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Il potere dolce e unico delle donne

· Al Festival internazionale del film di Roma «Il cuore grande delle ragazze» di Pupi Avati ·

Dopo due opere che affrontavano tematiche attuali con uno sguardo lucido e poco rassicurante — Il figlio più piccolo, sulla corruzione dilagante, e il bellissimo Una sconfinata giovinezza, incentrato sull’Alzeheimer — Pupi Avati riprende uno dei temi centrali del suo cinema: il mondo contadino di un passato non lontanissimo. Lo fa con Il cuore grande delle ragazze , presentato martedì 2 novembre in concorso al Festival internazionale del film di Roma e molto applaudito alla premiére.

La campagna dell’infanzia, e dei racconti paesani, continua dunque a costituire un’attrattiva irresistibile per il regista emiliano, anche se ciò può comportare il rischio di una certa ripetitività pur attenuata dalle ragioni del cuore. Già, perché uno dei limiti di questo film — una commedia peraltro diretta con la consueta impeccabile maestria, più attenta al gioco delle emozioni che alla forma — sta proprio nella sensazione di un già visto, che tuttavia frena solo in parte l’originale idea di fondo: raccontare la forza delle donne, quelle di una volta; ma anche, per contro, le debolezze degli uomini.

Siamo nell’Emilia della prima metà degli anni Trenta. I coniugi Vigetti, contadini, hanno tre figli, uno dei quali, Carlino, è un po’ tonto ma in compenso ha fin troppo ascendente sulle donne del luogo. Gli Osti, invece, sono proprietari della terra in cui i Vigetti lavorano come mezzadri; hanno due figlie, un po’ avanti con l’età e decisamente bruttine, che cercano in ogni modo di far maritare. Qualcuno, come ultima spiaggia, pensa proprio a Carlino (Cesare Cremonini) per sistemarne quantomeno una.

Il giovane comincia suo malgrado a frequentare la casa con la promessa di una motocicletta. Ma da Roma arriva un’altra ragazza, Francesca (Micaela Ramazzotti) — figlia della nuova moglie del capofamiglia Sisto — a scombinare i piani. È giovane e bella, e Carlino se ne innamora, subito ricambiato. Pur con la disapprovazione dei genitori, che per lei avevano altri progetti, Francesca riesce a portare il giovane all’altare. Ma il giorno del matrimonio un contrattempo manda a monte le nozze. Che saranno celebrate due mesi dopo. Tutto sembra andare a posto, ma durante la luna di miele, proprio la prima notte, Carlino tradisce la sposa.

Avati torna così a sfogliare con evidente nostalgia il suo inesauribile e sorprendente album dei ricordi, ispirandosi stavolta, con qualche piccola concessione alla fantasia, alla storia dei nonni materni. Con sguardo leggero e umanissimo, in una commedia che talvolta cede forse un po’ troppo nel caricaturale nel definire personaggi e situazioni, il regista affronta temi delicati, quali il sesso e il tradimento. E racconta un tempo in cui l’uomo era cacciatore — le immagini con i capifamiglia che imbracciano fucili sono decisamente allusive — e la donna la preda. Predestinata, ma non sempre inconsapevole, tutt’altro, e soprattutto forte. Forte di una forza sprigionata da un amore capace di andare oltre: quella di un cuore grande, con una incredibile capacità di sopportazione, in grado di capire e non di rado perdonare. Per il bene della famiglia. Perché alla fine i mariti tornavano inevitabilmente a casa. Era questo il loro potere, dolce e unico.

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