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Il punto di vista obliquo

· ​Ricordo del regista statunitense Michael Cimino ·

Con la scomparsa di Michael Cimino il cinema americano perde uno dei suoi più grandi autori in assoluto. Anche se la perdita risale in realtà a molto tempo fa, dato che il regista non girava film già da vent’anni. Ma in pratica, risale addirittura al monumentale flop de I cancelli del cielo (1980), evento che ha segnato la sua carriera e la fine, non solo cronologica, della splendida stagione del cinema americano anni Settanta.

Dopo aver firmato un paio di sceneggiature per — 2002: la seconda odissea (Douglas Trumbull, 1972) e Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (Ted Post, 1973) — Cimino esordisce dietro la macchina da presa con Una calibro 20 per lo specialista (1974), buon prodotto che fa già capire come il regista sia interessato ad affiancarsi al cinema di genere con un atteggiamento obliquo e molto personale. Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che niente però lascia ancora presagire lo straordinario exploit di cui si sarebbe reso protagonista pochi anni dopo. Con il successivo Il cacciatore (1978), infatti, lo sguardo del regista di origini italiane si innalza improvvisamente, tanto da diventare quello di una sorta di Tolstoj del grande schermo. Per il modo in cui saprà conciliare il piano intimista di storie individuali, delineate con grande sensibilità, anche grazie all’interpretazione di ottimi attori, con il piano storico, cui riesce a conferire un ritmo fluviale e un respiro epico pur senza mostrare eventi eclatanti, e mantenendosi dunque fedele a quel punto di vista obliquo che almeno qui coincide perfettamente con il vissuto dei personaggi, reduci del Vietnam appartenenti a una minoranza di origini russe. Una generazione che si ritrova sulle spalle la sconfitta di una nazione che ha perso la propria identità, prima ancora di una guerra. A fondersi in un perfetto equilibrio sono anche le due sensibilità del cinema americano dell’epoca, quella della costa atlantica, da cui il newyorkese Cimino proviene, e che per un po’, negli anni precedenti, aveva preso in mano le redini del cinema nazionale, e quella della ritrovata Hollywood. Lo spettacolo si concilia dunque con uno sguardo personale, fortemente autoriale. La progressione drammatica, proveniente dai generi classici, si ammorbidisce con dilatazioni e ritmi talvolta persino meditabondi. Il realismo di fondo viene scandito da un ritualismo simbolico che assorbe la lezione di tanto cinema d’oltreoceano.

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26 maggio 2018

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