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Il racconto di Ilaria

È morta a Bangui il 10 marzo 2007. Ilaria Meoli stava tornando da un viaggio in Italia intrapreso per accompagnare, lei medico, un missionario malato, ma poi aveva rapidamente fatto ritorno alla sua terra di missione, dove era impegnata attivamente nella costruzione di un ospedale a Bossemptélé, in quella Repubblica Centroafricana che il Papa sta per visitare. Ilaria era una monaca carmelitana che nella sua esigente vocazione aveva oscillato fra un impiego missionario della professione medica e la vita contemplativa.

Dopo la sua morte un sacerdote teologo a lei legato da anni di amicizia, Maurizio Gronchi, ha pubblicato una sorta di diario spirituale (Accetto tutto, Edizioni Ocd): riflessioni interiori, molto personali, che hanno accompagnato la sua vocazione religiosa e la sua vita. È la storia di una giovane donna che decide di diventare carmelitana e vive alcuni anni a Torino, dove porta a termine gli studi di medicina e pronuncia i voti perpetui.

Fra momenti di scoramento, frequenti sensazioni di inadeguatezza, solitudine e lontananza da Dio, in un racconto di umile sincerità si vede maturare una vocazione profonda e vera, passata al setaccio di uno spirito critico in alcune circostanze quasi esasperato, di una severità verso se stessa che non concede facili sconti. «Cerco la verità, come al solito… la verità di me stessa nella relazione che mi costituisce e in tutte le altre relazioni» scrive mentre si domanda se deve diventare missionaria. E continua: «Non sono che una povera donna impastata di povertà e di solitudine. Ancora vorrei fuggire lontano, ma rimango… nella speranza che sia amore».

Mai una caduta nel linguaggio dolciastro e facile al quale tanto spesso ricorrono non pochi scrittori di vita spirituale, indagatori del mondo interiore di persone che compiono una radicale scelta religiosa. E non c’è traccia di fanatismo, nulla di risolto definitivamente. Il rapporto con Dio è vissuto infatti giorno per giorno, con attenzione e sincerità, senza ricorrere a facili richiami a superficiali ideologie dell’amore o della pace.

Leggendo questo diario ci si domanda quanti di coloro che oggi vivono una scelta religiosa o sacerdotale condividano questa profondità e questo rigore, questa capacità di non scivolare mai in un facile adattamento al tran tran quotidiano. L’esempio di Ilaria costituisce da solo la testimonianza di come essere cristiani sul serio significhi vivere nel dubbio, nella ricerca, non nella tranquillità di una norma rassicurante. Niente di più diverso dall’estremismo religioso in mezzo al quale lei aveva scelto di vivere.

Anche le sue considerazioni sulla situazione tremenda in cui si trova sono semplici, senza retorica: «Qui è vero che la rassegnazione è grande, ma il dolore è sempre dolore, e la povertà è sempre povertà». Il suo atteggiamento è molto lontano da quello di chi vive queste situazioni con la superiorità di chi viene a portare rimedi scientifici: «Penso che l’ospedale dovrà essere anche il luogo in cui ci si dovrà preparare a morire e in cui noi stessi, i “guaritori”, dovremo sapere fare i conti con la morte che, inesorabile, arriva…».

E anche le parole con le quali consegna l’anima a Dio sono scabre, senza sentimentalismi, ma cariche di significato: accetto tutto.

di Lucetta Scaraffia

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26 gennaio 2020

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