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Il sacerdote e i consigli evangelici

· Un volume sull'identità del presbitero nella comunione ecclesiale ·

Il presbitero, ministro di comunione è il titolo del volume scritto dal sostituto della segreteria del Collegio cardinalizio in occasione dell'Anno sacerdotale (Milano, Àncora, 2010, pagine 144, euro 12,50). Pubblichiamo le pagine dedicate ai consigli evangelici tratte dal capitolo v intitolato «La spiritualità comunionale del sacerdote».

Le due esortazioni apostoliche ( Pastores dabo vobis e Pastores gregis ) riguardanti la missione e la vita del presbitero e del vescovo fanno un balzo in avanti nell'interpretazione e nell'attualizzazione dei valori evangelici e delle virtù sacerdotali di Cristo in chiave presbiterale, in piena consonanza con la sua propria vocazione e missione. Con l'obbedienza, la povertà e la castità il sacerdote s'impegna a vivere il radicalismo evangelico, che è espresso da tali virtù e da quelle umane, necessarie alla propria vita spirituale e al ministero. Esse devono essere vissute nell'ottica della carità pastorale, che ne è il centro unificante e allo stesso tempo ne sono l'espressione più intima. Senza l'acquisizione delle virtù di Cristo la carità pastorale sarebbe svuotata nel suo interno e diverrebbe puro attivismo. La stessa carità sostiene il loro perfezionamento e sviluppo, superando il moralismo e aprendo la vita morale del sacerdote agli orizzonti divini.

Sia la Pastores dabo vobis che la Pastores gregis hanno il grande merito di aver chiarito le modalità e le finalità con le quali il sacerdote è chiamato a vivere «i consigli evangelici» e il loro significato originale che deriva dall'identità sacerdotale. Su questa linea si pone anche la lettera del Papa Benedetto XVI per l'apertura dell'Anno sacerdotale.

L'obbedienza presbiterale si differenzia da quella dei consacrati per il suo carattere apostolico che le conferisce una peculiare connotazione comunionale. Uno degli elementi propri di questa virtù delineato dall'esortazione apostolica è il superamento della visione individualistica, infatti l'obbedienza presbiterale «non è l'obbedienza di un singolo che si rapporta con l'autorità». Essa è inserita nella corresponsabilità del presbiterio, che «come tale è chiamato a vivere la concorde collaborazione con il vescovo e, per suo tramite, con il successore di Pietro». Questa concezione non impegna meno che la concezione individualistica, perché richiede «una notevole ascesi» che comporta la libertà dai propri punti di vista, la valorizzazione dei doni, delle capacità, delle attitudini dei sacerdoti «al di fuori di ogni gelosia, rivalità, invidia» e la capacità d'esprimere all'interno del presbiterio e con il presbiterio «orientamenti e scelte corresponsabili». L'altra caratteristica dell'obbedienza presbiterale è la «pastoralità», nel senso di disponibilità verso la Chiesa.

Tali caratteri sono rafforzati nell'obbedienza del vescovo. Egli, secondo la Pastores gregis , deve essere obbediente al «Vangelo e alla Tradizione della Chiesa», deve saper leggere i segni dei tempi e riconoscere la voce dello Spirito Santo nel ministero petrino e nella collegialità episcopale degli altri vescovi con i quali l'ordinazione episcopale lo ha messo in speciale relazione. L'aspetto comunitario dell'obbedienza chiama anche il vescovo a vincere ogni individualismo e a essere unito agli altri vescovi, essendo l'episcopato «uno ed indiviso».

La capacità di ascolto è l'altro elemento che caratterizza l'obbedienza del vescovo. Dialogando con i collaboratori e i fedeli egli dovrà saper valorizzare pastoralmente ciascuno secondo la propria iniziativa, in modo che maturi in tutti un'obbedienza responsabile che divenga partecipazione attiva all'edificazione della Chiesa particolare.

