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Il principio sinodale

· Prima e oltre la collegialità ·

Serve senz’altro mettere l’occhio sugli incroci di etimologie che interessano la parola sinodo e, implicitamente, la parola sinodalità, che ne è una deduzione, e che a noi qui interessa di più. Di fatto non manca mai, nell’incipit di una riflessione teologica sul sinodo e sulla sinodalità, il ricorso al registro etimologico. Nel greco profano, sinodo è la combinazione di due parole: syn (con, insieme) e odòs (strada, cammino), cioè un camminare insieme e costruire un’assemblea. Nel greco biblico dei Settanta troviamo come termine equipollente ekklesia (> ek-kaleo) che traduce l’ebraico qahal, la convocazione o assemblea divina. Nel greco patristico synodos, nella sua trascrizione latina (synodus), è sempre stato usato come sinonimo di concilium, alla cui etimologia (cum-calere, chiamare insieme) molto si avvicina.

Queste antiche parole dicono di più l’esperienza sinodale nel suo aspetto comunionale e meno nel suo aspetto pellegrinale, le due dimensioni della sinodalità che sono indivisibilmente lo stare ecclesiale e l’andare missionario. L’etimologia è, dunque, spunto e avvio, ma è ingenuo aspettarsi di più da essa; anzi, è perfino risibile la pretesa di costruire il discorso teologico poggiando soprattutto sui nomi della cosa e non sulla cosa stessa. Per tanti motivi l’etimologia è uno spazio troppo stretto per costruirvi sopra una ricerca o addirittura una riflessione teologica. Tuttavia l’oblò — non bisogna mai scordarlo — non è una porta, non è neppure una finestra: è solo un utile spiraglio dal quale si può vedere e intravedere un alcunché di buono e di utile e, in questo senso, possiamo e vogliamo usarlo anche rispetto a quella parola oggi tanto amata nella Chiesa, che è la sinodalità.

Sinodalità non è la solita parolina stagionale che si inventa per rilanciare le pastorali depresse che hanno perso il cuore e l’anima. Questo accade in modo ritornante nella Chiesa quando sulle parole-progetto della pastorale e della missione scendono i tarli della retorica e se ne fa un uso vuoto e senza frutto, ma soprattutto quando sono aggredite dalla tignola del tempo che le usura e le distrugge. Ma la sinodalità non è chiamata a riparare a questo. L’esplicitazione cristiana della parola sinodalità tarda a darsi se, invece di indagare su di essa nell’ottica ampia di tutta la rivelazione, lo si fa solo in quella esclusivamente ecclesiologica. La sinodalità si mostra, pertanto, principio di storia della salvezza se la si coglie dentro l’intero spettro biblico che è assai ampio e implica significati teologici potenti, in netto anticipo temporale e di senso rispetto alla sola realtà ecclesiale. Un solo esempio. Nonostante non lo percepissimo più, la prassi sinodale risale al «camminare insieme» (syn-odòs) dei discepoli con Gesù stesso, che si è definito la strada, la via (odòs) — cfr. Giovanni, 14, 6 — e, in più, alcuni suoi cammini sono l’esemplificazione più eloquente della condizione pellegrinante dell’intero popolo di Dio.

Nonostante, però, queste chiare evidenze sulla sinodalità, resta vero che di essa, per usare un termine caro ai teologi italiani, non se ne ha sempre chiara e sicura «coscienza» (Chiesa e sinodalità. Coscienza, forme, processi, Milano, Glossa, 2007, passim). Meno ancora finora si è avuta di essa una solida percezione compiutamente teologica, ossia come attribuzione al Dio trinitario come suo primo soggetto: al Padre come fonte di ogni comunione e di ogni dinamismo salvifico; a Cristo come suo necessario mediatore; allo Spirito suo animatore e divino “regista” (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Le radici del Concilio. Per una teologia della sinodalità, Bologna, Dehoniane, 2018, pagine 37-54).

La sinodalità è una categoria ecclesiale che non è stata oggetto di speciale attenzione da parte dell’ultimo concilio ecumenico; perciò non è possibile studiare dal punto di vista storico la dottrina della sinodalità in esso: semplicemente non c’è materiale per farlo. Non se ne trova traccia né nei suoi sedici documenti né nei suoi testi preparatori (cfr. Giuseppe Alberigo, Storia del concilio Vaticano II, volumi 1-5, Peeters - Il Mulino, Leuven-Bologna, 2001, pagine 734-762). Neppure autorizza a dire il contrario il fatto che, per centotrentasei volte, troviamo menzionata la parola synodus (usata per indicare il concilio). L’ultimo concilio ecumenico ha preferito usare e insistere sulle categorie ecclesiali della comunione e della collegialità. Ma, dopo l’assimilazione di esse, siamo nell’ora ecclesiale che, anche per le condizioni storiche sollecitanti, chiede di declinare e di tradurre sinodalmente la comunione e la collegialità per descriverne il risvolto giuridico e adottare, conseguentemente, stili e comportamenti sinodali: «Il termine sinodale […] potrebbe essere usato per esprimere la struttura operativa della “comunione ecclesiastica” a tutti i livelli» (Eugenio Corecco, Note sulla Chiesa particolare e sulle strutture della diocesi di Lugano, in Ius et communio 2, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pagina 351).

