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Il sacerdote nell'era del cyberspazio

· L'arcivescovo Celli sul messaggio del Papa per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali ·

Il sacerdote deve restare il fulcro della diffusione del messaggio evangelico «qualunque sia la strada da percorrere per raggiungere l'uomo, anche se si tratta di una strada telematica». Lo sostiene l'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nell'intervista al nostro giornale alla vigilia della  festa di san Francesco di Sales e della pubblicazione del messaggio del Papa per la prossima giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Il tema di quest'anno propone una questione sulla quale il suo dicastero ha concentrato gli sforzi, cioè il sacerdote nel mondo del digitale, per sottolineare l'importanza dell'uso delle più moderne tecnologie nella nuova evangelizzazione. Ci troveremo davanti al «missionario a tavolino»?

«Missionario a tavolino» è un'espressione certamente suggestiva, ma, direi, lontana più che dalla realtà,  dalla natura delle cose. Non si può immaginare che lo sviluppo delle nuove tecnologie faccia nascere una specie di «grande regia»  digitale dalla quale diramare, per il mondo, gli elementi di una nuova evangelizzazione. Ritengo che sia essenziale vedere i grandi progressi nel campo della comunicazione come un aiuto e, magari, uno stimolo per ampliare il campo di ascolto e le occasioni di dialogo. Ciò è tanto più vero se, come quest'anno il tema della Giornata, si pone al centro la figura del sacerdote, di colui al quale è dato, primariamente, il compito di fare della comunicazione uno strumento di comunione.

Secondo alcuni però la comunicazione digitale, e le nuove tecnologie in generale, favorirebbero l'affermarsi  di una cultura virtuale. Non si corre il rischio di promuovere anche una fede virtuale?

Il rischio che lei adombra può — e deve — essere superato proprio in questo modo: la comunicazione, tanto più per il sacerdote, non è mai fine a stessa. In modo primario al sacerdote non si chiede di essere un professionista della comunicazione, ma un servitore  fedele e appassionato della Parola di Dio. Direi di più: l'efficacia della comunicazione dipenderà proprio dalla fedeltà e dall'amore che egli rivelerà nei rapporti con i fedeli.

Ma quella del sacerdote nel web non rischia di diventare una presenza priva di significato  in un mondo virtuale, che favorisce e privilegia l'anonimato?

Nella comunicazione, al di là di ogni progresso tecnologico, non verrà mai meno l'esigenza costitutiva del messaggio: si comunica se si ha qualcosa da dire. Il sacerdote, in questo senso, ha il grande privilegio di un messaggio che, per lui, si è fatto ed è diventato vita. Il suo compito è anche quello di comunicare — cioè di rendere partecipi tutti — questa sua gioia. Quando ciò avviene è un fatto che non passa inosservato; né per gli incontri diretti e personali, né sul web o nel cyberspazio. La verità sa farsi  sempre strada nel mondo, pur così variegato e talvolta difficile, dei media.

Proprio perché il cyberspazio è aperto a tutti  anche Dio ha diritto di cittadinanza. Anche il Papa esprime questo diritto,   con la sua presenza su youtube. Quali risultati sono stati raggiunti con questa  esperienza?

La diffusione di contenuti audiovisivi sul ministero quotidiano del Papa raggiunge una quantità enorme di persone e istituzioni; si moltiplica nei diversi siti web, è raggiungibile da chi cerca la sua parola. Si tratta di una presenza molto significativa in quanto si colloca, con un linguaggio audiovisivo, in uno spazio di intensa convivenza sociale, con la forza e la semplicità di chi, nel nome del Cristo risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all'uomo.

La nuova tecnologia si sta proponendo come un insostituibile mezzo di comunicazione senza frontiere.  Proprio nella recente drammatica vicenda del terremoto di Haiti se ne è rivelata tutta l'utilità.

È sotto gli occhi di tutti, in questi drammatici giorni del devastante terremoto di Haiti,  il ruolo fondamentale  che le nuove tecnologie continuano ad avere in una situazione di  così eccezionale emergenza, sia per la richiesta di soccorso, sia come via di collegamento con il resto del mondo. Anche la solidarietà trova in questi mezzi alleati di grande efficacia. È stata, forse, l'altra grande tragedia dello tsunami in Indonesia a svelare, fino in fondo, le enormi potenzialità di bene che i nuovi media possono esercitare nei diversi campi  delle loro attività. Un motivo in più per  utilizzarli nel senso giusto, a servizio della solidarietà e del dialogo tra i popoli.

Quando, secondo lei, nei percorsi formativi dei seminari e nelle facoltà delle Pontificie università verranno inseriti programmi di specializzazione informatica?

C'è una sensibilità sempre più forte riguardo al bisogno di una formazione dei sacerdoti, religiosi, religiose e agenti di pastorale nel campo comunicativo. Attenzione: non si tratta semplicemente  di una formazione strumentale rivolta alle tecnologie; anche questa è importante, poiché è necessario essere attrezzati tecnicamente e, direi, professionalmente. Il dato fondamentale è quello di cogliere le dimensioni più profonde dei processi comunicativi che via via  emergono. La persona umana come soggetto comunicativo si esprime attraverso un'attrezzatura tecnica che veicola un nuovo linguaggio, un modo di capire il mondo. È questo che va approfondito nei centri formativi della Chiesa, che già adesso vede tanti episcopati in  prima linea. Programmi di formazione sono ormai presenti in tutte le università cattoliche del mondo. Si può ben parlare di una «rete»  di formazione vasta e articolata, alla quale il Pontificio Consiglio cerca, in  molti modi, di dare il proprio contributo. Puntare sulla formazione è stato il nostro primo obiettivo. E cominciamo a vedere i primi frutti.

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