Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il romanzo di una schiava

· Bakhita raccontata da Véronique Olmi ·

Janet McKenzie  «Santa Bakhita»

Deve essere stato veramente duro scrivere questo romanzo, perché di un romanzo si tratta, e non di una agiografia, anche se la protagonista è una santa. E di un bellissimo romanzo. Ed è quasi troppo duro leggerlo, tanto l’autrice ha saputo entrare nella mente e nell’esperienza della bambina schiava africana, così bene da scrivere un libro che ha scalato tutte le classifiche in Francia, meritando il premio Fnac (Véronique Olmi, Bakhita, Paris, Albin Michel, 2018, pagine 464, euro 22,90). È duro soprattutto perché, mentre lo leggiamo, sappiamo che non si tratta solo di “cose dell’Ottocento” ma di una realtà terribile, vera ancora oggi, che si affianca e si intreccia alla nostra vita di occidentali civili e perfino cristiani.

Non si tratta infatti solo di una narrazione di fatti di per sé sconvolgenti, ma dell’effetto di questi nella mente, nel corpo e nel cuore della bambina di sette anni che viene rapita e che dallo choc subito non ricorda più, mai più, il suo nome né quello della sua tribù e dei suoi genitori. Rimarranno frammenti di memoria, più legati a esperienze di pace e di protezione, sulle quali incombe sempre il pericolo dei razziatori, che a persone precise. Memorie di corpi, della madre e della sua gemella, di canzoni e di abbracci. La bambina senza nome perde anche la sua lingua, non incontrerà mai più nessuno che parla il suo dialetto e per tutta la vita si esprimerà con difficoltà, in un miscuglio di lingue diverse. Ma capisce nel profondo di sé il dolore, lo smarrimento, l’esclusione che lei ha vissuto quando li sente negli altri. È solo grazie al fatto che ha conosciuto l’amore di sua madre che riuscirà a mantenere la sua umanità anche nella vita da schiava, anche se questo le costerà una maggiore sofferenza: amare in una condizione di oppressione totale vuol dire soffrire, soffrire di più di quanto già abitualmente sia costretta a fare. Nella sua vita di schiava infatti dovrà soffrire per la morte, la tortura o la separazione brutale da coloro con i quali la lega un sentimento umano di condivisione e di affetto. Oggetto del suo amore erano soprattutto bambini, più piccoli di lei. La muove la nostalgia della madre, e insieme il voler diventare come lei, l’unica figura che le ha dato protezione e amore: «Ed è lì che tra gli schiavi Bakhita sente vagire un bambino. Istantaneamente, pensa che sua madre si trovi fra gli schiavi. Si gira di scatto verso di loro. Cerca sua madre con lo sguardo, è una carovana piccola, li squadra tutti in un attimo, e nello stesso attimo capisce che si è sbagliata. Lei non c’è. E tuttavia quel pensiero non la lascerà più. Per tutta la vita, fino all’ultimo istante, ogni volta che sentirà piangere un bambino crederà che sia in braccio a sua madre. Anche quando sua madre non avrà più l’età per essere madre. E poi l’età per essere in vita. Ogni bambino che piange sarà in braccio a lei e aspetterà che lei lo consoli».

Anche se il trasferimento in Italia segna per la giovane schiava — rimane schiava, bisogna ricordarlo, anche nei primi anni italiani — un indubbio miglioramento di condizione, il disprezzo e l’indifferenza per la sua volontà e i suoi sentimenti la faranno sempre soffrire nel corso della sua lunga vita. Anche fra le suore canossiane. E in Italia si aggiunge una nuova tortura: essere l’unica nera, guardata ed esposta come un fenomeno da baraccone, considerata una creatura del diavolo, o come minimo una che sporca perché la sua pelle è sempre sospettata di stingere. In ogni situazione che vivrà in Italia, in ogni posto nuovo, sino alla fine, lei dovrà superare questo pregiudizio, farsi conoscere nella sua bontà con fatica e pazienza. Anche le suore, che la spostano di convento in convento per i fini dell’istituto, non pensano mai a proteggerla da questo choc iniziale, da questa prova che deve vincere ogni volta, perfino quando, già vecchia, viene trasferita al convento di Vimercate, dove deve istruire le giovani suore che partono per la missione etiope. A loro Bakhita «parla del paese dell’infanzia, che è uguale per tutti, dice loro che laggiù il giorno è benedetto, la notte rispettata, la natura ringraziata. “È lo stesso per voi, no?”». Parla del padre, della madre e di «quelli che aspettano di venire al mondo. “È lo stesso per voi, no?” ed è proprio questo a turbarli. Hanno paura di riconoscersi nelle vite degli africani, e di confondercisi. Di perdersi nelle speranze e le miserie altrui, tanto simili alle loro». Bakhita ha ritrovato in Italia le stesse sofferenze, le stesse incomprensioni, la stessa violenza che aveva lasciato al suo paese: la Olmi descrive la sua reazione davanti alla povertà e alla fame, quando scopre le leggi razziali, quando assiste a guerre e bombardamenti, quando assiste i feriti.

Con pudore estremo e grande delicatezza l’autrice affronta il tema della vita spirituale della schiava africana. Ricava dai suoi racconti trascritti che il contatto con Dio avvenga già molto prima di incontrare il cristianesimo, da bambina, mentre con un’altra bambina schiava tenta la fuga. Durante una notte di paura, tormentata dalle ferite e dalla stanchezza, dalla fame e dalla sete, «ed ecco che accade. Una luce tenuissima, una mano che si posa dentro di lei e porta via il dolore, dell’anima e del corpo, che la avvolge senza urtarla, come un velo che ricada. Bakhita respira senza che faccia male. Vive senza che sia terrificante. Aspetta, un po’ stupita, si chiede se durerà; dura, allora si siede e guarda la notte. È limpida e vibra di un calore che passa su di lei, e a quel calore si abbandona».

In Cristo riconoscerà lo schiavo crocefisso, e dal cristianesimo, dal fatto che sta per essere battezzata, ricaverà la forza di opporsi alla sua condizione di schiava e ottenere la libertà di rimanere a Venezia, sfuggendo a un destino già scritto che l’attende in Sudan, dove i padroni italiani la vogliono riportare.

Véronique Olmi fa capire quanto sia complessa la vita di questa donna, quanto profonda e personale la sua spiritualità, togliendola dal mondo prefabbricato delle sante esemplari per inserirla in quello delle donne, di allora e di oggi, della loro capacità di sopportare dolore e umiliazione, della loro capacità di amare.

di Lucetta Scaraffia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 agosto 2018

NOTIZIE CORRELATE