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Il poeta
sul monte delle tentazioni

· «Il Conoscente» protagonista del romanzo di Umberto Fiori ·

Se ha un nome proprio, non ci è dato saperlo. Lo chiamano “il Conoscente”, un po’ perché conosce tutti, un po’ perché non è estraneo a nessuno. Appare quando meno te lo aspetti e ti abbraccia con calore, mentre ancora tenti di rammentare quando vi siete visti. Lui di te, però, ricorda tutto. Soprattutto le aspettative deluse e i sogni traditi, che infilza con ironia proprio come le sue dita — nel frattempo — si piantano tra le tue costole. Un ciarlatano? Sì, ma d’alta classe. Un ammannitore di efferate banalità, un artista della dissacrazione quotidiana. Pomposamente grossolano come il Monsieur Homais di Flaubert, sinuosamente mellifluo come il Monsieur Ouine di Bernanos. Un cafone metafisico. Ma sorge il sospetto che, dietro quella maschera abbronzata e incravattata di rispettabilità, si celi un segreto innominabile...

Una scena del film «L’arcano incantatore»

È lui il protagonista dell’inquietante e geniale romanzo in versi sul quale il poeta ligure Umberto Fiori ha lavorato a più riprese lungo undici anni. Classe 1949, cantante rock negli anni Settanta e una vita impegnata per la scuola, qualche anno fa Fiori aveva pubblicato la sua opera completa (Poesie 1986-2014, Mondadori) a cui ora, con Il Conoscente (Milano, Marcos y Marcos, 2019, euro 20, pagine 309), aggiunge un importante tassello. Come definirlo? Probabilmente, come un duello spirituale. Dopo l’incontro casuale tra il Conoscente e il poeta, la loro frequentazione si fa assidua, e i dialoghi sfumano velocemente dalle questioni intermedie a quelle ultime — la letteratura, la politica, i bilanci di un’esistenza, il vivere insieme, il significato delle parole — ma le loro visioni divergono sempre più. «Io sono uno / che cederebbe il passo / a un gatto, a un grillo, a un palo della luce», dice di sé Umberto Fiori. Viceversa, il Conoscente è un’epitome di ambiguità: «Io sono uno... / o eventualmente un altro. A volte due, / tre, sette, nove / che dove sono, non li trovi mai lì». Pagina dopo pagina, i tratti cialtroneschi del Conoscente si fanno sempre più sulfurei, e non sorprenderebbe se dall’elegante mocassino spuntasse d’improvviso uno zoccolo fesso. Tra moine e lusinghe, il Conoscente miagola poi il nuovo comandamento con il quale difendersi da ogni preoccupazione: l’indifferenza. «Impara il sonno. Sii finalmente / indifferente a te stesso / come lo sei agli altri, / come gli altri ti sono indifferenti».

Ciò che il Conoscente vuole è avvelenare ogni istinto di bene, abortire ogni proposito di cambiamento, convincere il suo ascoltatore che il cinismo è l’atteggiamento più onesto, perché ai suoi occhi — duri come biglie di ferro — tutto è già nudo di mistero. Il Conoscente non giudica: condanna. La sua voce è una macina che tutto riduce a pula, difetto, colpa. Per questo annichilitore universale «niente è se stesso / ... / Nemmeno / il cambiamento». «Io conosco un po’ tutti», confida alludendo vagamente al suo «mestiere» (spia? pubblico accusatore? parassita?), ma questo vanto è pure il suo tallone d’Achille: di ognuno egli conosce solamente il lato d’ombra, l’ottusa coerenza del male. E il resto? Preclusa gli è l’inattesa discontinuità che è il bene, la metànoia, l’inversione di rotta. Per l’«occhio dell’assassino» — posto non a caso in rima con «Caino» — non ci sono più stupore né riconoscenza. Nonostante «le sue arie da padrone», lo sguardo del Conoscente è però «sottomesso, disperato». Stampata in faccia non ha la luminosità del sorriso, ma il ghigno pietrificato della derisione. È la smorfia «di chi / abbia dovuto ingoiare un boccone amaro / pesante quanto il mondo, / piegarsi a lungo, servire»; è il rictus mefistofelico del servo triste, quello che sempre vorrebbe il male e sempre scopre che i suoi piani vengono inglobati in un Progetto più grande. Infinita dev’essere la frustrazione di questo essere captivus, prigioniero di se stesso, incapace di tenerezza, compassione, benevolenza, asserragliato in un abisso infernale di solitudine e sterilità. Non potendo creare, la vendetta del Conoscente è corrompere ciò che esiste, scimmiottarlo, storpiarlo, caricaturizzarlo. È uno «sdottore», uno «scoordinatore», uno «stutor», un «smoderatore» che — grazie ad autentici anti-miracoli — trasmuta le cose in qualcosa di più basso: nelle sue mani il linguaggio decade a volgarità, la cultura a esibizionismo narcisistico, i versi poetici in versi animaleschi.

Lo scontro verbale tra il Conoscente e il poeta si fa via via più intenso. E, come il Tentatore condusse Gesù sul pinnacolo del tempio e sull’“alto monte”, così il Conoscente trascina Umberto Fiori in una serie di luoghi lungo i quali sgrana la sua vischiosa controcatechesi. Guidato da questo anti-Virgilio, Umberto Fiori scende nei gironi di una superficialità sempre più spaventosa, fino a giungere in uno stabilimento balneare che ricorda le Malebolge dantesche. Qui, armati di moto d’acqua, moderni Malebranche camuffati da animatori guizzano in un’«acqua nera» come pece bollente. Su questa spiaggia si ritorce la fanghiglia di mille personalità corrotte e corruttrici, fuse e confuse in una medesima carne: una anti-comunità dove sono banditi il pudore, le domande, il silenzio, il pensiero della morte. Bisogna distrarsi, freneticamente, a ogni costo, e il poeta stesso rischia lo smarrimento: «cominciavo a vedermi / come da fuori». A salvarlo sarà il rifiuto a sottoporsi all’umiliazione finale, un gesto minimo che avrebbe tuttavia sancito la rinuncia al pudore; ma sarà proprio il voler conservare la “grazia della vergogna”, per citare Papa Francesco, a preservarlo.

Riemergendo dal suo viaggio allegorico, Umberto Fiori si troverà infine interpellato da una suorina sull’esistenza di Dio. La sua risposta sarà non tanto un atto di fede, quanto piuttosto un autentico atto di realtà: «Non esiste / ... / Dio è / ... / Siamo noi, poveracci, che esistiamo, / ... / siamo noi / che ce ne stiamo sparsi / qui uno, l’altro lì, scompagnati, / seduti, in piedi. È a noi / che si fatica a credere». L’Essere divino, invisibile come le fondamenta di una casa, risulta tuttavia più stabile delle tegole sconnesse e pencolanti sotto il sole. È forse lui quel «bene che ci precede» e che ci lega tutti assieme. «Sento, tra noi, un bene / che non facciamo. / E non potremmo farlo: è troppo grande. / ... / È da lì che vengono le parole. Albero, casa, / nuvola, cane, mondo... / ... / Ecco la fonte inesauribile / del nostro essere presenti, / aperti gli uni agli altri, nudi, esposti / a una lingua, la stessa (o alla sua promessa)».

di Paolo Pegoraro

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14 dicembre 2019

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