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Il restuaruo della riconciliazione

· Nel Santo Sepolcro a Gerusalemme ·

Chi visita la Terra Santa per la prima volta, spesso descrive l’esperienza come “la scoperta di un quinto vangelo”, poiché ogni pietra e ogni nome di strada rende intensamente vivi gli eventi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Al centro di questa esperienza c’è la città vecchia di Gerusalemme, dove i cristiani seguono le orme di Gesù, rivivendo gli eventi della Settimana Santa e della Pasqua mentre percorrono la Via Dolorosa, o la Via della Croce, fino al luogo della sua crocifissione, sepoltura e resurrezione. 

I pellegrini giungono da ogni parte del mondo e da tutte le diverse tradizioni cristiane. Ma le grandi folle costituiscono anche grandi sfide per la conservazione dei luoghi sacri. Da anni, l’Edicola, ovvero la cappella decorata all’interno della basilica del Santo Sepolcro che ospita la tomba di Gesù, danneggiata dalle folle di pellegrini, dall’inquinamento e dagli alti livelli di umidità necessitava urgentemente di riparazioni.

Lo scorso maggio è iniziato un intenso programma di restauri, sotto la supervisione di un team di esperti dell’università tecnica nazionale di Atene, con un budget stimato attorno ai 3,5 milioni di dollari.
Le tre chiese principali, ovvero quelle greco-ortodossa, armena e cattolica (attraverso la Custodia francescana), alle quali l’accordo status quo affida la conservazione dei luoghi sacri, hanno supervisionato il lavoro e contribuito al finanziamento, insieme al governo greco, l’autorità palestinese, la famiglia reale giordana, il Fondo mondiale per i monumenti e altri donatori privati.
L’archimandrita Aristovoulos, primo cantore della Chiesa greca-ortodossa nella basilica del Santo Sepolcro, ha affermato che l’atteggiamento delle chiese è stato un fattore importante per la riuscita del progetto. Ha osservato che esse hanno offerto ospitalità e sostegno ai team tecnici, oltre a ispirare fiducia assicurandosi che i loro rendiconti finanziari fossero scrupolosamente «limpidi e chiari».
Anche il Vaticano ha donato un milione di dollari per il progetto in corso e per il restauro della basilica della Natività a Betlemme. Questi soldi serviranno per la prossima fase del lavoro nel Santo Sepolcro, i cui costi previsti si aggirano attorno ai sei milioni di dollari.
Essa includerà l’innalzamento del pavimento intorno all’Edicola per cambiare le tubature e consolidare le fondamenta del santuario al fine di evitare eventuali danni da terremoto.
Il 22 marzo, il patriarca ecumenico Bartolomeo i e i leader di tutte le Chiese a Gerusalemme si sono riuniti per ridedicare la tomba appena restaurata, finalmente sgomberata dai puntelli in metallo messi dai britannici nel lontano 1947 per impedire che l’edificio cedesse.
Ai greco-ortodossi, agli armeni e ai cattolici si sono uniti leader delle Chiese copta, sira ed etiope, nonché rappresentanti delle comunità anglicana, luterana e protestante in Terra Santa.
L’arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, ha reso omaggio alla “testimonianza di fede, dialogo e rispetto” delle diverse Chiese alle quali è stata affidata la cura del santuario, mentre il patriarca greco-ortodosso Theophilos iii ha descritto la cappella appena restaurata come «un dono non soltanto per la Terra Santa, ma per il mondo intero». La ri-dedicazione giunge prima delle celebrazioni pasquali, che quest’anno per i cristiani della tradizione occidentale e orientale cadono negli stessi giorni.
Trattandosi del cuore della memoria cristiana, proprio per questo oggetto da secoli di conflitti tra sacerdoti o monaci, che litigavano su chi fosse responsabile delle varie parti del santuario, la ri-dedicazione è stata un momento estremamente positivo di cooperazione ecumenica riuscita.
Secondo il padre delle missioni africane, il belga Frans Bouwen, che segue da vicino le relazioni tra le Chiese, la liturgia pubblica è stata un segno visibile del lento ma significativo progresso compiuto nell’ultimo mezzo secolo. Anche se le guide turistiche amano ricordare le tensioni (per esempio indicando una scala, in alto sulla facciata, che denota il possesso armeno di quella parte dell’edificio), secondo padre Bouwen le relazioni sono migliorate e i rappresentanti delle dodici comunità principali ora s’incontrano regolarmente, discutono i problemi comuni e pubblicano dichiarazioni congiunte.
Padre Frans, che ha studiato a Roma con quello che sarebbe stato il futuro patriarca Bartolomeo, vive a Gerusalemme da ormai quasi cinquant’anni. Collabora strettamente con il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani come membro delle commissioni internazionali congiunte per il dialogo con le Chiese ortodosse e con le Chiese ortodosse orientali. Osserva che, dopo secoli di allontanamento e di aperta ostilità, il clima è iniziato a cambiare con la visita di Papa Paolo vi a Gerusalemme nel 1964. Oltre all’abbraccio con il Patriarca ecumenico Atenagora e la levata delle reciproche scomuniche, padre Frans sottolinea l’importanza dell’incontro del Papa con il patriarca di Gerusalemme Benedictos, «poiché per la prima volta il Patriarcato greco si è sentito riconosciuto», e capace di iniziare a sviluppare relazioni con altre Chiese.
L’aggravarsi delle tensioni politiche negli anni Novanta dello scorso secolo ha costretto anche le Chiese a riconoscere la necessità di fare fronte unito per lavorare per la pace e la riconciliazione tra palestinesi e israeliani. Al culmine dell’intifada, sostiene padre Frans, i capi delle Chiese «hanno sentito il bisogno di consultarsi e di vedere che cosa potevano dire e fare insieme».

di Philippa Hitchen

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18 settembre 2019

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