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Quel prefetto colpevole di leggere "L'Osservatore Romano"

· Durante i tesissimi raporti fra Italia fascista e Santa Sede ·

Il documento che il prefetto a riposo Ugo Morosi ha fatto pervenire alla direzione del nostro giornale è una testimonianza, piccola se si vuole, ma significativa dello stato dei rapporti fra Italia fascista e Santa Sede alla vigilia dell’ingresso italiano in guerra, nel giugno del 1940. 

Si tratta di un’informativa proveniente dalla provincia di Grosseto riguardante il prefetto Guido Palmardita, nato a L’Aquila nel 1882: essa viene trasmessa da Achille Starace, da pochi mesi capo di Stato Maggiore della Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), a Guido Buffarini Guidi, sottosegretario all’Interno e quindi superiore diretto del prefetto. Porta la data del 2 giugno xviii (1940), una settimana, appunto, prima del fatale 10 giugno.

Dall’inizio dell’attacco tedesco alla Norvegia (9 aprile 1940), i rapporti tra la Santa Sede e il governo italiano avevano subito un brusco raffreddamento. Ed era stato proprio il tono dell’«Osservatore Romano» a infastidire Mussolini e molti dei suoi ministri: già il 10 aprile, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Dino Alfieri aveva compiuto un passo presso la segreteria di Stato insinuando che il «pacifismo ad oltranza» del quotidiano, così contrastante con la politica del governo tendente invece ad «animare gli spiriti e tenerli preparati per eventuali sviluppi», rispondesse a precise istruzioni dei vertici vaticani. Tassativo era stato perciò l’invito rivolto al giornale diretto da Giuseppe Dalla Torre a «moderarsi» e a essere «più imparziale».
Ma fu dopo l’attacco tedesco all’Olanda, al Belgio e al Lussemburgo (10 maggio 1940) che la tensione fra Italia e Vaticano giunse al massimo. Pio XII rivolse immediatamente un messaggio di solidarietà ai sovrani dei tre piccoli Stati, che suscitò ancora le rimostranze dell’ambasciatore Alfieri durante la sua visita di congedo il 13 maggio 1940: quei messaggi — egli dichiarò — erano stati causa «di vivo dispiacere per il Capo del governo, il quale vi ha ravvisato una mossa contro la sua politica» e avvertì che, dato «lo stato di grande tensione che regna negli ambienti fascisti», non era da escludere che potesse accadere «qualche cosa di grave».
Pio xii rispose «di non avere alcun timore di finire, se sarà il caso, in un campo di concentramento o in mani ostili», ma «il Papa in certe circostanze non può tacere»: anzi si rimproverava di «essere stato troppo discreto e riservato di fronte a quanto era avvenuto e continua ad accadere in Polonia».
Il 12 maggio, il quotidiano vaticano pubblicava uno degli Acta Diurna di Guido Gonella: «Un conflitto crudele ha travolto nel suo turbine tre popoli che volevano la pace, che hanno lavorato per la pace. Nuove contrade sono insanguinate, nuova gioventù è chiamata al sacrificio, nuove popolazioni pacifiche e laboriose sono colpite dal furore di una guerra che si accanisce contro gli inermi e gli innocenti, contro chi ha il solo orgoglio di difendere il proprio focolare. La generosità del sacrificio è l’unica fiamma che illumina una notte così buia».
Fu allora che cominciò l’attacco del governo fascista all’«Osservatore Romano». Lasciamo parlare lo storico inglese Owen Chadwick, che ha scritto un libro eccellente sui rapporti fra Vaticano e Gran Bretagna negli anni di guerra, basandosi sui diari dell’ambasciatore inglese Osborne. «La sera del 12 maggio, i fascisti cercarono di impedire la pubblicazione. Quando questo tentativo fallì, la polizia bloccò tutte le vendite al di fuori delle frontiere del Vaticano. I venditori dei giornali furono pestati, i chioschi furono danneggiati, i sacerdoti che camminavano per strada vennero insultati, gli acquirenti furono assaliti, gli uomini che venivano visti a leggerlo pubblicamente furono aggrediti o insultati, le borse che lo contenevano non furono fatte entrare nelle stazioni ferroviarie. (…) Il blocco del giornale vaticano si stava ampliando, trasformandosi in un blocco della posta vaticana. A Messina, duemila studenti dell'università e delle superiori sfilarono per le strade cantando inni rivoluzionari fascisti e bruciarono cinquanta copie de L’Osservatore trovate in un chiosco».
Al solito non si trattava di azioni spontanee: il 12 maggio Mussolini aveva detto a Ciano di essere disposto a «giungere alle estreme conseguenze» e in quei giorni ripeté più volte al genero che «il Papato era il cancro che rode la nostra vita nazionale; e che lui intendeva — se necessario — liquidare questo problema una volta per tutte».
È in questo contesto che i comportamenti del prefetto Palmardita attirano l’attenzione del segretario federale Elia Giorgetti e del gruppo dirigente del fascismo grossetano: soprattutto il suo fascismo “cattolico”, per cui nei suoi discorsi «si inspira sempre alle cose celesti e finisce elevando il pensiero alla Divinità più che al Duce», la sua contiguità col vescovo Paolo Galeazzi, le sue letture.
«Il prefetto — assicura l’informativa — forse è l’unico fascista che legge ogni giorno l’ Osservatore Romano»: in quel momento si tratta di una colpa gravissima, tanto che il federale di Grosseto deve tenere a freno le sue camicie nere. Lo scopo di Starace e dei suoi informatori grossetani doveva essere la rimozione di Palmardita: il prefetto, invece, restò al suo posto fino al novembre del 1943, fino a quando, cioè, i prefetti furono sostituiti, nel territorio della Repubblica sociale italiana, dai capi della provincia, carica più immediatamente politica.
La mancata rimozione è probabilmente da attribuirsi al filo diretto che legava Palmardita a Mussolini. Dal 1936 al 1939, il primo era stato prefetto a Cosenza e qui aveva conosciuto la madre Elena Aiello (beatificata nel 2011), per le cui opere di carità aveva più volte chiesto e ottenuto aiuti da parte del “duce”. Quindi Mussolini conosceva bene la figura di madre Elena, quando questa gli fece pervenire attraverso donna Edvige, la sorella del “duce”, una lettera in qualche modo “profetica” in cui si implorava il capo del governo di evitare l’ingresso in guerra dell’Italia: altrimenti, si aggiungeva, sarebbe stato punito dalla giustizia divina. La lettera, datata 23 aprile 1940, sarebbe stata pubblicata sul «Giornale d’Italia» del 19 marzo 1956.

