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​Il rischio della banalizzazione

· Sulla autentica recezione della «Laudato si’» ·

La recezione della Laudato si’ corre un grosso rischio, dal quale non può ritenersi esente nemmeno la stessa compagine ecclesiale. È un rischio che incombe pure sull’accademia qualora, schierata con i poteri forti dell’economia e della finanza, opti per una scientificità legittimata esclusivamente dall’efficienza tecnologica. Si tratterebbe quindi di un rischio che grava soprattutto sul mondo dell’industria, per la quale spesso la sensibilità verso il tema della disoccupazione è già sufficiente a soddisfare i canoni della giustizia sociale. Il rischio è quello della banalizzazione. 

 Henri Julien-Félix Rousseau «Foresta Vergine con tigri e cacciatori» (1907)

Nella migliore delle ipotesi, infatti, la questione ambientale rischia di essere relegata all’ambito dell’etica e confinata nel settore del volontariato. Spesso, anzi, essa viene ritenuta solamente un’istanza di ordine estetico, incoraggiata da illazioni di stravaganti sognatori. Il cantico stesso di Francesco, suo vessillo ed emblema, non è altro che linguaggio poetico, evasione retorica, lontana dai problemi concreti, quelli imposti dall’economia, dalla demografia, dalla disoccupazione. Sono ancora la maggioranza, infatti, gli specialisti persuasi che l’investimento nell’innovazione tecnologica, posta a servizio della massimizzazione dei profitti, sia molto più efficace, ad esempio, di una politica sulla raccolta diversificata dei rifiuti, come pure di un’agenda sugli investimenti in energie rinnovabili.
Questo rischio affonda le radici in quella schizofrenia, evidenziata da Papa Francesco nel discorso rivolto alla Pontificia Accademia delle scienze sociali, che contrappone il mondo dell’efficienza, della produttività, del profitto e della finanza a quello della solidarietà, dell’assistenza e del volontariato sociale. Ai sostenitori del profitto, del resto, lo “scarto”, la povertà, appaiono strutture connaturali al vivere sociale, semplici controindicazioni, cui si rimedia con l’apporto assistenziale dei volontari, mentre il progresso può continuare a tener dritta la barra sul versante della produttività. Nell’attuale crisi culturale, sociale, economica, non basta più infatti il volontariato e ancora meno l’elemosina: forse, non è più sufficiente nemmeno la sola salvaguardia del bene comune. Occorre una rivoluzione antropologica, che parli il linguaggio della fraternità. E a questo proposito, il Papa della Laudato sì fa ancora riferimento a Francesco d’Assisi, l’inventore del vivere fraterno, quello del Cantico di frate sole, che fa da incipit all’enciclica sulla casa comune.
È vero: per la stessa Laudato si’ la questione ambientale non può interessare solamente il piano estetico, patrimonio di poeti e utopisti, e non può bastare neppure quello etico, promosso dai militanti del terzo settore. Essa, infatti, non funge solo da esortazione per la costituzione di un sistema morale a garanzia di nuovi comportamenti, nuovi stili di vita. L’obiettivo principale della Laudato si’ non si esaurisce nell’istanza del compito formativo; la questione posta dall’enciclica sull’ecologia integrale, infatti, è innanzitutto di natura antropologica: «Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (n. 116). Il servizio alla casa comune, per i cristiani, è addirittura una questione di fede, come affermava già anni or sono Giovanni Paolo II: «I cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede» ( Messaggio per la giornata della pace , 1990).

di Giuseppe Buffon

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19 dicembre 2018

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