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Il re dei terrapieni

· Paesaggi estivi ·

Viaggio nel “mondo piccolo” di Stifter e Kavanagh

In un paesaggio montano, collinare o lacustre di un paio di secoli fa, tra il Nord Italia, l’Austria e la Boemia, avreste potuto incontrarlo seduto ai limiti di un boschetto o davanti alla quinta spalancata di una valle sormontata da montagne ancora innevate. Lui faceva lo scrittore ma l’estate amava dipingere. Dipingere era per lui affidare alla memoria della tela i dettagli più nascosti di un paesaggio, esattamente come quando si trovava di fronte al foglio bianco: sia come pittore che come scrittore Adalbert Stifter amava registrare le oscillazioni più impercettibili del pendolo dell’esistenza, ritraeva le sottigliezze della realtà con un amore particolare per tutto quello che in un paesaggio sembra immobile eppure contiene in sé la forza antica, cristallizzata ma solenne delle montagne. Lo attraeva la vita delle pietre, l’energia nascosta nei minerali: amava raffigurare la roccia sia come simbolo silenzioso di una trama sia come oggetto privilegiato del pennello. Stifter, secondo Nietzsche e Thomas Mann uno dei più grandi prosatori dell’Ottocento non solo tedesco, è il punto di partenza di questa riflessione su quanto nei nostri sguardi estivi può facilmente sfuggirci: una roccia che spunta in un ghiaione, il sassolino sul greto di un fiume o quello levigato come una palla di biliardo sulla battigia, un grumo di terra che nasconde il lavoro alacre delle formiche. Stifter amava così tanto le pietre da farne il titolo della sua più celebre raccolta di racconti che si intitola appunto Pietre Colorate. Scorriamo i nomi dei sei racconti: Tormalina, Cristallo di Rocca, Pietra Calcarea, Mica, Calcite, Granito.

Ma la sua poetica è quella che può suggerirci un metodo di sguardo. Attenzione, scriveva nella prefazione a Pietre Colorate nell’edizione del 1852, per scoprire il mistero del mondo è bene non lasciarsi ammaliare dai prodigi naturali, da fenomeni portentosi come una violenta tempesta, l’eruzione di un vulcano, l’erompere di una cascata. Il segreto della vita sta invece per lui nel ripetersi di fatti minimi, apparentemente anonimi e quotidiani: «il soffio dell’aria, il mormorio dell’acqua, il crescere del frumento, il verdeggiare della terra: in questa mite ripetizione c’è la vera grandiosità che custodisce il mondo: la forza che fa montare e traboccare il latte nella casseruola di una contadina è la stessa che spinge in alto la lava nella montagna che erutta fuoco per farla scivolare poi giù per i fianchi dei monti».

Il segreto della vita, dunque, e la pietra, l’oggetto forse più inanimato del mondo che ci circonda e che però a pensarci bene è quello che più a lungo è stato in compagnia dell’uomo. Sfiorate, scostate o scalciate senza pensarci troppo, oppure scagliate nel vuoto, ma ci sono state come da sempre le pietre.

Inevitabile pensare che perfino una qualunque nasconda i segreti delle generazioni che ci hanno preceduto, che abbia immagazzinato nella sua materia inerte la vita che come l’acqua di un fiume le è scorsa attorno. E i poeti questa cosa l’hanno sempre saputa. «Le otto e mezza e non si vede nulla / nel raggio di un miglio, neanche lo straccio di un’ombra / che potrebbe mutarsi in un uomo o una donna, neanche / un’orma a saggiare i segreti della pietra». Patrick Kavanagh poeta irlandese che come Stifter vive in osmosi con le vibrazioni nascoste della natura, tutto questo vede attorno a sé in una sera di luglio e aggiunge sereno: «Qui possiedo tutto ciò che di solito i poeti detestano in vece / di quelle chiacchiere solenni di contemplazione. /(…) Una strada, un regno che misura un miglio. E sono re / di terrapieni, pietre e di ogni cosa che sboccia».

Bono, il leader degli U2 che si è spesso dichiarato debitore di Kavanagh, sicuramente si è ricordato di questi versi aprendo quel gioiello rock che è Beautiful Day. Vale la pena di leggere in inglese i primi due versi: «The heart is a bloom, / shoots up through the stony ground». Ovvero: Il cuore è come un fiore che sboccia, che salta fuori da un pavimento di pietra.

Già perché nella natura misteriosa della pietra c’è questo custodire in un abbraccio inconsapevole la vita che spunta tra le sue fibre silenziose. Come nella splendida lirica Il Paesaggio di Harry Martinsson, poeta svedese tra i maggiori del Novecento.

«Il paesaggio sa tutto / attraverso il suo essere alternante / e attraverso la sua abitudine / a tutto quello che un paesaggio incontra. / Ha abitudini e primavere. / I muschi si approfondiscono lentamente / nei segni delle cicatrici delle pietre / anno dopo anno».

Altre volte è la rugiada che si stende sulla superficie del terreno che rinfresca e feconda il pensiero del poeta all’alba in campagna. Ancora Martinsson: «Presto si alza il vecchio. Esce di nascosto dalla casa mentre i giovani ancora dormono. / Sa che la sua vita è breve. / Il levarsi del sole vuole vedere / e la rugiada che tuttora giace / non ancora alzatasi come i giovani. / Davanti ai suoi piedi salta una rana / verso la selva attraverso la rugiada. / Il vecchio la segue e pensa: / potrebbe essere il mio stesso cuore / che salta nella rugiada».

C’è poi il fascino, anche in questo caso antico quanto il mondo, della pietra preziosa, la malìa di un tesoro nascosto nelle profondità della terra. Novalis, il più grande poeta romantico, rabdomante del senso celato in ogni elemento della natura, ma che nella vita fu anche ingegnere minerario, così descrive nell’Enrico di Ofterdingen, l’incanto portentoso di una gemma smarrita nel bosco da una principessa. Al di là della suggestione medievaleggiante colpisce la capacità del poeta di sondarne il mistero e di collegare simbolicamente mondo umano e mondo materiale.

«C’è nella pietra un misterioso segno / profondamente affondato nel suo sangue ardente. / Lo si può paragonare a un cuore / in cui posa l’immagine della sconosciuta /. Attorno a quello sfavillano mille scintille / attorno a questo fluttua un’onda luminosa / in quello è sepolta luce di splendore / avrà questo anche il cuore dei cuori?».

Anche intimo e fraterno può essere il rapporto dell’uomo con un ciottolo raccolto in terra. Certo, anche in questo caso ci vogliono gli occhi e la penna sobria e sensibile di un poeta come il polacco Zbigniew Herbert in questa lirica che si intitola semplicemente Il ciottolo.

«Il ciottolo è una creatura perfetta / uguale a se stesso / attento ai propri confini /(…) con un odore che non ricorda nulla / non spaventa nulla, non suscita desideri / (…) provo un grave rimorso / quando lo tengo nel palmo / e un falso calore / ne pervade il nobile corpo. / I ciottoli non si lasciano addomesticare / fino alla fine ci guarderanno / con un occhio calmo e molto chiaro».

Così le prospettive si sono capovolte. Dal poeta pittore che osservava la pietra in cerca dei suoi riposti segreti, arriviamo alle pietre che continuano serenamente a guardare noi, senza elemosinare vita né calore; forse stupite, se potessero parlare, di fronte a questo strano animale che è l’uomo, costantemente affamato di senso, così debitore degli incanti del mondo, anche della loro statica, scabra ma perenne bellezza.

di Saverio Simonelli

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23 novembre 2019

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