Il consiglio evangelico della verginità nel celibato sacerdotale deve essere vissuto secondo la motivazione teologica che ha determinato la scelta ribadita lungo i secoli dalla Chiesa, fino a oggi. La legge ecclesiastica del celibato è legata all'ordinazione sacra e al legame sponsale di Cristo con la Chiesa, che trova la sua forte motivazione nel dono che il sacerdote fa di se stesso al Signore. L'intima comunione con Lui nella preghiera, nei sacramenti e nell'impegno ascetico rinnova ogni giorno la capacità di donazione, aprendo il cuore del sacerdote all'amore pastorale, senza rinchiudersi in se stesso. Il celibato sacerdotale, mentre testimonia il primato di Dio nella vita del sacerdote, si riflette sullo stesso ministero, in quanto il sacerdote deve educare i fedeli alla reciproca stima e al rispetto che sono propri di una famiglia, contribuendo così all'edificazione della Chiesa proprio come «famiglia», di cui egli, celibe per il Regno, è come il padre.

La spiritualità sacerdotale viene anche alimentata al pensiero che il sacerdote vivendo la verginità offre una forte testimonianza contestando con la sua vita l'«idolatria dell'istinto sessuale», come si esprime la Pastores gregis, e offre una terapia spirituale per il mondo di oggi. La prospettiva escatologica del celibato, poi, alimenta la speranza del sacerdote ed è per il mondo annuncio dei «cieli nuovi e della terra nuova». Ciò non significa che egli si estranei dalla storia, ma con la sua scelta e il suo impegno dà senso alla storia e aiuta a starci dentro con la gioia del dono, che lo libera da quell'individualismo che ricerca la propria immagine e la propria gratificazione. Infatti, se il celibato non è vissuto umilmente nell'amicizia di Cristo e nella fraternità della Chiesa-madre e sposa, vi è il rischio dell'autocompiacimento, che può diventare superbia e disprezzo dell'altro.

La povertà scelta e vissuta dal sacerdote ha una connotazione spirituale che si manifesta nella libertà dai beni economici e nella loro sottomissione a Dio, che è Bene supremo. La connotazione «pastorale» consiste nella disponibilità con cui il sacerdote è pronto ad andare laddove egli è necessario e utile, senza legami e senza zavorre. La pastoralità di questo consiglio evangelico spinge il sacerdote a essere vicino ai più deboli, agli emarginati, a lavorare per la giustizia, a essere sensibile e capace verso i problemi economici della vita e a promuovere la scelta preferenziale dei poveri, che in definitiva è l'affermazione del bene comune.

Nella Pastores gregis il vescovo è definito vir pauperum in quanto egli deve vivere il suo ministero con instancabile generosità e un'inesauribile gratuità, piena di fiducia nella Provvidenza. A questi atteggiamenti si deve unire una vita austera, sobria e semplice, mettendo gli ultimi al centro della comunità cristiana senza lasciarli ai margini. Egli diviene voce di coloro che possono ottenere solo da Dio una vita più degna e un futuro più sereno, in questo senso il vescovo è procurator pauperum. Così sono stati definiti i vescovi che spesso lungo la storia hanno voluto accanto alla cattedrale istituzioni a favore dei poveri.

La «comunitarietà» della povertà si esprime nella capacità del sacerdote di favorire un'equa distribuzione dei beni tra i sacerdoti dello stesso presbiterio e nella «trasparenza» con la quale deve amministrare i beni della Chiesa, che non deve trattare come beni personali e di cui dovrà rendere conto a Dio e ai fedeli, soprattutto ai poveri. La condivisione dei beni deve essere favorita dal vescovo all'interno del presbiterio ed egli stesso deve amministrare con la prudenza del «buon padre di famiglia» e vigilare, affinché tali beni servano per realizzare le finalità stesse della Chiesa: il culto di Dio, il sostentamento dei sacerdoti, le opere di apostolato e la carità verso i poveri. Conformato interiormente a Cristo obbediente, povero e casto, la cui vita fu tutta trinitaria, il sacerdote si unisce a Dio divenendo artefice di unità tra i fratelli.

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