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Il ritorno di Venere

· Un piccolo libro sul rimpatrio delle opere rubate da Napoleone a Firenze e a Roma ·

Il 27 dicembre del 1815 i tesori d’arte delle Gallerie fiorentine confiscati e nazionalizzati da Napoleone, tornavano in patria, stipati in 110 casse. Tornavano i capolavori di Raffaello (il Leone X , la Madonna della seggiola), la Madonna del collo lungo di Parmigianino, il Rubens dei Disastri della guerra, il Cardinale Bentivoglio di Van Dyck. Tornava soprattutto lei, la Bella più contesa d’Europa, quella che l’Imperatore amava e voleva più di ogni altra. Mi riferisco alla Venere detta dei Medici, la scultura tardo ellenistica che sta al centro della Tribuna degli Uffizi e che era, per tutti, il simbolo stesso del collezionismo mediceo.
A questa pagina di storia la Municipalità fiorentina, la Regione Toscana e l’Accademia delle Arti e del Disegno hanno dedicato un libro piccolo e prezioso: Firenze 1815. Il ritorno di Venere, curatori Giulia Coco, Carlo Francini, Enrico Sartoni (Firenze, Edifir, 2018, pagine 175, euro 18), un libro che parla dei giorni tumultuosi e fatali nei quali si giocò fra Vienna, Londra e Parigi, il destino della parte più celebre, più ammirata del patrimonio culturale italiano. 

Copertina del libro raffigurante simbolicamente il furto della Venere dei Medici da Napoleone

Nell’estate del 1815 la restituzione delle opere d’arte nazionalizzate da Napoleone agli Stati italiani e alle città del Belgio e dell’Olanda, era tutt’altro che scontata. Vi si opponeva la Francia di Luigi XVIII e del suo potente ministro degli Esteri, quel Talleyrand che aveva servito il suo paese con l’Antico Regime, con la Rivoluzione, con l’Impero e ora con la Restaurazione. Quanto alle posizioni politiche delle grandi potenze vincitrici di Napoleone, l’Inghilterra e la Russia, esse erano, sull’argomento, alquanto differenziate. Lo zar Alessandro avrebbe lasciato volentieri a Parigi le opere d’arte requisite da Napoleone. Ci teneva a costruirsi, per il futuro, una sponda di amicizia in Francia in funzione antiprussiana e antinglese. Per ragioni diverse e tuttavia perfettamente simmetriche a quelle russe, l’Inghilterra era favorevole alle restituzioni: non solo perché in quella direzione premeva la sua opinione pubblica, ma perché intendeva tessere una rete di simpatia e di gratitudine da parte dei minori stati italiani (la Toscana, il Papa, il Regno di Napoli) e delle città del Belgio e dell’Olanda. Ciò al fine di consolidare, nel continente, il suo ruolo diplomatico, politico ed anche e soprattutto commerciale e come garanzia in vista di un futuro, per ora improbabile ma sempre possibile, revanchismo francese.
I commissari fiorentini mandati a Parigi per negoziare e organizzare le restituzioni — il direttore degli Uffizi e presidente dell’Accademia di Belle Arti Giovanni degli Alessandri e il pittore, celebre in quei giorni, Pietro Benvenuti — passarono a Parigi giorni di patemi d’animo, di entusiasmi alternati a delusioni cocenti, in attesa che il “grande gioco” si concludesse. Decisivo fu, in quell’estate del 1815, il ruolo svolto da Antonio Canova mandato a Parigi da papa Pio vii Chiaramonti per recuperare le opere d’arte sequestrate alla Santa Sede dopo il Trattato di Tolentino del 1797. Canova era l’artista più celebre, più ammirato d’Europa. Aveva servito tutti i grandi della terra, da Bonaparte al Papa di Roma, dallo zar Alessandro al principe Clemente di Metternich, ai milord inglesi, ai granduchi russi. Il suo internazionale prestigio messo sul piatto delle restituzioni, portò un contributo non secondario all’esito fausto delle trattative.
Finalmente, superati gli ultimi ostacoli, ottenute le ultime autorizzazioni, il 24 ottobre 1815 il grande convoglio italiano lasciava Parigi, scortato da reparti di cavalleria. Il segmento toscano arrivò a Firenze il 27 dicembre, il grosso del convoglio proseguì per Roma dove i tesori vaticani futuro sballati e consegnati nei primi giorni del mese successivo. Ritrovavano così l’aria di casa il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, la statua colossale del Nilo, la Trasfigurazione e la Madonna di Foligno di Raffaello, la Deposizione nel sepolcro di Caravaggio, per dire solo di alcune delle opere più famose. Molte sculture e dipinti, sia fiorentini che romani, rimasero a Parigi o perché giudicati intrasportabili (la statua colossale del Tevere, pendant del Nilo) o perché distribuiti e dispersi nelle sedi di provincia.
Del resto, i commissari sapevano che bisognava far presto perché il popolo parigino era tutt’altro che contento vedendosi portar via tesori che ormai considerava suoi e minacciava tumulti. Bisognava fare presto e garantire imballaggi adeguati per opere così preziose e per un viaggio così lungo e difficile. Le risorse finanziarie erano scarse: per fortuna intervenne la delegazione inglese a coprire, almeno in parte, le spese.
E, a proposito di soldi, c’è un piccolo episodio che merita memoria. Quando i commissari Benvenuti e degli Alessandri arrivano a Firenze al termine del viaggio, la prima cosa che fanno è di recarsi alla tesoreria granducale, per restituire ciò che era loro avanzato dell’accredito di missione. Avevano speso meno di quello che avrebbero potuto. Esempio quasi proverbiale di scrupolo amministrativo e di parsimonia toscana. 

di Antonio Paolucci

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05 dicembre 2019

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