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Il pil americano cresce meno del previsto

· Pesano la disoccupazione e i tagli alla spesa pubblica ·

Non si allenta la morsa della crisi sull'America. A confermarlo sono gli ultimi dati sul prodotto interno lordo (pil) che accelera meno del previsto. Pesa l'alto tasso di disoccupazione, il rallentamento dei consumi e i tagli alla spesa pubblica. E la crisi petrolifera rischia di peggiorare la situazione.

Il pil nel quarto trimestre è stato rivisto al ribasso a più 2,8 per cento dal più 3,2 per cento della prima stima, a fronte del più 1,7 del secondo trimestre e del più 2,6 per cento del terzo. La situazione è peggiore del previsto anche in Gran Bretagna, con l’economia che si è contratta più delle previsioni negli ultimi tre mesi dell’anno: meno 0,6 rispetto al meno 0,5 stimato in precedenza. Il dato alimenta i dubbi sulle ripresa economica e allontana le attese per un aumento dei tassi di interesse da parte della Bank of England. Il quadro è complicato dall’aumento dei prezzi del petrolio che minaccia la ripresa mondiale, anche se, dicono gli analisti, non si ripeterà quando successo con lo shock petrolifero degli anni Settanta, con la stagnazione e un’elevata inflazione nelle economie avanzate, i rischi restano.

L’aumento sostenuto dei prezzi del petrolio potrebbe tradursi in inflazione e presentare problemi alle banche centrali che, a fronte di una ripresa incerta, si troverebbero a dover valutare una stretta per mantenere la propria credibilità. «L'economia americana non può prendersi una pausa; lo scorso anno, quando le cose iniziavano a migliorare, la crisi del debito europea ha agitato la fragile ripresa; ora, in simili circostanze, ci sono le tensioni in Medio Oriente» afferma il «New York Times», sottolineando che «se i prezzi resteranno elevati, la crescita già non abbastanza forte da ridurre la disoccupazione rallenterà». Il petrolio a cento dollari costa un punto di pil.

In tutto questo, poi, s’inserisce la crisi dei consumi. Nel periodo natalizio gli americani hanno speso molto, ma meno di quanto inizialmente previsto. Le spese sono aumentate del 4,1 per cento a fronte del 4,4 per cento stimato. Si tratta in ogni caso della miglior risultato degli ultimi cinque anni. Le spese del Governo federale sono scese dello 0,2 per cento. Le spese dei Governi statali e locali del 2,4. le importazioni sono calate del 12,4 per cento e le esportazioni sono salite del 9,6. L’inflazione è più alta del previsto, con l’indice core, quello monitorato dalla Fed, a 0,5 per cento a fronte dello 0,4 stimato in precedenza.

Intanto, la fiducia dei consumatori americani è aumentata a febbraio al livello più alto degli ultimi tre anni, grazie al calo della disoccupazione che ha contribuito al superamento delle preoccupazioni per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dei carburanti. L’indice è salito a 77,5, rispetto al 74,2 di gennaio. Per la prima volta in sei anni, le famiglie in questo mese hanno detto di essersi sentite più ottimiste sulla ripresa dell’economia che pessimiste.

Resta l'incognita disoccupazione. È la piaga maggiore — ha detto Obama — la principale sfida per l'Amministrazione. I sussidi settimanali di disoccupazione negli Stati Uniti sono scesi di 22.000 unità contro un atteso calo di 10.000 unità. Nella media delle ultime quattro settimane le richieste arretrano da 418.500 a 402.000 unità, il livello più basso dal 26 luglio 2008. A livello continuativo i sussidi calano da 3,935 a 3,790 milioni di unità, il livello più basso dal 18 ottobre 2008.

A ciò si aggiungono nuove tensioni sul fronte bancario. Alcuni investitori istituzionali hanno bocciato l’accordo giudiziario con cui Countrywide — società controllata da Bank of America — si è impegnata a pagare seicento milioni di dollari a numerosi fondi pensione. Lo riporta il «Wall Street Journal», sottolineando che a bocciare l’accordo sono stati BlackRock, Calpers, Rowe Price Group, Nuveen Investment e il fondo pensione del Maryland. Gli investitori ritengono che l’intesa non sia adeguata e cercheranno di spuntare condizioni migliori con Bank of America e Kpmg, revisore di Countrywide.

La Fed continua a essere ottimista. Secondo il presidente della Fed di Filadelfia, Charles Plosser, l’economia americana non corre più il rischio di entrare in una spirale deflazionistica, e dunque non sarebbe saggio cambiare bruscamente rotta alla politica decisa dalla Banca centrale. Per Plosser, l’unica giustificazione alla politica dei tassi bassi e del quantitative easing della Fed è l’alto livello della disoccupazione. Plosser — noto per essere uno dei rappresentanti più conservatori del Fomc (il consiglio direttivo della Federal Reserve) — è sempre stato scettico sull'efficacia del programma d’acquisto di bond da 600 miliardi di dollari, programma contestato anche da molti Paesi.

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