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Il realismo
del Vangelo

· Per una risposta concreta all’ingiustizia ·

Se nei primi discorsi del Papa in Mozambico l’accento era stato sul tema della gioia e della pace (pace, speranza e riconciliazione erano i tre striscioni dispiegati dai giovani nell’incontro allo stadio Maxaquene) nel finale di questa rapida visita il tema che è emerso è stato quello della giustizia. Del resto non ci può essere pace senza giustizia e il giovane stato del Mozambico ha una profonda sete di giustizia. È la giustizia dunque il perno dell’omelia che il Papa ha pronunciato sotto una pioggia scrosciante nello stadio di Zimpeto. In mezzo tra i due discorsi iniziali e questa omelia ci sono stati altri due incontri, quello con i vescovi, sacerdoti, religiosi e catechisti nella cattedrale di Maputo e poi la visita all’Ospedale di Zimpeto, due incontri durante i quali il Papa ha parlato del tema della stanchezza, anzi delle due stanchezze. Perché in fondo due sono le stanchezze che possono affliggere gli uomini: quella di Zaccaria e quella di Maria, che poi è la stessa del Buon Samaritano. Nel discorso in cattedrale il Papa si è concentrato sull’incipit del Vangelo di Luca che ci offre la scena della duplice annunciazione: quella della nascita di Giovanni Battista e quella di Gesù. La prima avviene nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme, ad un uomo, un sacerdote. La seconda in un oscuro paesino, Nazaret, della provincia più remota della Palestina, la Galilea, ad una giovane donna. Non ci potrebbe essere contrasto maggiore. E sappiamo i diversi esiti dei due avvenimenti: il mutismo di Zaccaria e il canto di lode di Maria che magnifica la grandezza del Signore che ha visto e si è chinato sulla sua piccolezza. «Il sacerdote è una persona molto piccola», ha osservato Francesco, «il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà». In questo contesto paradossale e vertiginoso, all’uomo è affidata la scelta su quale strada prendere al bivio della vita: entrambe le vie portano alla stanchezza, ma una è quella di Zaccaria, dell’ansia per il potere, della mondanità, del voler fare tutto da sé e controllare la propria vita e quella altrui, l’altra è quella di Maria che si stanca perché esce fuori da sé, si muove e va dalla cugina Elisabetta che ha bisogno, le si avvicina, le diventa prossima. E la prossimità stanca. Il Papa lo ha ripetuto con veemenza nella cattedrale ai “chierici”, così come stanca farsi prossimo diventando Buon Samaritano per i fratelli che soffrono e sono feriti dalla vita. È questa la figura che diventa il faro dell’azione per chi, come gli operatori dell’ospedale di Zimpeto, ha scelto di «ascoltare il grido silenzioso, quasi impercettibile» dei bisognosi, dei malati, degli altri che anche se sconosciuti richiedono qualcosa di piccolo e gigantesco al tempo stesso: l’attenzione dell’amore. Quanta fatica, quanta stanchezza, ma quanto frutto, quanta gioia diffusa da mani povere ma riempite dalla povertà di Gesù. Se si sceglie la via facile di Zaccaria si perde la propria parola, e diventa impossibile raccontare la propria vita che diventa muta, anonima, arida, vuota; la via difficile porta invece alla fatica minuziosa e paziente della prossimità, e allora la vita diventa canto, parola, e non una parola vaga ma precisa, diventa quel “sì” che permette di trovare, dice il Papa, «in questa salutare stanchezza la fonte della nostra identità e felicità».

Non è una collezione di pensieri edificanti il progetto che il Papa presenta agli uomini e alle donne di Chiesa raccolti nella cattedrale o nell’ospedale, è il progetto del Vangelo, niente di più concreto e direi realistico. All’inizio del discorso in cattedrale c’è un accenno a questo approccio realistico che poi ritroviamo nell’omelia finale nello stadio di Zimpeto, quando il Papa ha chiesto allo Spirito Santo di donare sempre agli uomini «la lucidità di chiamare la realtà con il suo nome».

Commentando il passo del vangelo di Luca, “amate i vostri nemici”, forse il più estremo e paradossale di tutta la Scrittura, Francesco nell’omelia ha affermato che «Gesù non è un idealista, che ignora la realtà; sta parlando del nemico concreto, del nemico reale […] Gesù non ci invita a un amore astratto, etereo o teorico, redatto su scrivanie per dei discorsi. La via che ci propone è quella che Lui stesso ha percorso per primo, la via che gli ha fatto amare quelli che lo tradivano, lo giudicavano ingiustamente, quelli che lo uccidevano».

Il Papa, realisticamente, sa bene che «è difficile parlare di riconciliazione quando sono ancora aperte le ferite procurate da tanti anni di discordia», ma sa anche che sulla legge del taglione non si costruisce una società cristiana e soprattutto che «nessun paese ha futuro se il motore che lo unisce è la vendetta e l’odio». L’atteggiamento che il Vangelo propone e che il Papa comunica, è «un atteggiamento non da deboli, ma da forti». Il Papa è appunto realistico, con lucidità chiama la realtà con il suo nome: «Il Mozambico possiede un territorio pieno di ricchezze naturali e culturali, ma paradossalmente con un’enorme quantità di popolazione al di sotto del livello di povertà. E a volte sembra che coloro che si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare abbiano altri interessi». Adesione quindi alla realtà e comprensione della complessità di una storia e di una società, ma al tempo stesso apertura all’irruzione dello Spirito: «Gesù ci spinge ad essere protagonisti di un altro stile di vita […] ciò che lo Spirito viene a infondere non è un attivismo travolgente ma, innanzitutto, un’attenzione rivolta all’altro, riconoscendolo e apprezzandolo come fratello fino a sentire la sua vita e il suo dolore come la nostra vita e il nostro dolore. Questo è il miglior termometro per scoprire le ideologie di ogni genere che cercano di manipolare i poveri e le situazioni di ingiustizia al servizio di interessi politici o personali».

Tutto parte sempre da quell’attenzione che per Simone Weil era la realtà più vicina alla preghiera. L’attenzione porta all’azione, all’avvicinarsi agli altri, ma qui scatta la terribile ambiguità del farsi prossimo: ci avviciniamo agli altri per servirli o per servirci di loro? Per manipolare o per renderci disponibili al bisogno dell’altro sofferente? Il Papa che incessantemente interpella le coscienze con le sue parole si fa compagno di viaggio di chi vuole ascoltarlo, attentamente. Seguiamolo anche noi nel suo viaggio che ora lascia alle spalle il Mozambico e prosegue verso il Madagascar.

Andrea Monda

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23 ottobre 2019

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