Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il rumore della chiave

· ​In occasione del giubileo dei carcerati del 6 novembre ·

«Il cielo è, al di sopra del tetto, / così azzurro, così calmo! / Un albero, al di sopra del tetto, / dondola la sua palma. / La campana, nel cielo che si vede, / dolcemente rintocca. / Un uccello, sull’albero che si vede, / canta il suo lamento. / Dio mio, Dio mio, la vita è là, / semplice e tranquilla. / Quel placido brusio / viene dalla città. / Che hai fatto, tu che sei qui / e piangi senza fine, / dì, che ne hai fatto, tu che sei qui, / della tua giovinezza?». Con queste parole, intrise di dolore e nostalgia, ma nello stesso tempo animate da un respiro di speranza, il poeta Paul Verlaine evoca la sua esperienza del carcere. Sente profonda la separazione tra il mondo dentro le mura e quello fuori, tra il brusio del fluire placido della vita e l’implacabile monotonia che toglie il respiro e modifica la percezione del tempo e dello spazio. 

Il grido del sangue di Abele ricorda che la storia dell’umanità è segnata dal peccato e, a volte, il peccato è anche un crimine. Questa è la distanza tra noi e un uomo o una donna in carcere: hanno compiuto un’azione che viene dichiarata reato dal codice di diritto penale. Per questo, come il peccato è assunto dal cuore misericordioso di Dio, anche il reato viene assunto con decisione e tratto di certezza dalla società che sa mostrare — almeno si spera — la cura per una riabilitazione della libertà fino a renderla di nuovo capace di scegliere il bene.
Oggi, non mancano riflessioni e dibattiti sulla capacità del sistema detentivo di reintegrare uomini e donne nelle regole sociali, al fine di ristabilire il profilo della dignità umana, soprattutto riconsegnando visioni progettuali positive alle persone. Fare i conti con un peccato, che ha i connotati del reato, e con le conseguenze che sono reclusione e spesso solitudine e abbandono, costringe a situazioni di marginalità, di precarietà, di drammaticità a cui non possiamo abituarci chiudendoci in un gelido cinismo.
A questo proposito è significativo il richiamo di Papa Francesco nella Bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus: «In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi!».
Le pagine di questo libro, grande e doloroso affresco di una umanità dolente, ci guidano a un esercizio di ascolto e di comunicazione inedito, attraverso uno sguardo sulla vita dalla prospettiva di chi sta dietro le sbarre. Trascorrono anni della loro esistenza e avvertono nella propria carne che in carcere non c’è nulla di eroico, di romantico, di “formativo”, ma soltanto la amara convinzione di aver fallito qualcosa, di aver fatto del male a se stessi, alla propria famiglia e alle persone più care.
Proviamo solo a immaginare, come in una sequenza onirica, il rumore della chiave che gira nelle serrature e annuncia l’inizio di un altro giorno, uguale al precedente e a tanti altri già consumati ma non dimenticati. Così, mentre i passi della guardia si allontanano si sente risuonare nel cuore una voce a ricordarti che sei in carcere, privo della tua libertà, e ogni tuo diritto dipende da altri. La giornata si apre ancora una volta con lo sconforto di dover vivere da spettatore, pieno di rimpianti e di rancore, ma anche di autocritica e, per grazia, anche di pentimento.
È ancora Papa Francesco a offrirci lo spunto per una riflessione schietta, senza reticenze o inutili ipocrisie: «Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio» (Misericordiae vultus, 20).

di Dario Edoardo Viganò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE