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​Il recupero dell’ermeneutica

· Contro la marginalizzazione delle scienze umanistiche ·

Il volume Issues of Interpretation. Texts, Images, Rites , pubblicato in questi giorni da Franz Steiner Verlag e curato da Carlo Altini, Philippe Hoffmann e Jörg Rüpke (Stuttgart, 2018, pagine 274, euro 59), non intende proporre una nuova storia del concetto di interpretazione lungo i secoli, ma piuttosto promuovere un tentativo, tanto ambizioso quanto riuscito, di far dialogare antropologi, storici e filosofi su una questione di vitale importanza per il presente e persino per il futuro delle scienze umane e sociali. 

Diversi sono i materiali di lavoro utilizzati dagli autori, diversi i loro metodi di indagine e gli strumenti concettuali impiegati, diversi i risultati ottenuti, ma comune è l’obiettivo di fondo: mostrare come la vocazione esegetica delle humanities non costituisca affatto un limite che le condanna all’isolamento o comunque alla necessità di prendere a prestito modelli tipici delle scienze naturali, ma sia al contrario il terreno proficuo su cui provare a imbastire un incontro proprio con queste discipline, sempre più interessate allo sviluppo di teorie non deterministiche di spiegazione dell’universo (si pensi, per ciò che riguarda la fisica, alla teoria delle stringhe o al modello standard). Il volume — frutto di due convegni organizzati, nel 2013 e nel 2014, a Modena dalla Fondazione Collegio San Carlo, in collaborazione con il Max-Weber-Kolleg dell’Università di Erfurt e l’École Pratique des Hautes Études di Parigi — raccoglie interventi in italiano, inglese, francese e tedesco di giovani ricercatori e di studiosi di fama internazionale, che si cimentano su un ampio ventaglio di temi: dal rapporto tra auctoritas e interpretatio nella giurisprudenza romana alla concezione della storia in Machiavelli, da questioni di teologia islamica al problema della traduzione nella riflessione filosofica moderna e contemporanea, dall’interpretazione del mito da parte di Vico a ricerche etnografiche sulle religioni indiane. Per brevità, vorrei qui concentrarmi soltanto su due saggi della raccolta.

