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Il prete alle quattro

· Ai seminaristi francesi il cardinale Stella ricorda l’importanza di vigilare per non essere vinti dal torpore ·

Francis Hoyland  «Ecco l’agnello di Dio»

I sacerdoti non devono «mai perdere di vista la centralità di Gesù: possiamo essere bravi amministratori, conseguire titoli importanti, avere le qualità del manager o, ancora, essere raffinati liturgisti ed esperti dei riti sacri, ma senza Gesù non c’è autentico sacerdozio». È un vero e proprio “vademecum” verso il sacerdozio quello tracciato dal cardinale Beniamino Stella, che nella serata del 4 gennaio ha celebrato la messa per la comunità del Pontificio seminario francese, aprendo i lavori del convegno sul «ministero sacerdotale dalla Lumen gentium alla Amoris laetitia». Il prefetto della Congregazione per il clero si è rivolto in particolare ai seminaristi con alcuni suggerimenti spirituali e la proposta di un essenziale esame di coscienza.

«Come ai tempi della nascita del Salvatore nella notte di Betlemme — ha affermato il porporato nell’omelia — può accadere anche a noi di essere vinti dal sonno o preoccupati solo di noi stessi, fino a non accorgerci di Dio». Duemila anni fa, ha notato, «l’umanità si trovava come immersa nel torpore, i potenti della terra continuavano le loro oscure trame, gli albergatori erano preoccupati del loro profitto e, intanto, stava venendo al mondo il Figlio di Dio». E «solo una giovane e umile ragazza di Nazareth, insieme al suo sposo Giuseppe e ai pastori, hanno avuto occhi e cuore aperti per accogliere la tenerezza di Dio che assume il volto umano di un bambino».

«Allo stesso modo fin d’ora — ha proseguito il cardinale Stella rivolgendosi ai seminaristi — mentre siete nel cammino di formazione sacerdotale, dovete vigilare per non essere né sorpresi dalla notte né vinti dal sonno dello spirito, avendo premura di vivere con intensità la relazione con il Signore per essere suoi veri discepoli». Come afferma la Ratio fundamentalis, infatti, la vita spirituale non è altro che lo «stare alla presenza di Dio, in un atteggiamento orante, e si basa sulla relazione personale con Cristo, che consolida l’identità discepolare».

Dell’«identità del discepolo», ha ricordato il porporato, parla espressamente il brano evangelico in cui «Giovanni Battista sta con due dei suoi discepoli e, mentre Gesù passa, lo indica come “agnello di Dio”: toccati nel profondo da quelle parole, pieni di entusiasmo, essi si mettono a seguire il maestro che rivolge loro la domanda: “che cosa cercate?”».

A ben pensarci, ha rilanciato il cardinale, «è una delle più belle domande del Vangelo, che ciascuno di noi può sentire rivolgere a se stesso: io, che sono un seminarista e mi preparo a essere un sacerdote, che cosa sto cercando veramente? Sono alla ricerca del Signore per lasciarmi catturare dalla sua parola e dalla bellezza del suo amore e poterlo così annunciare ai fratelli, oppure sto inseguendo il mio interesse, sto ambendo a diventare un’autorità, sto aspirando alla carriera?». E ancora: «I miei passi sono mossi, come quelli dei due discepoli, dall’ardente desiderio di incontrare il Signore e di scoprire dove dimora per poter stare con lui, oppure si muovono in altre direzioni?».

«Come fu per questi due discepoli — ha affermato ancora il cardinale — a ogni seminarista chiamato a essere prete, che cerca il Signore e desidera vivere una profonda relazione con lui, Gesù dice: “vieni e vedi”». È «un invito specifico e personale», ha precisato il cardinale, sottolineando: «Non si può essere discepoli del Signore imparando qualche nozione su di lui o semplicemente facendo qualcosa nel suo nome», ma «occorre “andare a vedere” dove abita e fermarsi a casa sua, cioè coltivare un’amicizia autentica e personale con lui, sostare in intimità alla sua presenza, diventare familiari con la sua parola, incontrarlo nella preghiera personale». Solo allora, ha aggiunto, «possiamo diventare anche pastori del popolo di Dio e strumenti dell’infinita misericordia del Signore per i fratelli: dopo essere rimasti con lui, i due discepoli, infatti, si muovono verso gli altri e, incontrando Simon Pietro, gli annunciano pieni di gioia “abbiamo trovato il Messia”».

Dunque, «la contemplazione del volto di Dio, l’ascolto della sua parola, la condivisione di un’amicizia personale e quotidiana con lui, diventano forza per la missione evangelizzatrice, per andare cioè incontro ai fratelli e condurre anche loro a scoprire la gioia consolante del Vangelo».

Ed «è così importante questo incontro personale con Cristo — ha spiegato il porporato — che l’evangelista Giovanni non trascura di fissare il momento esatto in cui accade: erano circa le quattro del pomeriggio. È un’ora che, da una parte, ci fa venire in mente il momento esatto in cui ci siamo sentiti chiamati a seguirlo nella via del sacerdozio ma, dall’altra, ci ricorda che ogni giorno c’è bisogno di un’ora, cioè di un tempo, per il Signore, per lasciarsi incontrare da lui e per crescere nella sua amicizia».

«Non è mai tempo sprecato quello che dedichiamo al Signore nella preghiera, nella meditazione e nell’incontro personale con lui» ha concluso il cardinale Stella. «Al contrario — ha spiegato — più siamo generosi nell’offerta di questi spazi offerti a Dio, più saremo capaci di andare verso i fratelli con cuore di pastore e come preziosi strumenti della tenerezza del Padre».

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