Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il ritorno di Jeeg Robot

· ​La decima edizione del Festival internazionale del film di Roma ·

Arrivato alla sua decima edizione, forse il Festival internazionale del film di Roma ha trovato finalmente un po’ di pace. È riuscito cioè a raggiungere quella dimensione popolare ma allo stesso tempo di livello che si proponeva all’inizio, e che può, se ulteriormente perfezionata, dargli senso e visibilità pur tra altri festival ben più prestigiosi o maggiormente caratterizzati. 

Una scena tratta  dal film «Lo chiamavano Jeeg Robot»

Accantonata la fase più ambiziosa ma poco convincente della direzione Müller, con il nuovo direttore artistico Antonio Monda la rassegna ha abbassato opportunamente le proprie pretese, tornando ad avere un solo premio finale al miglior film e smettendo di inseguire anteprime mondiali — che pure ci sono state, ma in numero minore — o impennate verso un cinema d’autore che spesso non riservava primizie. Il risultato è stato un gruppo di titoli in concorso decisamente ben scelto, quasi interamente coerente con un’idea di cinema per il grande pubblico ma non per questo di poca qualità.
A prescindere dalla vittoria finale, il film che ha ricevuto più applausi in sala è stato Lo chiamavano Jeeg Robot, un’opera che il festival da adesso in poi dovrebbe seguire come un’ideale stella cometa per cristallizzare definitivamente il suo target. Firmato dall’esordiente Gabriele Mainetti, già attore in una decina di film, è infatti il perfetto prodotto d’intrattenimento confezionato però con grande professionalità e intelligenza. Senza spocchia autoriale ma allo stesso tempo con la competenza anche un po’ sfrontata di chi conosce bene il cinema di genere, innanzitutto come spettatore.
Il soggetto si basa su un’idea facile facile ma non per questo meno efficace: un criminale della periferia romana (Claudio Santamaria) entra casualmente in contatto con del materiale radioattivo che gli attribuisce una straordinaria forza fisica e una resistenza praticamente totale al dolore. Queste nuove caratteristiche gli attireranno l’amore di una ragazza problematica (Ilenia Pastorelli) ma anche l’ostilità di un piccolo boss di quartiere (Luca Marinelli), deciso a impossessarsi degli stessi poteri.
Mainetti crea dunque con furbizia un cortocircuito fra due delle cose che vanno più di moda sugli schermi in questo momento: il rinato — anche grazie alla televisione — genere criminale italiano e il cinema americano dei supereroi, in realtà ultima, disperata spiaggia per gli sceneggiatori hollywoodiani. In particolare questo secondo riferimento è davvero una scelta azzeccata e rivelatoria dell’attitudine cinefila del regista. Perché il suo Jeeg Robot con la maschera fatta a maglia fra i vicoli della periferia romana si propone come paradossale deriva dei recenti reboots delle saghe dei fumetti, tendenti a degradare l’alone pop dei personaggi in favore di un impatto visivo più realistico e crudo.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 febbraio 2018

NOTIZIE CORRELATE