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Il rischio
del libero arbitrio

· Il film «A Hidden Life» di Malick proiettato alla Filmoteca Vaticana ·

Lo scorso 4 dicembre si è svolta nelle sale della Filmoteca Vaticana la proiezione di A Hidden Life di Terrence Malick, alla presenza del grande regista americano. Il film era stato presentato all’ultimo festival di Cannes e sta uscendo in queste settimane in molti Paesi.

Una scena dal film «A Hidden Life» (2019)

Il giovane contadino Franz Jägerstätter (August Diehl) è l’unico abitante di un piccolissimo comune austriaco a essere contrario all’annessione della nazione da parte della Germania nazista. La sua posizione porterà lui e sua moglie Franziska (Valerie Pachner) a essere ostracizzati dal resto della comunità. Quando verrà reclutato dall’esercito del Reich, Franz si rifiuterà di combattere per Hitler anche perché profondamente cattolico. La coerenza delle sue scelte lo porterà a essere processato per tradimento, con il rischio della pena di morte, ma forse determinerà anche il risveglio di molte coscienze.

Malick porta sullo schermo la biografia di un personaggio realmente esistito, un obiettore di coscienza beatificato nel 2007. Ma il suo racconto non ha nulla dei tratti didascalici e rassicuranti tipici dei biopics oggi tanto di moda. Dal punto di vista dei contenuti e della visione del mondo che li sottende, Malick raggiunge qui gli antipodi rispetto ai primi passi mossi nel cinema negli anni Settanta. Nei meravigliosi Badlands (1973) e Days of Heaven (1978), folgoranti opere d’esordio assimilabili a un dittico, un determinismo dal sapore biblico e profondamente legato al lato oscuro del sogno americano impregnava le esistenze dei personaggi di un fatalismo quasi magico. Sempre su quell’onda d’ispirazione — anche se dopo vent’anni di pausa dallo schermo — con The Thin Red Line (1998) e The New World (2005) Malick presentava la storia dell’uomo come dominata da inesorabili meccanismi fisiologici, alla stregua di processi naturali. Mentre in The Tree of Life (2011) il determinismo veniva spezzato soltanto con il ricorso alla trascendenza. Qui, invece, Malick ci parla finalmente di libero arbitrio. Della scelta individuale e «capricciosa» che si insinua come un puntello nella roccia della storia, come un granello nel meccanismo delle derive totalitarie del Novecento. La vicenda di Franz è una di quelle «vite nascoste» di cui parla George Eliot nell’epigrafe che chiude il film, e su cui poggiano enormi porzioni di storia senza però che la vulgata riesca ad apprezzarne la portata, e sappia farle emergere sulla superficie della memoria.

Ecco allora che, con un’umiltà non così comune per un’artista del suo livello, Malick contribuisce alla costruzione di questa memoria storica per mano di un film che vuole essere prima di tutto un’opera di impegno sociale e morale. Non a caso, il regista asciuga anche il proprio stile, rinunciando al montaggio ipertrofico degli ultimi lavori e tornando sostanzialmente al repertorio espressivo della fase centrale della sua carriera. Un modo più piano di raccontare che d’altronde era già stato annunciato dal regista prima dell’inizio delle riprese, e in cui tornano a farsi notare le interpretazioni degli attori, in questo caso straordinarie.

Gli stacchi nervosi e le angolazioni esasperate non mancano, ma il regista stavolta li riserva a precisi accenti del racconto. Fra gli strascichi delle ultime sperimentazioni, rimane invece l’uso abbondante del grandangolo, che però qui non svolge solo una funzione lirica, ma anche quella strettamente drammaturgica di sottolineare, con le sue distanze dilatate, la situazione mathesoniana in cui si trovano Franz e sua moglie, unici dissidenti in una comunità ristretta in cui il verbo nazista sembra essersi diffuso come un morbo.

Dell’atteggiamento naturalista, verista, rimane invece la scelta di aggirare l’introspezione dei personaggi per far filtrare la loro psicologia direttamente attraverso la fenomenologia dei gesti e delle espressioni. Dettagli intercettati come di consueto con piglio impressionista da una cinepresa che è sì meno mobile, ma non per questo meno vigile.

Malick torna dunque al vertice delle sue capacità espressive. Qualità che in To the Wonder (2012) e Knight of Cups (2015) erano state un po’ sommerse da virtuosismi tecnici non supportati da un sufficiente slancio poetico, ma che già nel sottovalutato Song to Song (2017), ideale chiusura di una trilogia intimista, avevano dato segni di netta ripresa. E che ora confluiscono nella nuova perla di una delle filmografie più entusiasmanti di sempre.

di Emilio Ranzato

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