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Il ruolo intangibile della capitale

· Conferita la cittadinanza onoraria di Roma al presidente della Repubblica italiana ·

Tra Stato e Chiesa nessuna ombra ma conforto e sostegno

Nell'ambito delle celebrazioni per i 140 anni di Roma capitale la mattina del 20 settembre è stata conferita in Campidoglio la cittadinanzia onoraria di Roma al presidente della Repubblica italiana. Pubblichiamo integralmente il discorso da lui tenuto per l'occasione.

Non ha davvero nulla di formale o rituale l'espressione della mia riconoscenza per la decisione del Consiglio Comunale di Roma di conferirmi la cittadinanza onoraria. Sono consapevole di essere stato chiamato a far parte di una grande galleria di personalità che hanno amato e ammirato Roma e ne hanno ricevuto l'omaggio più alto. E anche se so come l'omaggio attribuito oggi a me sia inseparabile dal ruolo che svolgo attualmente al vertice dello Stato, sento di aver egualmente qualche parola da dire sul rapporto stabilitosi nel corso della mia vita con la città di Roma.

Consentitemi di partire da un dato che mi è caro: romani, e appassionati di Roma, sono i miei figli e i miei nipoti. E anni speciali visse a Roma, da bambina, mia moglie Clio con la sua famiglia, che nella fase conclusiva del fascismo, e ancora nel pieno della guerra, si era trasferita qui dalle Marche : sempre vivo è rimasto in lei il ricordo di quei tempi difficili, che coincisero con la sua prima formazione nella scuola elementare, ma nel segno della generale ansietà per eventi drammatici; sempre vivo è rimasto in lei il ricordo luminoso, infine, della Liberazione della città.

Venne più tardi il tempo del nostro incontro e del nostro matrimonio: sposatici in Campidoglio cinquant'anni fa, da quarantaquattro risiediamo qui stabilmente. Ma per quel che riguarda me, fu da quando venni, assai giovane, eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, che mi identificai con Roma come capitale delle istituzioni repubblicane alle quali andavo, sempre di più, dedicando la mia esistenza. Roma è stata per me innanzitutto Montecitorio; il Parlamento è divenuto la mia prima e più grande casa in questa meravigliosa città, e lo è rimasto per lunghi decenni.

Mai mi sono sentito a disagio, pur senza dissimulare la profondità delle radici e degli affetti che mi legavano e mi legano a Napoli: ed è forse propria dei napoletani l'attitudine a integrarsi, anche in luoghi ben più lontani, così come propria di Roma, e straordinaria, è la capacità inclusiva, l'attitudine ad aprirsi, ad accogliere altri, ad abbracciare, innanzitutto, ogni italiano.

Nello stesso tempo, posso francamente dirvi che non ho mai ceduto a reazioni, più o meno sofisticate, di rigetto di una comune eredità — comune a tutti gli italiani: quella della grandezza storica di Roma. Per nefaste che siano state le retoriche belliciste e le pretese di potenza innestate nel passato sul culto della romanità, per facili o ambigue che siano spesso divenute le mitizzazioni della storia di Roma e del suo Impero, nulla può giustificare la sottovalutazione, diffusasi in certi periodi in alcuni ambienti, dell'impronta incancellabile e del fascino ancora percepibile ovunque — anche molto lontano dai nostri confini — di una così straordinaria costruzione di civiltà, nei suoi molteplici contenuti e nelle sue espressioni di perenne bellezza. Civiltà, cultura, bellezza, che ben oltre la crisi dell'Impero e la fine del mondo antico, attraversando le epoche della decadenza, conobbero in Roma — anche come centro della cristianità — nuovi secoli di splendore nel secondo millennio dell'era in cui questa città cominciò a fiorire.

In conclusione, nulla può giustificare la mortificazione della consapevolezza di un retaggio che rimane componente essenziale della nostra identità e del nostro messaggio come nazione italiana.

Non a caso, d'altronde, l'idea di Roma fu tra le grandi fonti d'ispirazione del movimento per l'unità e l'indipendenza dell'Italia. E se è al nome di Giuseppe Mazzini che resta legata la sfida eroica e precorritrice del 1849 — pur destinata storicamente a essere travolta — il cui fine era fare di Roma eretta in libera Repubblica il centro propulsore di una rivoluzione nazionale, va oggi ricordata — anche a smentita di ricorrenti false rappresentazioni della trama del nostro processo unitario — la decisiva presa di posizione che all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia vide Cavour raccogliere nel modo più deciso quel grande motivo ideale del moto patriottico nazionale: il motivo, l'impegno, l'obbiettivo di Roma capitale.