La sinodalità è una riscoperta, non un’invenzione, del post-concilio. Tuttavia, l’assenza del concetto sinodale e della sua terminologia astratta (sinodalità, sinodale) non porta alla conclusione che questo tema sia totalmente assente nel concilio. Storicizzando questo problema, non manca la possibilità di trovare importanti tracce di sinodalità, soprattutto nelle premesse teologiche a essa, ma anche in ragioni teologiche implicite. Queste premesse e queste ragioni vanno cercate, snidate e portate in evidenza. Serve trovare i semi gettati dall’ultimo concilio per fare rinascere l’albero della sinodalità (cfr. Masciarelli, Le radici del Concilio. Per una teologia della sinodalità, pagine 33-36). La sinodalità all’ultimo concilio fu affrontata più in maniera implicita e seminale che in quella esplicita e manifesta, più in maniera indiretta che in quella diretta e pienamente svelata. Riflettendo su tematiche fondamentali del concilio (Trinità, liturgia, Chiesa come popolo di Dio, come comunione, come corpo, tempio) ci si accorge che esse sono i basamenti e le travature per la costruzione di una solida teologia sinodale. Tutto questo è assai di più di un’allusione, di un’evocazione, di un cenno a essa: sono le strutture del “principio” sinodale.

È passato più di mezzo secolo dalla chiusura del Vaticano II, ma non è da scoraggiarsi se i semi dei suoi sedici documenti non sono diventati un rigoglioso bosco e un gran giardino fiorito. C’è chi ha pensato che appena il venti per cento del concilio sia stato realizzato e c’è chi ricorda che i concili ecumenici hanno cominciato ad aver davvero presa sulla Chiesa dopo una cinquantina di anni dalla loro celebrazione: è questa, dunque, la data giusta per tornare anche allo spirito sinodale e ancora alla “lettera” nascosta del Vaticano II. Oggi certamente è l’ora della sinodalità e il Vangelo è il suo codice. L’invito sinodale a camminare insieme è l’invito a essere Chiesa perché il camminare è il suo destino, è la sua dinamica postura. Invitare a pellegrinare significa invitare a essere “Chiesa in uscita” che si accompagna alla grande carovana degli uomini, tutti nati in avanti, e perciò viandanti verso l’Oltre e verso l’Altrove. Questa è la Chiesa sinodale fondata da Gesù: è un “popolo di figli” e, di conseguenza, un “popolo di fratelli e di sorelle” in cammino verso il volto del suo Signore. Questo popolo verticale, che nasce dall’Alto, diviene popolo orizzontale proprio nell’essere una Chiesa pellegrina sulla via della bellezza, perché tale è la strada tracciata da un pastore “bello e buono”, qual è Gesù, che vuole radunare i figli di Dio dispersi e condurli al Regno.

“Sinodalità” è idea e realtà che ha tutti gli anni della Chiesa. La storia del cattolicesimo è percorsa dall’esperienza sinodale in concordia con Roma. Per esempio, dal III al IV secolo i sinodi si concluderanno informando il vescovo di Roma circa le deliberazioni prese, così come l’autorità romana si riservava il diritto di rifiutarne conclusioni eventualmente in contrasto con un concilio (cfr. Giulio I versus il sinodo di Tiro, 335). In più, concettualmente, la sinodalità è stata come annidata nelle categorie della conciliarità e nella comunionalità, alle quali la Chiesa è rimasta sostanzialmente legata anche quando hanno dominato ecclesiologie giuridiche e poco misteriche.

Pensando bene prima di parlare, si capisce abbastanza facilmente, come sopra si è cominciato a dire, che la sinodalità non è la collegialità: infatti, quest’ultima ha per soggetto specifico il corpo episcopale (forse con una più esplicita e motivata implicazione del corpo presbiterale). È chiaro, allora, che la sinodalità comprende dentro di sé la collegialità episcopale, ne comprende e ne oltrepassa anche i limiti. La collegialità è a servizio della sinodalità che è sia il nome del progetto salvifico iniziale (o protologico) sia del compimento glorioso finale (o escatologico) del Dio trinitario. Nel frattempo, che in fondo coincide con la storia della salvezza, un vero spirito sinodale saprà favorire la più vasta e più profonda collaborazione tra Papa e vescovi, tra presbiteri, tra religiosi, tra laici; saprà inoltre creare l’ambiente pastorale più adatto a ordinare vicendevolmente i due sacerdozi, nel rispetto delle loro identità e differenze; saprà soprattutto esprimere, nelle forme già disponibili e in quelle da creare, l’incalcolabile riserva che ha dentro di sé in termini di comunione, di dialogicità, di progettualità, di umanità sana e ricca, di grazia sovrabbondante, di cammino comune penitente, sapiente, solidale, corresponsabile, lieto e profetico verso la patria trinitaria. Questa è la bella pastoralità sinodale che Papa Francesco esorta a promuovere, a tutti i livelli della vita ecclesiale.

