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Il prezzo della vanità

· Ritratti di Vip visti da lontano ·

Dall’8 settembre è in libreria Visti da lontano. Il prezzo della vanità (Venezia, Marsilio, 2011, pagine 352, euro 19). Il volume reca un esergo, tratto da Le acque di Siloe di Thomas Merton, che spiega tutto: «Il solo amore che sempre si stanca del suo oggetto, che non si soddisfa mai di nulla, che continuamente cerca qualcosa di nuovo e di diverso è l’amore di noi stessi. Esso è la sorgente di ogni tedio, di ogni agitazione, di ogni inquietudine, di ogni miseria, di ogni infelicità: in ultima analisi, è l’inferno». Secondo l’autore, è altissimo, esagerato, il prezzo che i personaggi famosi pagano alla notorietà. Egli lo ha compreso andando a intervistarli. Per non finire come i cosiddetti Vip, egli — vanitoso al pari di tutti i giornalisti — s’è dato una regola: vederli da lontano. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo la parte iniziale dell’introduzione.

Io darei la mia vita per il Papa. L’ho anche promesso a voce alta, in una piazza San Pietro deserta, la sera del 13 ottobre 2010. Ma non era quella la prima volta che lo pensavo. Pur essendo una donna d’intensa spiritualità, la moglie di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, l’Istituto per le opere di religione noto anche come «la banca del Vaticano», mi ha guardato stupita. Il marito stava parlottando al telefonino dieci passi più indietro di noi. Non posseggo nemmeno un decimo della fede dei coniugi Gotti Tedeschi. Eppure, mentre uscivamo dall’Arco delle Campane e il colonnato del Bernini mi stringeva con un abbraccio troppo grande perché potessi sentirmi qualcuno o qualcosa, m’è salita alle labbra quella confessione estemporanea. La finestra dello studio di Benedetto XVI era illuminata.

Considero il Papa la persona più importante che esista sulla faccia del pianeta. L’unica persona importante. Siccome sono un pover’uomo, mi auguro che il Vicario di Cristo goda sempre di ottima salute. Infatti non saprei se, giunto il momento fatale, riuscirei davvero a onorare la promessa di rinunciare alla mia vita perché possa continuare la sua. Però, almeno col cuore, l’ipotetico scambio m’è sempre parso, fin da bambino, più che ragionevole: doveroso.

Forse si tratta solo d’una forma di altruismo interessato, che contempla la clausola della reciprocità. Dopo aver intervistato decine di luminari dell’oncologia, investigato sulle più controverse terapie antineoplastiche e visto morire di cancro molte persone care, mi sono posto l’angoscioso dilemma: che cosa farei, che protocollo di cura sceglierei, qualora venisse diagnosticato a me un tumore inoperabile? la chemioterapia? la radioterapia? gli anticorpi monoclonali? l’immunomodulante biologico del professor Giuseppe Zora? il bacillo di Calmette e Guérin iniettato nelle braccia per via intraepiteliale dal professor Saverio Imperato? i cateterismi col bicarbonato del dottor Tullio Simoncini? il metodo Di Bella? L’unica risposta che ho saputo darmi l’ho riferita da tempo al mio amico Giovanni Maria Vian, direttore dell’«Osservatore Romano»: se mi ammalassi gravemente, promettimi che mi porterai con te in udienza per qualche minuto dal Santo Padre. «Predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni» ( Matteo , 10, 7-8). È il mestiere dei preti, guarire, anche se l’hanno dimenticato. A maggior ragione lo sarà del Papa. Siccome confido solo nello shock terapeutico propiziato dall’incontro con l’uomo più potente della Terra, in qualche misura compiango sia Vian che Gotti Tedeschi, i quali vengono ricevuti di frequente dal Pontefice: nel momento del bisogno, non avrebbero più a disposizione la medesima chance.

Credo che il potere, quello vero, sia radioattivo. Meglio mantenersi a debita distanza, soprattutto quando fai un mestiere come il mio. Lo consigliava anche un autorevole columnist americano, Walter Lippmann, morto nel 1974, che dagli anni Trenta fino agli anni Sessanta commentò i fatti del giorno sull’«Herald Tribune» di New York: «Se vuoi essere un giornalista indipendente, non devi conoscere il presidente». L’ambizione della stragrande maggioranza dei miei colleghi si estrinseca nell’esatto contrario: se non conosci il presidente, vali meno di niente.

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