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Il potere dei cani

Era notte a Berlino quando è caduto il Muro, e quella notte, il 9 novembre 1989, si gonfiò di voci, da lungo tempo represse e soffocate, dopo l’annuncio in tv sull’apertura del confine. E mentre la folla premeva, nel repentino e radicale cambiamento del destino del comandante Jager si specchiò il senso di un passaggio epocale della storia: per l’intera vita il tenente colonnello aveva ricevuto ordini e li aveva eseguiti, invece ora non ha più nessun comando a cui ubbidire. Jager guardia la barriera e non sa che cosa fare. Il Muro non garantisce ormai più il potere e il potere non protegge più il Muro. «Questa è la formula della caduta, la chiave di Berlino, il saldo del Novecento». Unendo, in felice sintesi, la schietta narrazione dei fatti e l’afflato poetico, così scrive Ezio Mauro nel libro Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino, che rievoca il trentennale di un avvenimento gravido di passato e foriero di prospettive, a loro volta intrecciate di speranze, incertezze e timori.

Ezio Mauro,  Anime prigioniere.  Cronache dal Muro di Berlino  (Milano, Feltrinelli, 2019,  pagine 205, euro 18)

Quella dell’editorialista di «la Repubblica», di cui è stato direttore dal 1996 al 2016, è una cronaca serrata delle pulsioni, tendenze e aspirazioni che portarono alla caduta di un simbolo, e si configura al contempo come un romanzo corale composto dalle voci, tormentate e discordanti, dei protagonisti, che vissero il travaglio di quella fase storica.

«I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando — rileva l’autore — furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano ogni due giorni per essere più aggressivi». Questi cani erano stati ammaestrati a inseguire l’odore del «grande sospetto» che avviluppava l’intera Ddr: di conseguenza non potevano riconoscere il profumo della libertà che cominciava a diffondersi nelle strade dell’Est europeo, «arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino».

Quando quel Muro cominciò a sgretolarsi e ogni pietra venne accanitamente scalfita e poi rimossa, ebbe inizio, non a caso, anche il processo di disfacimento di quegli equilibri geopolitici che erano legati all’esistenza di quel simbolo, espressione inquietante di un titanismo totalitario. Non una semplice barriera (lunga 156 chilometri), dunque, ma una vera e propria arma, da puntare contro chi sognava la libertà.

«Come se il Muro fosse un segnale, la prima pietra divelta di quel mondo, è tutto l’Est che precipita — scrive Mauro — replicando con un’eco gigantesca il fragore della rottura del secolo nelle strade grigie della Ddr». In Polonia il governo comunista di Rakowski è saltato già ad agosto, in Ungheria l’ultimo leader comunista Grosz se n’è andato a inizio ottobre. Lo stesso giorno in cui si apre il confine a Berlino, a Sofia, assediato dalle manifestazioni di protesta, si dimette Zivkov, che aveva regnato sulla Bulgaria per trentacinque anni. A Riga 500.000 persone celebrano in piazza l’anniversario dell’indipendenza della Lettonia, lungo le sponde del fiume Dvina. A Vilnius il partito comunista è degradato e gli viene tolto il ruolo di guida della Lituania. C’è ancora un Paese che resiste all’“onda sismica” del Muro crollato, la Romania. Ma il 16 dicembre scoppia a sorpresa una rivolta a Timisoara contro l’arresto del pastore protestante Tokés, portato via dalla Securitate, la polizia segreta. La folla brucia la sede del partito, compaiono i tricolori romeni con un buco al posto del simbolo comunista, e si canta un inno, contro la barbara tirannide, proibito dal 1947.

Ritornando a Berlino, Ezio Mauro, saggiamente rileva che assorbendo su di sé tutta la furia della distruzione, tutta l’ansia di liberazione, il Muro ha evitato il sangue a Berlino. Non solo. «L’indirizzo emblematico che la folla cercava nei suoi assalti — evidenzia — era il Muro, non la sede del partito o del governo. Il Muro ha deviato il furore, l’ha attirato su di sé, simbolo ormai vuoto ma ostinato, fino all’ultimo giorno». Tra gli effetti immediati della caduta del Muro ne spicca uno: poco per volta, increduli, i vecchi dissidenti possono ora avvicinarsi alle stanze del terrore, farsi consegnare i dossier che li riguardano, scoprire chi li spiava (anche nella cerchia degli amici e dei familiari), leggere i rapporti. E nel leggerli si scoprono “complicità impensabili”, perché create e alimentate nel segno del sospetto e del terrore.

Ora il Muro non c’è più, ma il Muro è dappertutto, perché «la memoria è più ingombrante». Una memoria troppo carica di lutti e di sofferenze per poter essere cancellata. Lo sanno i cani che, dopo il crollo, furono messi in vendita. Eppure quando essi arrivavano laddove prima c’era il Muro, si mettevano ad abbaiare, come se dovessero ancora presidiare «la sabbia della zona di nessuno». Come se il Muro «fosse eterno e il suo fantasma di pietra, testardo, sopravvivesse alla caduta».

di Gabriele Nicolò

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19 novembre 2019

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