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Il prete e la gioia

· A un anno dalla morte esce il libro di Alessandro Ponzato ·

«Da diversi anni don Sandro aveva in animo di scrivere un libro sul prete e la gioia. E aveva iniziato a raccogliere riflessioni su questo argomento». Così il curatore Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, introduce il libro di Alessandro Pronzato Il prete e la gioia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019, pagine 304, euro 17) uscito postumo a ridosso del primo anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 25 settembre. Il volume contiene una miniera di spunti, provocazioni e riflessioni che mostrano la gioia come una necessità nel mondo di oggi, in cui invece spesso la fretta la fa sembrare un lusso. Una necessità ancora più urgente nel caso del prete, che se è «innamorato di Cristo, vive nella gioia e irradia gioia intorno a sé», dice Pronzato. Papa Francesco scelse proprio due libri di Pronzato, tra i 135 pubblicati, come regalo per Fidel Castro in occasione del suo viaggio a Cuba nel 2015 (i libri erano La nostra bocca si aprì al sorriso e I vangeli scomodi).

Gilbert Keith Chesterton

Nel suo viaggio intorno alla felicità dei preti, Pronzato dà voce a grandi autorità del passato come Georges Bernanos, Bruce Marshall, G. K. Chesterton, Giuseppe De Luca e molti altri, oltre ovviamente a Papa Francesco e moltissimi maestri spirituali. Per questo ci è sembrato interessante provare a proseguire il viaggio, ascoltando alcuni preti che oggi stanno cercando di diffondere (e di vivere) la “gioia del Vangelo”, quell’Evangelii gaudium che è il cuore dell’evangelizzazione oggi.

Cosa hai pensato leggendo il titolo del libro di Pronzato? «Finalmente», risponde a caldo don Maurizio Mirilli. E rincara la dose con una provocazione lapidaria: «No, perché il prete deve essere serio. Se ride è strano. A volte quando mi vedono gioioso mi dicono che non sembro un prete. E invece dovrebbe essere la caratteristica principale del sacerdote». Non a caso don Maurizio è autore di un volume uscito nel 2018 con il titolo Un briciolo di gioia (purché sia piena), con prefazione di Papa Francesco. «Il sorriso è fondamentale per accogliere le persone, per non farle sentire giudicate dalla Chiesa, ma a casa loro».

Il sorriso, conferma don Alessio Albertini (assistente ecclesiastico del Csi), è «una porta che si spalanca per dire che c’è posto nel cuore per l’altro. Sorridere è riconoscere che l’altro merita di essere guardato». Don Alessio, che ha pubblicato nel 2019 un viaggio semiserio nella gioia cristiana intitolato Quando ridono i santi, è ancora più categorico: «Il prete esiste per essere collaboratore della gioia di tutti. Don Tonino Bello aveva coniato il termine cirenei della gioia». A don Alessio e don Maurizio fa eco don Giovanni Benvenuto, il cui canale di youtube dal nome sorprendente «Comunicare il Sorriso di Dio» ha superato i 5000 iscritti: «Il mio vecchio parroco diceva sempre di diffidare dai cristiani col muso lungo. Quale testimonianza di fede può dare un prete che non vive gioiosamente il suo ministero?».

Ma nell’esperienza di ascolto di tante persone, il sorriso ha davvero tutta questa importanza? Don Giovanni Benvenuto racconta al riguardo la tipica scena della benedizione della case: «Suono il campanello, la signora mi apre e dopo i convenevoli mi dice: “Guardi Padre, glielo dico subito: io non vado mai a messa”. Mica gli avevo chiesto niente! Ma spesso le persone si aspettano giudizi dal prete. Credo che il sorriso sia una chiave che può aprire molte porte, un passpartout che comunica all’altro: “Va tutto bene. Vai bene così. Non mi aspetto niente da te. Sono felice di incontrarti, tutto lì”. Credo che Dio ci sorrida così». Il sorriso, prosegue don Alessio Albertini, «è la disponibilità alla vita dell’altro che nella sua serietà e fatica può trovare attenzione e comprensione e quindi può aprirsi liberamente senza timore di giudizio. Nonostante il peso che ciascuno porta nel suo cuore non è costretto a nascondersi e può intravvedere già, in quel sorriso, la speranza di un riscatto».

Papa Francesco dice che «il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta». Giriamo la domanda ai nostri esperti, nessuno dei quali in verità si considera tale: come si fa a esercitare la propria capacità di prendere le persone e le situazioni con buonumore?

«L’umorismo — dice don Maurizio Mirilli — è un buon antidoto per la superbia. Saper ridere di sé stessi, dei propri limiti, ci aiuta a essere più umili e ci rende anche capaci di entrare più facilmente in relazione con gli altri». E qui la sintonia con don Alessandro Pronzato è davvero notevole: «L’orgoglioso — citiamo da Il prete e la gioia — non riesce a sorridere. Si tratta di scordare i propri guai, porre tra parentesi le proprie esigenze, mettere a tacere i propri affanni, deporre i propri crucci, liberarsi del peso schiacciante del proprio io».

