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Il romanzo
di Thornton Wilder

· Il ponte di San Luis Rey ·

Il ponte San Luis Rey in una stampa del xix secolo

Perú, 20 luglio 1714: il maestoso ponte andino di San Luis Rey, che collega Lima a Cuzco, dopo aver per secoli permesso agli uomini di attraversare il profondo burrone che altrimenti isolerebbe le due città, crolla rovinosamente. Thornton Wilder, scrittore e drammaturgo statunitense, con il romanzo Il ponte di San Luis Rey (Roma, Elliot, 2013, pagine 151, euro 16), che nel 1927 gli valse il premio Pulitzer, attraverso la voce del francescano fratel Ginepro, ricostruisce la vita delle cinque vittime di quella disgrazia, cercando affannosamente una spiegazione plausibile per quelle morti. Il frate dai capelli rossi, nativo dell’Italia settentrionale, si interroga angosciato sulla causa di un avvenimento che la fede gli impedisce di considerare una fatalità: si arrovella sul perché tra le migliaia di viaggiatori che nei secoli hanno transitato su quel ponte, proprio quei cinque individui siano andati, insieme, incontro a una morte ingiusta, inaspettata, violenta. 

Fratel Ginepro, alla ricerca di una traccia che giustifichi il loro coinvolgimento nella sciagura, si imbarca in una minuziosa e intricata ricostruzione delle vite delle cinque vittime, cercando di fare luce sui disegni della Provvidenza, convinto di poter rintracciare una relazione, un fatto, un “movente”. Il francescano vive la teologia come una scienza esatta, capace dunque di spiegare Dio, sistematizzarlo, ridurne la volontà a consequenzialità intellegibili: da qui l’inoltrarsi nelle vite delle cinque persone sperando magari di scoprirne una colpa, che gli dia la possibilità di spiegare l’accaduto, anziché constatarne un’innocenza che renderebbe ancora più difficile giustificare la chiamata a sé da parte di Dio. Basandosi sulla testimonianza di amici e familiari, fratel Ginepro, oltre ad avventurarsi in intricati reticoli esistenziali, arriva addirittura a compilare una tabella per le persone coinvolte, assegnando loro un punteggio, rispetto a tre diverse categorie: bontà, devozione, utilità. Se la morte individuale suscita dolore, la tragedia collettiva come quella del ponte di San Luis Rey, in cui muoiono insieme il ricco e il povero, il ladro e il giusto, il bambino e il potente, scuote i suoi parametri di giustizia, provoca scandalo.
Eppure, scavando nelle vite delle cinque persone, così diverse per estrazione sociale, storia, cultura, fratel Ginepro non giunge a capo di alcuna spiegazione. Il problema del male, la permissione del male da parte di Dio è destinata a rimanere un mistero per l’uomo, nonostante filosofia e teologia si accaniscano alla ricerca di un bandolo, che plachi lo sgomento dell’essere umano e la sua percezione di essere fuscello in balia dell’ignoto e dell’arbitrario.
Se la ricostruzione del passato, che ha totalizzato l’intera narrazione, non rivela altro che un intrico di vite diversissime tra loro, trascorse, come tante, tra gioia e dolore, fatica e sollievo, sconfitte e vittorie, nel finale del libro, gli occhi del frate si fanno più lucidi, aprendosi sul presente e sul futuro. Dopo la tragedia del ponte di San Luis Rey, la vita delle persone vissute in relazione con le vittime inizia, infatti, a cambiare, ad assumere una consapevolezza maggiore, a dimorare in una radicale domanda di senso. Il cambio di condotta, di stile di vita rappresentano un umile e concreto abbozzo di risposta alla soverchiante domanda intellettualistica del frate, come nel caso di Micaela Villegas, vero nome di Camila Perichole, attrice celebre in quel tempo, comprata a dodici anni dallo zio che l’aveva istruita e fatta diventare un’attrice famosa. Micaela, dopo aver perso, con il crollo del ponte, lo zio stesso e il figlioletto, sentendosi sola e inutile, si trasferisce in convento, sfogando finalmente le frustrazioni e le paure di tutta la sua vita tra le braccia della badessa Madre Maria de Pilar.
Se lo sguardo sul presente mostra comunque il germogliare ostinato da un terreno squassato dall’aridità, quello sul futuro sottopone alla prova più difficile: quella dell’affidamento alla misericordia del Signore. Il fallimento della pretesa scientista di fratel Ginepro, anziché lasciare il posto a una deriva nichilista che vuole la vita come una successione casuale di eventi scollegati tra loro, rivela, per un cristiano, come unica strada possibile quella della contemplazione del Figlio di Dio sulla croce, imperniandosi nel suo stesso sgomento: eppure, l’impotenza di fronte al male ha come risposta la successiva contemplazione del trionfante sepolcro vuoto.
Il ponte che non crolla a San Luis Rey è dunque quello che la creatura costruisce alla volta del Creatore: una strada faticosa, scoscesa, a volte buia, ma ineludibile sentiero alla volta dell’incontro.

di Elena Buia Rutt

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25 agosto 2019

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