Nei suoi discorsi di fine marzo 1861 — quasi il suo testamento politico — dinanzi al Parlamento nel quale sedevano per la prima volta fianco a fianco i rappresentanti del Piemonte e della Sicilia, della Lombardia e del Napoletano, Cavour affermò: « Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d'insistere perché Roma sia riunita all'Italia? Perché senza Roma capitale d'Italia, l'Italia non si può costituire (...) L'Italia ha ancor molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per isciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita, per abbattere tutti gli ostacoli che antiche istituzioni, tradizioni secolari oppongono a questa grande impresa; ora, o signori, perché quest'opera possa compiersi conviene che non vi siano ragioni di dissidii, di lotte. Ma finché la questione della capitale non sarà definita, vi sarà sempre ragione di dispareri e di discordie fra le varie parti d'Italia (...) E affermo ancora una volta, che Roma, Roma sola deve essere la capitale d'Italia».

E perché Roma sola potesse e dovesse esserlo, egli disse subito dopo: «in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d'oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato».

Parole, quelle di Cavour, che non è superfluo richiamare in questo giorno del 140° anniversario del ricongiungimento di Roma con l'Italia divenuta unita e indipendente. Così come non è superfluo richiamare altre essenziali parole pronunciate nello stesso discorso dal massimo artefice del nostro processo unitario: «noi non cesseremo dal dire che, qualunque sia il modo con cui l'Italia giungerà alla Città Eterna, sia che vi giunga per accordo o senza, giunta a Roma, appena avrà dichiarato decaduto il potere temporale, essa proclamerà il principio della separazione, ed attuerà immediatamente il principio della libertà della Chiesa sulle basi più larghe».

A noi naturalmente non sfugge come quell'approccio cavouriano, ispirato al principio della «libera Chiesa in libero Stato», non valse a scongiurare una fatale contrapposizione che si protrasse per decenni, a dispetto di molteplici tentativi di riconciliazione e discreto negoziato, e proprio qui, nella capitale, si tradusse, in varie occasioni, a successive scadenze (compresa quella del cinquantenario dell'Unità, nel 1911), in clamorosi episodi di tensione tra Stato e Chiesa, tra Quirinale e Vaticano.

Ma sappiamo quanta acqua sia passata da allora sotto i ponti del Tevere, quale significato e incidenza abbiano avuto i Patti Lateranensi del 1929 e la necessaria e lungimirante rivisitazione del Concordato nel 1984, e come oggi, nell'avvicinarci al 150° anniversario della nascita del nostro Stato nazionale, nessuna ombra pesi sull'Unità d'Italia che venga dai rapporti tra laici e cattolici, tra istituzioni dello Stato repubblicano e istituzioni della Chiesa cattolica, venendone piuttosto conforto e sostegno.

Ma è mio doveroso impegno e assillo che non vengano ombre da nessuna parte sul patrimonio vitale e indivisibile dell'unità nazionale, di cui è parte integrante il ruolo di Roma capitale. Un ruolo che non può essere negato, contestato o sfilacciato nella prospettiva che si è aperta e sta prendendo corpo di un'evoluzione più marcatamente autonomista e federalista dello Stato italiano. Questa — con il netto riconoscimento contenuto nel riformato Titolo Quinto della Carta e con la conseguente norma di legge del 2009 — chiama piuttosto voi che rappresentate e amministrate Roma a un nuovo impegno ordinamentale, d'intesa con la Regione e la Provincia, e a una nuova prova di efficienza e modernità nell'esercizio di funzioni ben più ricche che nel passato. Portarvi all'altezza di questa prova è ciò che conta e che vi stimola, non l'invocare formalmente il rango di Roma capitale.

Autorità, Signore e Signori, guardiamo lucidamente a quel che ci attende. In seno a un'Europa che ci auguriamo si integri più decisamente, come è necessario, e nel contesto di una competizione globale segnata da equilibri del tutto nuovi, più complessi e difficili, la forza dell'Italia come nazione e come sistema paese sta nella sua capacità di rinnovarsi rafforzando e non indebolendo la sua unità, sta nella scelta, che dovremmo tutti condividere, di rinnovare modernizzando ma non depotenziando lo Stato che della nostra unità, in tutte le sue articolazioni istituzionali, è essenziale tessuto connettivo. Mortificare o disperdere le strutture portanti dello Stato nazionale sarebbe semplicemente fuorviante.

È in nome di queste convinzioni, in me maturate sulla base di una lunga esperienza istituzionale, e del conseguente impegno che mi guida nello svolgimento del mio mandato presidenziale, è in nome del mio attaccamento al ruolo di Roma capitale qual è posto nella storia e nella Costituzione, che penso di poter cogliere, signor Sindaco, signori Consiglieri, il senso del riconoscimento che mi è stato da voi generosamente attribuito. E vi ringrazio di cuore per il sostegno che ne traggo nel far fronte alle mie responsabilità.

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