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L’appello a una conversione
del papato

· Il primato diaconale nell’insegnamento di Papa Francesco ·

Papa Francesco, in due recenti interventi, ha proposto per sei volte e in modo innovativo il titolo di primato diaconale per descrivere il primato petrino. La prima si trova nel suo significativo saluto ai patriarchi e agli arcivescovi maggiori delle Chiese orientali cattoliche, dove presenta la chiave interpretativa di questo nuovo titolo affermando: «Sono convinto che si debba dare impulso e valorizzare nella Chiesa il nesso che lega la collegialità al primato petrino, per esercitare un “primato diaconale”, quello del Servus servorum Dei» (9 ottobre 2017). La seconda si trova nell’altrettanto significativo discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi (23 dicembre 2017), dove il nuovo titolo appare cinque volte ed è sviluppato a partire da diverse testimonianze storiche.

Abbiamo qui una nuova e preziosa qualificazione del titolo del primato petrino come primato diaconale, in linea con la «conversione del papato» che lo stesso Papa Francesco propone nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, dove la descrive così: «Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello a una conversione pastorale. Il concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente”. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato […]. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria» (n. 32).

Il significato di questo primato diaconale è presentato da Papa Francesco nel suddetto saluto come «il nesso che lega la collegialità al primato petrino», unito alla formulazione paradigmatica di san Gregorio Magno con il titolo papale di servus servorum Dei. La citazione di quest’ultimo Papa si ripete nel discorso alla curia romana, laddove si osserva che il titolo di primato diaconale rimanda «subito all’immagine diletta di san Gregorio Magno del Servus servorum Dei», di cui si segnala la dimensione cristologica, in quanto è soprattutto «espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr. Filippesi, 2, 7)». Si noti come con la citazione della lettera ai Filippesi si sottolinea la forma concreta di «condizione di servo [che] spogliò se stesso» (2, 7) e «umiliò se stesso» (2, 8), nel contesto messianico del quarto cantico del «Servo del Signore» di Isaia (52, 13 - 53, 12) — noto come “il quinto vangelo” — quando annuncia che «il mio servo […] ha consegnato se stesso alla morte» (Isaia, 53, 12).

Seguendo questa linea di pensiero Papa Francesco cita anche Papa Benedetto XVI laddove ha precisato che il servus servorum Dei sulle labbra di san Gregorio Magno non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi» (Catechesi nell’udienza generale del 4 giugno 2008).

Ricordiamo che il titolo di “Servo dei servi di Dio” è di ispirazione biblica (cfr. i titoli di Romani, 1, 1; Filippesi, 1, 1; Giacomo, 1, 1; 2 Pietro, 1, 1, come pure il presiedere «con diligenza» di Romani, 12, 8). Sulla stessa falsariga, la regola di san Benedetto osserverà che il dovere dell’abate è «aiutare, piuttosto che di comandare» (oportere prodesse magis quam praeesse) (n. lXIV, 8). Sarà Papa Gregorio Magno (590-604) «il primo di tutti i papi le cui lettere erano precedute da un titolo di umiltà qual è “Servo dei servi di Dio”» (Giovanni Diacono, Vita Gregorii ii, c. 1). Ripreso dai successori, il suo utilizzo divenne regola generale per iniziare i documenti pontifici a partire dal ix secolo e trovò un commento magistrale nell’immagine composta da san Bernardo di Chiaravalle (†1153) per il suo discepolo Papa Eugenio III, immagine sintetizzata nel prezioso motto «sei a capo [della Chiesa] per essere utile» (Praesis ut prosis, cfr. De consolatione, III, 1, 2).

Va notato inoltre che il concilio Vaticano II rilancia l’idea intendendo la gerarchia come «diaconia» (Lumen gentium, n. 24), idea ripresa poi con forza dall’enciclica Ut unum sint, con questa precisa formulazione: «Secondo la bella espressione di Papa Gregorio Magno, il mio ministero è quello di servus servorum Dei. Tale definizione salvaguarda nel modo migliore dal rischio di separare la potestà (e in particolare il primato) dal ministero, ciò che sarebbe in contraddizione con il significato di potestà secondo il Vangelo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Luca, 22, 27)» (n. 88). Questa qualificazione di primato diaconale è stata suggerita come possibile anche in un seminario di studi di ecclesiologia sulla riforma e le riforme nella Chiesa realizzato dalla «Civiltà Cattolica» (cfr. La Riforma e le riforme nella Chiesa, Brescia, 2016, p. 293).

Papa Francesco illumina inoltre la diaconia applicata al papato con un antico ed espressivo testo della Didascalia Apostolorum del III secolo, dove si osserva: «Il diacono sia l’orecchio del vescovo, la sua bocca, il suo cuore, la sua anima» (2, 44, 4; I ministeri nella Chiesa antica, Milano, 1997, n. 183). La citazione gli suggerisce questo commento: «Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare». E il discorso papale prosegue: «Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo». Si tratta di un testo citato in nota alla Lettera di Clemente a Giacomo, sempre del III secolo, che dice così: «Quanto ai diaconi della Chiesa, siano come gli occhi del vescovo, che sanno vedere tutto attorno, investigando le azioni di ciascuno della Chiesa, nel caso che qualcuno stia sul punto di peccare: in questo modo, prevenuto dall’avvertimento di chi presiede, forse non porterà a termine il suo peccato» (12, 1; I ministeri nella Chiesa antica, n. 226). «Il richiamo ai sensi dell’organismo umano — continua con grande finezza Papa Francesco — aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei misteri di Cristo e della verità», visto che «la quinta contemplazione sarà applicare i cinque sensi sulla prima e la seconda contemplazione» (Esercizi spirituali, n. 121).

Si noti come Papa Francesco sottolinea che «per esercitare un “primato diaconale”» è necessario tener presente «il nesso che lega la collegialità al primato petrino». In tal modo si affronta una delle questioni che «occupa il primo posto» nel concilio Vaticano II, che per Paolo VI era il rapporto tra l’episcopato e il Papa (cfr. Allocuzione nella solenne chiusura della seconda sessione, 4 dicembre 1963). Di fatto, tutto il capitolo III della Lumen gentium ne rende testimonianza e, senza dubbio, l’enciclica Ut unum sint del 1995 sarà il contributo magisteriale più importante del post-concilio.

Non si può quindi negare che, a partire da questo titolo o qualificazione del primato diaconale del Papa come formulazione del «nesso che lega la collegialità al primato petrino», il servus servorum Dei proposto da Gregorio Magno acquista maggiore valore. È peraltro significativo che lo stesso Lutero ritenesse che proprio con Papa Gregorio Magno «la Chiesa era stata più pura e tollerante» (Ecclesia aliquatenus fuit purior et tolerabilis erat, Weimarer Ausgabe, 4, 255, 13). Quest’ultima osservazione storica riferita a san Gregorio Magno potrebbe forse aiutare nel cammino ecumenico ed ecclesiale auspicato dalla Ut unum sint, «di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95), forma nella quale il ministero petrino assuma pienamente il suo essere servus servorum Dei, in chiave di primato diaconale.

E questo seguendo la fervente volontà di Papa Francesco sulla necessità di «un improrogabile rinnovamento ecclesiale» (Evangelii gaudium, n. 27), reso visibile da un creativo e benvenuto primato diaconale, che il Papa ha formulato di recente e di cui è stato la testimonianza vivente in questi cinque anni del suo ministero petrino.

di Salvador Pié-Ninot

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