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Il ruolo delle religioni
nelle società laiche

La religione, specialmente quella giudeo-cristiana, non è una mera raccolta di norme morali, ma è molto di più. Consente una relazione personale con l’Assoluto, l’Onnipotente, che appare come Creatore nel contesto dell’universo, la cui sapienza e il cui verbo (logos) pervadono il mondo intero. Ciò significa che il nostro rapporto con la realtà non esige una ricerca arbitraria o imperscrutabile, ma si inserisce nel contesto di una sapienza e di un amore estremi.

Alcune delle idee al centro della tradizione cristiana, come la necessità di esplorare il mondo contingente e l’intelligibilità del mondo fisico, rappresentano un forte argomento a favore di un nucleo storico-religioso di tutte le scienze. La scienza sembra indicare al di là di se stessa, verso una qualche sorta di terreno e di ragione creativi, per l’ordine contingente, ma razionale, dell’universo.

Le espressioni dei requisiti della morale possono essere molto varie. Da un lato, con l’aiuto dei nostri concetti siamo in grado di descrivere fatti, di classificarli e di costruire norme morali. Se volete, possiamo cercare le risposte della Halakhah alle situazioni della vita. Dall’altro, in modo analogo, siamo sensibili a modelli di comportamento umano retto in un racconto, un’immagine o una descrizione, senza formare norme astratte. Potremmo dire che abbiamo permesso all’incanto della Haggadah di toccarci e di trasportarci. Anche Gesù ha potuto esprimersi attraverso comandamenti o usando parabole, e per giunta ha trasmesso ai suoi discepoli anche il potente esempio dei suoi indimenticabili gesti. Siamo eredi di questa guida morale, che è molto più che meri concetti e definizioni.

Sebbene il rapido progresso delle scienze naturali presenti situazioni sempre nuove, non possiamo stancarci di proclamare i valori morali fondamentali e dobbiamo applicare la riflessione morale a queste nuove situazioni, anche se giunge sempre in ritardo o non risulta essere concettuale o verbale.

Riguardo a tutte queste sfide, molti ritengono che il cosiddetto sviluppo sostenibile non vada ricercato solo nel campo della vita economica e soltanto per evitare la distruzione del nostro ambiente. Anche nel campo delle scienze è possibile che, senza limiti giuridici o morali, i risultati agiscano per la distruzione dell’umanità invece che per la sua felicità. Naturalmente, alla base di questa concezione c’è anche la sensazione o la convinzione che è meglio che l’umanità esista piuttosto che il contrario. Pertanto, anche nel campo delle scienze emerge la necessità di uno sviluppo sostenibile. Ma quale ricercatore, quale centro di ricerche, quale paese direbbe che occorre rallentare nel produrre risultati o semplicemente evitare di esplorare alcuni ambiti importanti? Tutti sono convinti che in tal caso verrebbero sorpassati dagli altri e che rimarrebbero indietro in questa corsa. Che cosa possiamo fare? Anche l’impronta ecologica dell’umanità è più grande di quanto a lungo andare sia sostenibile. Dobbiamo unirci disperati ad Amleto e dire insieme: «Il tempo è scardinato?». Ed è qui che qualcuno potrebbe ritenere, sulla base di molte tradizioni religiose, che ci sia bisogno di una qualche sorta di salvezza, che la nostra forza non sia sufficiente a risolvere i nostri problemi.

Sono un teologo cristiano e ritengo che la Provvidenza della fede cristiana possa avere qualche somiglianza con le proposte teologiche fatte da altre tradizioni religiose, come l’idea del “grande fiume” in altre religioni. Già nel libro della Genesi possiamo leggere che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (1, 31). L’eredità giudeo-cristiana contiene la convinzione che dietro l’intero universo ci sia un Creatore personale e benevolo, che si è rivelato e vuole comunicare con l’uomo. E ciò, oltre a offrire un punto di vista morale fondamentale, dà qualcosa in più, qualcosa di ancora più importante. Genera fiducia sia nell’individuo sia nella comunità. Genera fiducia nel fatto che, anche se le nostre capacità cognitive non riescono a mantenere il passo con la pienezza della realtà, in qualche modo possiamo sempre raggiungere la conoscenza e le cognizioni necessarie. Quindi, la debolezza della nostra consapevolezza non è un motivo per rinunciare alla nostra ricerca della verità e alla nostra ricerca di un comportamento retto.

di Péter Erdő

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21 maggio 2018

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