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Il primo monastero domenicano d'Italia

· La comunità delle religiose di Santa Maria del Rosario incontra il Papa ·

Sono trascorsi poco meno di ottanta anni dal giorno in cui quello che viene chiamato il protomonastero domenicano d'Italia fu trasferito a Monte Mario, a Roma. Era il 14 agosto 1931, infatti, quando le monache che vivevano nel monastero dei Santi Domenico e Sisto, sul colle Quirinale, trovarono definitiva sistemazione nell'ex parrocchia della Madonna del Rosario. È qui che Benedetto XVI si reca giovedì 24 giugno, dopo la visita al centro Don Orione. Ad accoglierlo troverà la comunità domenicana composta da tredici monache, di cui undici italiane, una colombiana e una slovacca.

Le origini del monastero risalgono niente meno che ai tempi della predicazione di san Domenico. Fu lui stesso a fondarlo, il 28 febbraio 1221, pochi mesi prima della sua morte. Il santo di Guzmán aveva ricevuto l'incarico da Onorio III di occuparsi della riforma delle monache romane, fino ad allora esenti dalla clausura e senza una regola. San Domenico raccolse nel monastero di San Sisto, detto poi di San Sisto Vecchio — situato agli inizi della via Appia antica — monache provenienti da varie comunità e affidò loro una regola che prevedeva una stretta clausura. Tra le monache radunate in San Sisto vi erano quelle del vicino monastero di Santa Maria in Tempulo, che custodivano l'icona della Vergine Haghiosoritissa, che significa letteralmente «Madonna della santa urna»: si tratta di un'immagine che raffigura la Vergine orante senza il Bambino, presentata come supplice o mediatrice. L'immagine era stata trasportata da Costantinopoli a Roma da alcune monache greche nel ix secolo, per sottrarla alla furia iconoclasta.

L'icona venne dipinta probabilmente nei primi secoli del cristianesimo e forse si trovava nella più antica chiesa costruita sul sepolcro di Maria a Gerusalemme. Da qui venne trasferita a Costantinopoli per intervento dell'imperatrice Eudokia negli anni 438-439. L'immagine è alta 71,5 centimetri e larga 42,4. La Madonna è dipinta su una tavola di legno di tiglio con fondo dorato. L'icona acheropita si rifà all'originale costantinopolitano della basilica di Calchopratia. Lungo i secoli venne restaurata e ritoccata più volte, tanto che i colori e le forme originali erano stati coperti. Nel 1961 il professor Carlo Bertelli compì un delicato restauro dell'immagine, riportando i suoi colori allo splendore originario. Dopo questo intervento si è potuto affermare che l'icona è il prototipo di quasi tutte le Haghiosoritisse di Roma, anche di quella dell'Aracoeli, che si credeva fosse la prima. Il carattere bizantino dell' encolpion cruciforme, o croce greca, sul petto, con le iscrizioni «ic xc nika» è un indizio, se non della provenienza, almeno dell'ambiente fortemente grecizzante delle sue origini.

La notte del 28 febbraio 1221 san Domenico trasferì in processione la venerata icona nel monastero di San Sisto, dove rimase conservata per 354 anni. Nemmeno durante il sacco di Roma, nel 1527 — quando le monache furono costrette a rifugiarsi nel palazzo del cardinale Colonna — l'icona abbandonò il cenobio. Venne ritrovata intatta sotto le mura, nonostante l'edificio fosse stato distrutto e saccheggiato.

Nel 1575 però le monache dovettero abbandonare il monastero a causa della malaria, che ogni anno mieteva vittime, e si stabilirono nel monastero dei Santi Domenico e Sisto a Magnanapoli, nei pressi del Quirinale, attualmente sede della Pontificia Università San Tommaso d'Aquino. Ma le vicissitudini della comunità non finirono. Nel 1871 il governo italiano confiscò il monastero e alle monache venne concesso di rimanere in una piccola abitazione adiacente. Nel 1928 il governo decise di vendere l'edificio, tanto che Pio XI, venendolo a sapere, consigliò all'allora maestro generale dell'ordine dei frati predicatori, Garcia de Paredes, di acquistare l'immobile ricco di memorie storiche per sottrarlo alle speculazioni. Mussolini, dopo aver avuto assicurazione che l'ordine si sarebbe occupato della sistemazione delle monache, cedette l'edificio e la chiesa annessa. Si arrivò così al 1931, quando la comunità fu costretta a trasferirsi di nuovo. Come dimora vennero scelti i locali della parrocchia domenicana di Monte Mario, dopo che Tullio Passarelli aveva adattato una nuova ala.

Il legame tra la chiesa domenicana di Monte Mario e i Pontefici si rafforzò con Benedetto XIII, il quale amava soggiornarvi per diversi giorni all'anno. Egli fece alla chiesa molte donazioni, grazie alle quali si poté costruire il coro basso, rivestire l'altare maggiore in marmo e ricoprire la cupola di piombo per evitare infiltrazioni d'acqua. Pio IX nel 1849 concesse alla chiesa il permesso di disporre di un proprio fonte battesimale, fino ad allora riservato alla basilica di San Pietro per il territorio su cui sorgevano sue chiese filiali. Le monache, poi, ebbero la gioia di incontrare il 14 agosto 1931 Pio XI in Vaticano durante il trasferimento a Monte Mario. L'ultima visita di un Pontefice risale al 16 novembre 1986, quando Giovanni Paolo II sostò nel monastero, dopo l'incontro con i parrocchiani di Santa Maria Stella Mattutina.

La visita di Benedetto XVI anticipa di alcuni giorni una festa molto cara alla comunità, quella della traslazione dell'icona mariana, che viene celebrata il 27 giugno. Per concessione pontificia del 15 maggio 1644, le monache al mattutino cantano la Leggenda sull'origine e sulle peregrinazioni dell'immagine. Si tratta di un racconto dell'xi secolo, che riferisce come gli apostoli, dopo la risurrezione di Cristo, decisero di far realizzare dall'evangelista Luca un dipinto della Vergine Maria. La Leggenda narra che prima ancora che l'apostolo mettesse mano ai colori, dopo averne disegnati i lineamenti, l'immagine prese forma miracolosamente, perché l'opera non apparisse come sforzo umano ma come espressione della virtù di Dio.

Il monastero è anche caro all'ordine dei frati predicatori per un'altra particolarità: conserva numerose reliquie, tra le quali una parte del cranio di san Domenico, il suo breviario, la tibia di san Tommaso d'Aquino, una mano di santa Caterina da Siena, frammenti del corpo di san Pietro da Verona, alcuni carteggi tra il beato Giordano di Sassonia con la beata Diana d'Andalò. È questa comunità che, proseguendo la sua missione nel carisma di san Domenico, attende e sostiene con la preghiera e il sacrificio il successore di Pietro.

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