Secondo don Alessio Albertini, l’umorismo offre «la possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista. A volte siamo così concentrati sulle cose da fare, i problemi da risolvere, le agende che incombono, che ci sentiamo un po’ sopraffatti e schiacciati. Fermarsi e guardare da un altro punto di vista ti permette di vedere nuove possibilità, di rimarcare i difetti di ciò che stiamo combinando. Noi non siamo il creatore ma semplici creature e quindi non possiamo essere noi quelli che risolvono i problemi del mondo». E don Giovanni Benvenuto si spinge ancora più in là e approfondisce il discorso teologico, passando dall’umorismo in senso ampio all’autoironia, che «ci fa scendere dal piedistallo e ci aiuta a mostrare la nostra umanità. Del resto, Dio stesso è sceso dal cielo per diventare uomo e l’incarnazione è lo scherzo più grande e inaspettato che Dio ci ha fatto».

E l’autoironia può proprio venire in aiuto se parliamo delle prediche dei preti, sulle quali è nota l’affermazione provocatoria di Yves Congar: «Nonostante trentamila prediche fatte ogni domenica, in Francia c’è ancora la fede». Fare una battuta non significa banalizzare il tema della predica, ma piuttosto non prendere troppo sul serio il predicatore. «A me capita spesso di lanciare qualche piccola battuta durante la predica», racconta don Alessio Albertini. «Non è cercare di essere più simpatico ma risollevare un po’ l’attenzione. Sappiamo che oggi il grado di attenzione degli ascoltatori si è ridotto e quindi è necessario sostenerlo e scuoterlo. Predicare non è uno show, ma una battuta a volte aiuta» (e qui a chi scrive viene in mente un incontro a due voci ascoltato qualche anno fa, in cui don Alessio parlava insieme al fratello Demetrio, e affermò in modo categorico di essere tra i due quello più dotato calcisticamente, ma di non essere arrivato alla nazionale soltanto perché aveva avuto altre priorità). Anche don Giovanni Benvenuto è dello stesso avviso: «Cerco spesso di inserire qualche battuta durante le prediche: voglio che le persone stiano bene quando sono in chiesa, e quale modo migliore di comunicare benessere se non sorridendo e comunicando buon umore? La vita è dura, e io vorrei che alla domenica, ogni volta che escono dalla chiesa, i fedeli della mia parrocchia fossero più leggeri e quindi più pronti ad affrontare una nuova settimana, in compagnia di un Dio che non smette mai di sorriderci e accompagnarci».

Ma davvero Dio sorride? Questa domanda è alla base di un recente intervento di don Andrea Lonardo, responsabile della pastorale universitaria di Roma, intitolato Ma Gesù rideva?: «In Gesù, più che la risata, vediamo la dolcezza del sorriso. Ad esempio quando gli evangelisti scrivono che Gesù “fissò lo sguardo su quell’uomo e lo amò” (…). Il sorriso è sempre uno sguardo di fiducia sul mondo». Nella Bibbia ci sono due sorrisi opposti: «C’è il sorriso della creazione, in cui tutto è buono e bello, e c’è il ghigno di satana, che gode del male. A volte, oggi, certa satira è odio trasformato in risata. Per capire meglio che cosa sia il sorriso vero, sereno, occorre pensarlo come relazionale (…). Il sorriso è espressione di un amore. Un’immagine evangelica di questo è il Battesimo di Gesù, quando il Padre gli dice “Tu mi piaci. Questo è il mio figlio, l’amato”. Anche Gesù impara il sorriso dal Padre, dal suo amore».

Il viaggio potrebbe proseguire quasi all’infinito perché il buonumore e il sorriso sono aspetti essenziali della vita cristiana: per dirla con Papa Francesco, «il malumore non è un segno di santità». Tornano in mente le parole usate dal cardinale Albino Luciani, il futuro “papa del sorriso”, a proposito di san Josemaría Escrivá, un altro testimone della gioia quotidiana: «Là, nel bel mezzo della strada, in ufficio, in fabbrica, ci si fa santi, a patto che si svolga il proprio dovere con competenza, per amor di Dio e lietamente in modo che il lavoro quotidiano diventi non il “tragico quotidiano”, ma quasi il “sorriso quotidiano”».

Don Alessandro Pronzato è stato un grandissimo apostolo del sorriso e della gioia. Grazie a Dio, nella Chiesa di Papa Francesco, a quanto pare, il numero dei preti che lo seguono è in crescita.

di Carlo De Marchi

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29 gennaio 2020

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