizzare «il ruolo speciale della Chiesa in questa nazione» ha detto D’Rozario.

E se ancora alla comunità cattolica, parlando ai suoi vescovi, il Pontefice ha dedicato la prima parte del pomeriggio, durante l’incontro per la pace insieme a rappresentanti di altre religioni e confessioni cristiane l’attenzione è tornata su uno dei nodi più drammatici di questi anni, e cioè sull’uso strumentale della religione per «fomentare divisione, odio e violenza». Questa vera e propria bestemmia del nome santo di Dio che Francesco, in continuità con i suoi predecessori, ha più volte condannato, contrasta con il «desiderio di armonia, fraternità e pace contenuto nelle religioni del mondo» ha sottolineato il Papa.

Consonanti con l’affermazione di Bergoglio erano stati poco prima gli interventi di esponenti della comunità musulmana, larghissimamente maggioritaria nel paese, delle minoranze induista e buddista, di un laico, del rappresentante di Caritas Bangladesh e una preghiera del vescovo anglicano di Dacca. E della necessità di aprire il cuore ha parlato il Pontefice, che l’ha descritta con le immagini della porta che si apre all’altro, della scala verso Dio, del cammino alla ricerca del bene, per contrastare corruzione politica, ideologie religiose distruttive, indifferenza.

E proprio per l’indifferenza del mondo nei confronti della tragedia dei rohingya il Papa, commosso, si è detto pieno di vergogna e ha chiesto perdono dopo aver salutato e ascoltato, uno a uno, alcuni profughi. La loro tragica situazione, per la quale Francesco negli ultimi mesi e durante i giorni trascorsi in Myanmar ha invocato più volte una soluzione, era tornata negli interventi dei diversi esponenti religiosi. Sono persone che secondo il racconto biblico delle origini sono state create a immagine di Dio e portano ciascuna un po’ del sale di Dio, ha detto il Papa evocando una tradizione religiosa propria di questi popoli, per denunciare ancora una volta l’egoismo di chi guarda dall’altra parte.

g.m.v.

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13 dicembre 2017

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