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​Il potere della virgola

C’è il rischio, sul piano letterario, di una crisi diplomatica? A innescarla sarebbe una virgola. Come sottolinea l’«Economist» del 21 settembre in un articolo intitolato The power of the comma, c’è infatti chi la vorrebbe eliminare quasi del tutto (soprattutto gli inglesi), c’è chi, al contrario, ne auspica un uso più esteso (in primis gli statunitensi). In particolare alcuni accademici di Oxford ritengono che meno virgole ci sono, minore è il rischio di distorcere il messaggio che si vuole comunicare, nella consapevolezza, appunto, del potere della virgola, capace di veicolare un ragionamento in un senso o nell’altro. Lynne Murphy, professore statunitense alla Sussex University, nel sud dell’Inghilterra, ha condotto una ricerca su testi statunitensi e britannici del secolo scorso: lo studio evidenzia che gli americani tendono a essere molto più prodighi nell’uso delle virgole, convinti che esse contribuiscano a dare maggiore ritmo e incisività alla frase. Tanto che Murphy definisce i connazionali big fans of the serial comma. Ma già in passato erano stati formulati, su questa vexata quaestio, pareri antitetici. Basti pensare a Virginia Woolf che tendeva a concepire la virgola come un ostacolo, reo di impaludare il flusso di coscienza che prende forma attraverso la scrittura. Invece Manzoni ben sapeva come un’errata collocazione di una semplice virgola potesse macchiare l’impeccabile veste di una frase. Tanto che in una notte tempestosa, nonostante la salute malferma, fece riaprire la bottega all’esterrefatto stampatore dei Promessi Sposi perché si era ricordato di aver messo una virgola nel posto sbagliato. Ma non c’è solo la virgola a dividere il mondo della cultura. A parte Totò e Peppino in un celeberrimo duetto, tanta letteratura ha infatti ruotato intorno al punto esclamativo che ha avuto, nel tempo, estimatori e denigratori. «Odio il punto esclamativo, questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce» tuonava il giornalista e critico d’arte Ugo Ojetti. La pensava diversamente Alessandro Manzoni, che riconosceva nel punto esclamativo uno dei fulcri della sua prosa. Nel Fermo e Lucia esso viene scritto 111 volte, nei Promessi Sposi 163. E quando Victor Hugo, dopo aver stampato I miserabili, inviò all’editore una lettera con solo un punto interrogativo per conoscere l’indice di gradimento dei lettori, il destinatario non fu da meno: gli comunicò il successo del libro facendogli recapitare un foglio in cui campeggiava solo un grande punto esclamativo, come a enfatizzare i meriti di quel capolavoro. E i ricami e le dinamiche che si legano a questo complicato segno di interpunzione continuano ad affascinare anche i lettori moderni. Giunge dunque quanto mai gradito il libriccino Il punto esclamativo (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2017, pagine 77, euro 8,50) corredato da una nota di lettura di Roberto Alessandrini. Esso contiene il racconto di Anton Ĉechov intitolato proprio Il punto esclamativo, ma il sottotitolo, E altri incubi ortografici, sta a indicare che questa originale iniziativa editoriale ha un raggio di indagine più ampio. Ecco allora il racconto di Iginio Ugo Tarchetti, esponente del movimento letterario degli scapigliati, intitolato La lettera U, e quello dello scrittore e traduttore Emilio De Marchi, Regi impiegati. Insomma viene presentato in un’illuminante sintesi il mondo dell’ortografia e della punteggiatura che in una dimensione fra l’ironico e il surreale finisce per avere pesanti ripercussioni sul mondo reale. Protagonista del racconto dello scrittore russo è il segretario Perekladin, che trascorre insonne la notte di Natale perché, durante la cena, qualcuno aveva fatto sarcastici commenti sulla capacità degli impiegati di usare correttamente la punteggiatura. E quella notte riceverà la visita di alcuni spettri, i quali altro non sono che segni di interpunzione: li riconosce tutti tranne uno, il punto esclamativo. Nel racconto di Tarchetti il protagonista nutre invece un odio irrefrenabile per la lettera u: un’avversione che lo farà uscire di senno. Non meno inquietante è il racconto di De Marchi: la banale richiesta di un ufficio postale di periferia innescherà un caso aggrovigliatissimo, che coinvolgerà anche il ministro, a causa di pastoie burocratiche legate alla stesura di un foglio che mette a dura prova la competenza grammaticale degli estensori. 

di Gabriele Nicolò

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19 giugno 2019

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