Guido Palmardita fu collocato a riposo dal governo Bonomi alla fine del 1944. Sarebbe morto a 82 anni, a Roma, il 3 ottobre 1964.

di Roberto Pertici

Il documento del 2 giugno 1940

Guido Palmardita è un pazzo

La situazione che si va creando in provincia di Grosseto con la permanenza del Prefetto Palmardita deve destare serie preoccupazioni.‑

Il Palmardita è un pazzo e come tale è ormai da tutti ritenuto.‑
Si deve al buon senso del Segretario Federale se non sono avvenuti incresciosi incidenti che avrebbero culminato con una azione decisiva degli squadristi.
Il Prefetto è in urto con tutti: Autorità e persone con le quali ha avuto rapporti.
Il più delle volte desta ilarità per il suo modo di fare ed anche per la sua figura fisica.
Promette grandi cose quasi tutte irrealizzabili.‑
È legato mani e piedi al Vescovo il quale profitta della situazione con l’arte propria dei preti.
Il Prefetto forse è l’unico fascista che legge ogni giorno l’Osservatore Romano.‑
Il Prefetto nei suoi frequenti discorsi insulsi e quanto mai inopportuni si inspira sempre alle cose celesti e finisce elevando il pensiero alla Divinità più che al DUCE.
Giacché la Questura per ragioni ovvie non si può pronunciare, sarebbe utile attingere informazioni tramite l’Arma dei RR.CC. che libera da ogni rapporto di subordinazione può riferire con serenità e con precisa cognizione di causa.

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