Nel primo dei contributi che ho scelto di presentare, Harry O. Maier si propone di chiarire il ruolo centrale che le immagini svolgono nel corpus paolino come strumenti di persuasione, argomento peraltro già affrontato in modo più esteso e sistematico nel volume del 2013 Picturing Paul in Empire: Imperial Image, Text and Persuasion in Colossians, Ephesians and the Pastoral Epistles. Anzitutto, Maier rivendica il valore degli artefatti visuali (mosaici, sculture, monete, rappresentazioni funerarie, ecc.) quali documenti storici indispensabili per comprendere le strategie retoriche adottate dagli autori degli scritti biblici, di contro alla tendenza a suo dire piuttosto diffusa tra gli interpreti di ritenerli un semplice sussidio, importante sì ma secondario, rispetto all’analisi diretta dei testi. Tale atteggiamento di diffidenza sarebbe attribuibile per Maier a due ragioni essenziali: da una parte, la convinzione che il cristianesimo delle origini, almeno fino alla metà del secondo secolo, abbia prodotto una cultura religiosa povera di immagini, se non addirittura aniconica; dall’altra parte, la persistenza di un motivo antipagano, di derivazione biblica e ampiamente utilizzato dai primi apologisti, secondo il quale il mondo greco-romano avrebbe tributato un’eccessiva devozione proprio alle immagini. Quale che sia la motivazione, Maier osserva che mentre le ricerche sulla cultura orale, grazie soprattutto all’impulso offerto dagli studi di Walter Jackson Ong, hanno da tempo permesso di mettere a punto raffinati dispositivi storico-critici, la cultura visuale riveste ancora un ruolo tutto sommato marginale nell’esegesi biblica: «Gli interpreti hanno imparato ad ascoltare, ma è necessario che trovino anche gli occhi per vedere». Eppure, in ambienti dominati dall’analfabetismo, le immagini dovevano essere probabilmente il principale mezzo di comunicazione. Per rendersene conto basterebbe pensare all’Institutio oratoria di Quintiliano, che riconosce la funzione centrale svolta dal linguaggio evocativo nella pratica oratoria grazie alla capacità di “mostrare” all’uditorio immagini vivide, immediatamente riconoscibili e in grado di provocare emozioni precise: «È un grande pregio esprimere gli argomenti di cui parliamo in modo chiaro e tale da renderli visibili perché il discorso non produce un effetto sufficiente e non domina pienamente come dovrebbe se la sua efficacia arriva solo fino alle orecchie e se il giudice crede che ciò su cui deve giudicare gli venga solo raccontato, non rappresentato e mostrato agli occhi della mente». E Paolo non doveva essere certo estraneo a questi espedienti retorici, anzi l’idea di Maier è che nelle sue epistole abbia rivendicato l’universalità della fede cristiana in chiave anti-imperiale servendosi non solo delle metafore veterotestamentarie, ma anche del linguaggio e dell’immaginario costruito dall’impero, senza dubbio familiare ai suoi destinatari. Suggestivo è pertanto l’accostamento proposto dall’autore tra un passo paolino e una scena scolpita sulla Colonna Traiana, il monumento eretto nel 113 dell’era cristiana per celebrare le vittoria dei romani sui daci. Un brano dell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2, 10-11: «ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre») può ricordare il rilievo in cui l’imperatore Traiano si erge dinanzi alle popolazioni sconfitte, che, prostrate ai suoi piedi, sembrano invocare la sua clemenza e riconoscere la sua grandezza. Lo scarto abissale tra i due episodi sta però nel fatto che Paolo inverte i termini e il significato dell’immagine a cui forse si richiama, invitando chi lo ascolta a non identificarsi con i vincitori, ma con i vinti: a differenza della sottomissione a Traiano, la sottomissione a Cristo non implica affatto vergogna e disonore. La logica sottesa al trionfo militare romano, la cui presenza doveva essere pervasiva nelle città, al centro come alla periferia dell’impero, viene perciò completamente capovolta: «Paolo — conclude Maier — abitua i suoi ascoltatori a vedere con nuovi occhi. Insegna loro una nuova grammatica per interpretare in modo originale il significato di categorie antiche, quali vittoria, sconfitta, successo, debolezza e forza».
La seconda ricerca su cui vorrei soffermarmi brevemente riguarda la rilettura critica avanzata da Jörg Rüpke del Commento a Daniele attribuito a Ippolito, una figura enigmatica la cui identificazione è molto dubbia, ma che con ogni probabilità doveva svolgere incarichi di un certo rilievo nella comunità cristiana di Roma. Diviso in quattro libri, il Commento ci è giunto nella sua interezza in una versione slava e in una traduzione greca, quest’ultima conservata in un manoscritto del Monte Athos gravemente danneggiato. Studi recenti hanno collocato la composizione del testo all’inizio del terzo secolo, e in particolare al 204 dell’era cristiana, per via di un decreto anticristiano adottato da Settimio Severo di cui si parla anche nell’ Historia Augusta . L’intento del Commento sarebbe stato pertanto consolare i cristiani perseguitati e opporsi alla decisione dell’imperatore di costringere i sudditi a venerare la sua immagine nelle sembianze di un dio. In realtà, per Rüpke, molti dei dati evocati sono più che discutibili: l’ Historia Augusta è un documento non credibile per la ricostruzione del regno di Settimio Severo, così come accade per numerose altre informazioni biografiche da essa tramandate; nel Commento non si trovano cenni a persecuzioni nella Roma del tempo; inoltre, né nel Libro di Daniele né nel testo di Ippolito si fa menzione di re o imperatori interessati alla venerazione della propria immagine né a sudditi che si rifiutano di obbedire a ordini di questo tipo. Infine, nota ancora Rüpke, un passo del testo di Ippolito, in cui si parla della decisione di «chiamare tutti romani», potrebbe essere un riferimento indiretto all’editto di Caracalla, il che ritarderebbe la datazione usuale dello scritto di circa un decennio (comunque dopo il 212 dell’era cristiana). Mostrando una grande attenzione alla cronologia e intessendo un dialogo costante con il suo uditorio, talvolta fittizio, talvolta identificato in «donne e vergini», il Commento per Rüpke potrebbe rispondere in prima istanza a una motivazione diversa da quella finora ipotizzata. Potrebbe essere cioè il tentativo di ripensare e ridefinire l’identità della minoranza dei christianoi, in un momento sia di grande incertezza tra i vari gruppi di credenti, sia di istituzionalizzazione del cristianesimo. Sarebbe infatti fuorviante, spiega in conclusione Rüpke, voler vedere all’opera nel Commento quelle religioni e quelle confessioni nettamente distinte a cui siamo abituati dalla modernità, non tenendo conto dell’estrema porosità dei confini tra credenze e fedi tipica dell’antichità.
Dai due saggi che ho qui provato a illustrare emerge come uno dei compiti principali delle discipline umanistiche consista nella messa in questione costante delle acquisizioni già raggiunte dalle ricerche precedenti: del resto, difficilmente potrebbe esservi storia senza interpretazione delle fonti, filosofia senza interpretazione dei testi o antropologia senza interpretazione delle culture. Ecco allora che proprio il recupero dell’ermeneutica può rivelarsi un potente antidoto contro la marginalizzazione accademica e sociale a cui sono esposte oggi le scienze dell’uomo.

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26 maggio 2019

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