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Il ritmo dell’anima

· Antonio nel deserto ·

«Se i pesci restano fuori dall’acqua muoiono; così anche i monaci. Se essi restano fuori dalla cella o entrano in contatto con gente mondana, allora perdono la tensione della pace interiore». Questa sentenza, attribuita al monaco eremita Antonio, vissuto in Egitto nel IV secolo, fissa una netta distinzione tra dentro e fuori, tra interiorità della cella ed esteriorità del mondo, e determina come scopo dell’esistenza ascetica il raggiungimento della pace interiore.

Salvador Dalí, «La tentazione di Sant’Antonio» (1946, Museo reale delle belle arti del Belgio, Bruxelles)

Ciò non significa votarsi a un’assoluta solitudine, poiché anche Antonio sottolinea l’importanza di essere utili ai fratelli non con vuote chiacchiere, ma dicendo la parola giusta al momento giusto. La cura dell’interiorità mira piuttosto a far sì che l’anima «trovi il suo ritmo», configurando l’ascesi come un allenamento, un esercizio di dominio del corpo e dello spirito. Lo scrive Giovanni Cerro aggiungendo che questo nuovo modello di vita cristiano, fissato per la prima volta proprio da Antonio nei suoi tratti fondamentali, è solo uno dei motivi di interesse nei confronti del monaco, che è ricordato anche come sapiente, taumaturgo, veggente e difensore dell’ortodossia. Già nella tarda antichità si afferma un’immagine multiforme, che nel medioevo si arricchisce di una fervida devozione popolare nei confronti dell’eremita, a cui ci si rivolge per guarire dal cosiddetto fuoco sacro. A questa figura chiave degli inizi del monachesimo eremitico e alla sua fortuna è dedicato il libro di Peter Gemeinhardt, professore di Storia della Chiesa a Gottinga, Antonio. Il monaco che visse nel deserto (traduzione di Tomaso Cavallo, Bologna, Il Mulino, 2015, pagine 227, euro 19).

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20 marzo 2019

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