Lo spettro della sinodalità è indubbiamente più ampio di quello della collegialità, anche se questa ne è un plinto necessario a tanti livelli, anzitutto in quello sacramentale: «La “sinodalità”, perciò, ha una tensione maggiore della “collegialità”: quella infatti si riferisce a pastori e fedeli in forza della relazione di comunione che si crea con il battesimo fra tutti i rigenerati in Cristo; questa invece comprende tutti e solo i vescovi in virtù del sacramento dell’ordinazione episcopale e della comunione con il collegio episcopale» (Angel Antón, Strutture sinodali dopo il Concilio. Sinodo dei vescovi – Conferenze episcopali, in «Credere Oggi», 13 [1993/4], 91). Sinodalità e collegialità, pertanto, sono da tenere in mutua congiunzione, ma non vanno confuse, equiparate o variate nella sequenza della “logica dei misteri”.

La sinodalità è la forma della “Historia salutis”. Intanto, comprende dentro di sé un nucleo antropologico poiché esprime una comunanza di cammino tra homines viatores ed è principio di azione che crea colleganza di beni e di interessi nel loro perseguimento dello stesso fine. La sinodalità ha anche uno strato teologico dal momento che è in grado di indicare la primale forma di comunione che ha origine nel mistero intra-trinitario e sa dire l’intenzione operativa del Dio di Gesù Cristo che ha deciso di comunicare agli uomini, già con l’atto della creazione, la sua misteriosa realtà di vita relazionale, dialogale, comunionale. La sinodalità non dimentica che il Dio cristiano è il primo soggetto della storia della salvezza e che la sua luce illumina e sostiene l’essere e l’agire della Chiesa pellegrina: in questa visione, la sinodalità non può essere ridotta a una metodologia o alla teoria che suggerisce e motiva la più ampia responsabilizzazione all’interno del popolo di Dio. Essa sa fare di più: è capace di interpretare al meglio il progetto del Dio trinitario che ha deciso di incamminare la famiglia umana sulle vie dell’umanizzazione sempre crescente, dell’alleanza con lui sempre più intima e raffinata.

Inoltre, la sinodalità è in grado di interpretare l’evento della creazione nuova, che ha come unico soggetto una Chiesa in cammino sulla via della salvezza, la sola adatta all’uomo perché risulta dalla mutua immanenza di tre vie sinodali: la via pulchritudinis, la via veritatis, la via bonitatis. Aggiunge tanta luce sulla sinodalità il sapere che bellezza, verità e bontà sono i nomi della globale proposta di salvezza affidata dal Dio trinitario al suo popolo pellegrino, perché ne viva nella storia e, tramutata in Gloria, ne goda nell’eternità di Dio.

Sinodalità è parola che germoglia dalla stessa vita del Dio trinitario, che vive un’infinita comunione interpersonale e si fa soggetto delle missioni salvifiche dell’incarnazione e della pentecoste, sante matrici del “popolo di Dio” e di ogni dinamismo sinodale che esso attiva dentro e fuori di sé. Sinodalità è parola che resta perché è radicata sulla rivelazione intramontabile di Dio (specie sul Vangelo della risurrezione), è fondata sulla roccia incrollabile di Cristo e, in particolare, è piantata sulla pietra rovesciata del suo sepolcro. La sinodalità perciò ha la stoffa teologica per essere una parola da millennio. Sinodalità, inoltre, è parola planetaria, che allude al cammino di tutti i pellegrini dell’Assoluto, dentro il quale si dà il particolare cammino che la Chiesa compie ispirando intorno a sé il senso di Dio, cercando i cercatori di Dio, dialogando con i negatori di Dio, affiancandosi ai compagni di credo per cercare di salire, insieme, fino al monte santo di Dio, meta del pellegrinaggio sinodale.

Sinodalità è, infine, parola di memoria: possiede una potente tenacia memoriale (raduna in sé tutti gli acta Dei) e rende presente — mediante il “viatico” eucaristico — tutto quello che il Dio trinitario ha già compiuto per gli uomini. Sinodalità è parola speranza, ha una forte fibra profetica: insegna che, per non disperare mai, bisogna uscire, trovare compagni di vita e di fede e incamminarsi con loro dove chiama lo Spirito e dove porta il cuore. La sinodalità non si lega alla cronaca ecclesiale e ai futuri brevi della storia, ma si qualifica come la riscoperta di una dimensione del Mysterium salutis che si svolge sinodalmente, ossia nella comunione storica fra gli uomini e nel pellegrinaggio verso la Città eterna: il cammino sinodale che qui comincia finisce in Cielo.

di Michele Giulio Masciarelli

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19 settembre 2019

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