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Il pittore della fede felice

· Ricordo di Arcabas ·

rcabas, «La samaritana» (particolare, XX secolo)

«La differenza tra sacro e profano? Non è facile rispondere», diceva Arcabas quando qualcuno gli chiedeva di parlare del suo stile allegro e solenne, chiassoso e ieratico al tempo stesso, squillante di rossi trionfanti e ampie campiture dorate ma sempre in dialogo con la sottile malinconia di pallidi verdi, freddi viola e delicati azzurri. È difficile spiegare un dualismo che non c’è, rispondeva con tranquilla franchezza, scandendo le parole, come temendo di non essere capito. «In realtà il profano non esiste, per me è una nozione incomprensibile»; tutto ciò che esiste porta in sé la vibrazione dell’Essere. Jean-Marie Pirot, alias Arcabas, è morto il 23 agosto a Saint-Pierre-de-Chartreuse, dove resta la sua personale cappella sistina, nella chiesa di Saint-Hugues. Era nato nel 1926 a Trémery; in pochi ricordano il suo nome di battesimo, sostituito da un trisillabo musicale e misterioso come il nome di un mago di una saga norrena. Una parola che dice molto della personalità di chi l’ha inventata, nel senso etimologico della parola, “trovata”. Pirot si è sempre lasciato raggiungere da quello che ha trovato sulla sua strada: cose, persone, spunti compositivi, mescolando figurativo e astratto insieme, perché la realtà è sempre di più di quello che si vede.

«È ai suoi studenti — spiega François Boespflug nel bellissimo libro Arcabas (Marietti, 2000) — che Jean-Marie Pirot deve l’invenzione del suo soprannome d’artista, così facile da memorizzare. Difficilmente si potrebbero mettere insieme sillabe più sonore. Un nome da filibustiere. Nel momento di più forte effervescenza del Sessantotto le scritte sui muri fiorivano e non soltanto nelle città: gli allievi di Pirot al momento di pulire i pennelli ne scrivevano qualcuna sul paravento destinato a quest’uso. Tra le scritte si leggeva in alto l’arc e sotto à bas Malraux (André Malraux, allora ministro della cultura). I depositi di colore accumulati avevano finito per conferire ai pannelli una consistenza e una tinta che sembravano indicargli la direzione da seguire per la sua creazione futura. Devi andare, diceva fra sé, nel senso dell’arc-à-bas».

Se la Bibbia parla di Dio — e Pirot era solito iniziare la giornata meditando la Scrittura — le cose che si vedono e si toccano parlano di Lui nel presente. «Le parole del Vangelo sono fresche e nuove ogni volta. Come se le avessi lette ieri sul giornale» diceva ai suoi allievi, invitandoli a confidare nei miracoli. «Da giovane sognavo muri bianchi per dipingere. Ma chi mai può dare credito a un ragazzo di vent’anni?». Nel febbraio 1952 padre Raymond Truffot, inaspettatamente, gli lascia decorare la sua chiesa. Jean-Marie dipinge affreschi talmente belli da dover essere tutelati dallo Stato. Nel 1984 Saint-Hugues diventa Museo d’arte sacra, senza smettere di essere una chiesa, ricucendo di fatto quello strappo tra sacro e profano che ad Arcabas è sempre sembrato tanto sbagliato da diventare incomprensibile.

di Silvia Guidi

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20 aprile 2019

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