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Il prete di San Pechino

· Giovanni Momigli e l’immigrazione degli anni novanta in Toscana ·

«Immagina: tremila persone in un paesino di 4500 anime. Era il 1991. Sarebbe stato come se tre milioni di cinesi fossero arrivati in pochi mesi a Roma. Una situazione esplosiva, come documenta la foto di copertina: c’è un’auto dentro il porticato di una chiesa, messa lì per bloccarne il portone. Un’auto che si temette fosse piena di esplosivo».

Luigi Ceccherini, giornalista fiorentino di lungo corso esperto di cronaca locale, sta parlando del suo ultimo libro, La “rivoluzione” di don Momigli. Come un ex sindacalista salvò un paese da Chinatown. La via fiorentina all’inte(g)razione (Firenze, Edizioni Polistampa, 2016, pagine 208, euro 15). Il paese di cui si parla è San Donnino, alla periferia di Firenze. Negli anni Novanta oltre tremila migranti di origine cinese si insediarono in quel piccolo borgo, presto ribattezzato ironicamente “San Pechino”.

Don Giovanni e i suoi piccoli parrocchiani cinesi il giorno dell’arrivo della nuova campana

«Gli speculatori — scrive Ceccherini, delineando un quadro fosco e dettagliato di quegli anni — fanno affari sulla pelle degli immigrati, gli amministratori sono assenti, i controlli latitano, mentre gli ospiti venuti dall’Oriente lavorano giorno e notte nei capannoni. Gli attriti sono inevitabili e le accuse, i cortei e gli scontri all’ordine del giorno. Poi arriva don Giovanni Momigli, sindacalista diventato prete, che prende in mano la situazione. Quando si narra una storia o si scrive di un personaggio — continua Ceccherini — si è sempre un po’ partigiani. Sennò quel racconto non si sarebbe mai sentito il bisogno di scriverlo».

La Chiesa, di fronte all’indolenza del potere politico, prese il suo posto nel gestire la situazione che aveva già creato problemi di ordine pubblico: risse, cortei, scontri.

I cinesi erano accusati di rubare il lavoro e di fare concorrenza sleale accettando turni massacranti. Duemila persone invocarono l’aiuto del capo dello Stato Scalfaro, con un invio massiccio di lettere, cartoline e messaggi di protesta, in ottocento chiesero provocatoriamente di diventare cittadini cinesi all’ambasciata di Roma, perché così facendo sarebbero stati maggiormente tutelati. Il 25 aprile fu trasformato nel giorno della liberazione dai cinesi e il primo maggio nella festa del lavoro di cui riappropriarsi.

Il nuovo parroco, don Giovanni Momigli, inviato dal cardinale Silvano Piovanelli, riuscì nella difficile impresa di riportare la calma, anche con l’aiuto di un gruppo di suore che andavano nei capannoni industriali come una volta nelle corsie degli ospedali, e di tante persone di buona volontà.

«Mentre lotta per richiamare l’attenzione delle istituzioni — spiega Ceccherini — Momigli riesce a conquistarsi la fiducia di una comunità chiusa come quella cinese, fornendo aiuto e informazioni, promuovendo l’integrazione con attività aperte a uomini e donne, adulti e bambini di qualunque nazionalità. In poco più di tre anni la comunità di San Donnino sembra ritrovare equilibrio e serenità».

Oggi in quel paese gli abitanti sono 6500 e gli italiani di origine cinese neanche un migliaio. «Alcuni di loro hanno aziende importanti che danno lavoro a tanti italiani. L’integrazione lì è riuscita. Il parroco aiutò la nascita del Consolato generale cinese a Firenze e anzi ne ospitò in canonica le prime iniziative. Oggi don Momigli è considerato dalla comunità cinese fiorentina un po’ come il loro avvocato, il loro sindacalista».

Uno dei simboli della convivenza possibile tra due popoli così diversi è il matrimonio tra Luya Hsiang e Claudio Spada, nell’agosto del 2001, con doppia cerimonia, cattolica per lui e buddista per lei. I due ragazzi si erano fidanzati nel 1992 e dopo nove anni, dopo aver superato la diffidenza se non l’aperta ostilità delle rispettive famiglie, decisero di celebrare la loro unione proprio a San Donnino, nella parrocchia di don Momigli, novelli Romeo e Giulietta protagonisti di una storia, fortunatamente, a lieto fine.

Sono tanti gli esempi positivi raccolti dall’autore del libro, legati alle tante società miste che oggi hanno la maggioranza dei dipendenti italiani, alle tante donne cinesi che sono diventate imprenditrici di successo, come Sara Lin, rilanciando vecchi marchi locali dimenticati o in crisi da decenni, ai tanti cinesi che hanno sposato donne italiane aprendo poi locali a gestione familiare, offrendo Chianti e ribollita accanto a tofu, riso cantonese e involtini primavera. «Immagini che spesso hanno lasciato di stucco i turisti appena entrati in qualche osteria del centro fiorentino».

Spunto, qualche anno fa, per una sit-com di Mtv diventata di culto tra gli italiani con gli occhi a mandorla di seconda generazione: una fiction nata dalla gag degli “Scandiccinesi”, dirimpettai della sponda opposta dell’Arno gestori di una Tlattolia Listolante Pizzelia Tladizionale toscana tutta da ridere.

Nonostante il tono allegro del libro, pieno di aneddoti curiosi e divertenti, l’autore non smette mai di ricordare al lettore che furono anni difficili. «All’inizio — confessa Valdo Spini, allora sottosegretario al ministero degli Interni, nella prefazione al volume — ero molto diffidente. L’idea di un parroco che ci convocava, invece del sindaco o del prefetto, mi lasciava interdetto. Ma poi, anche per le pressioni dei compagni socialisti di Campi, decisi di andare. Andai, e sono stato contento di averlo fatto. La parrocchia si dimostrò un campo neutro in cui istituzioni locali, parlamentari e comitati giocavano in un clima più disteso. Dal canto mio assicurai che avrei convocato una riunione apposita a Roma, al ministero dell’interno, cosa che feci. Tutti i ministri interessati parteciparono con impegno. Ne scaturirono i primi atti concreti per affrontare la situazione».

Nel tempo, con tenacia e pazienza, don Momigli, dall’osservatorio privilegiato della sua piccola parrocchia toscana riesce a farsi ascoltare dai capi di Stato di Italia e Cina e a far impegnare verso lo stesso fine due governi allora molto lontani.

di Silvia Guidi

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14 novembre 2019

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