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Il piccolo Lello
a via Poggio Mojano 8

· Quattro pagine - approfondimenti di cultura, società, scienze e arte ·

Storia delle suore Francescane della Misericordia che nel 1943 a Roma trasformarono l’ospedale delle SS nell’ospedale dei perseguitati

Lello aveva sei anni e per lui, piccolo ebreo fuggiasco, la croce con gli artigli — nella Roma occupata del 1943 — voleva già dire la nonna portata via su un camion pieno di disperati sulla via Salaria, voleva dire il grembiulino a quadri di Ada, la cuginetta sparita fra i soldati che abbaiavano ordini, per mano alla nonna con la quale aveva voluto dormire. Voleva dire l’adorato zio Amedeo che aveva salvato il resto della famiglia con una bugia ma non aveva potuto salvare se stesso e — probabilmente — neppure l’avrebbe fatto per non dividersi dalla madre e dalla nipotina trascinate via. Cosa fosse Auschwitz, la casa della croce artigliata che s’era presa Ada, Lello ancora non lo sapeva quando sentì bussare alla porta della stanzetta con la valigia sul letto.

Tre suore apparvero sulla porta. Il terrore di sua madre, Adele, gli attraversò le ossa come una scossa: aveva afferrato lui e il fratellino per i polsi e, paralizzata, sembrava attendere una sentenza. «Era la stessa scena di pochi giorni prima, ma in un altro convento, vicino al Vaticano» ricorda oggi Lello Dell’Ariccia, 82 anni, romano, presidente del Progetto memoria. «Tre suore — prosegue — si erano presentate alla porta della stanza che ci era stata assegnata per nasconderci dalla caccia dei nazisti. Ci avevano detto: “Corrono voci molto brutte, i tedeschi entrano nei conventi, e noi abbiamo paura. Dovete andare via subito”. E ci eravamo trovati in strada, di notte. Inseguiti e senza un posto dove andare, i bambini attaccati alle valige delle madri».

Poi, grazie ad amici eroici e ben informati, la famigliola era approdata a via Poggio Mojano 8 alla casa delle suore Francescane della Misericordia, ultimo edificio di Roma sulla Salaria. Una stanzetta assegnata, la valigia che si apre su un altro letto. «E, sere dopo, tutto sembrava ripetersi». Le tre suore che si erano presentate sulla porta — ricorda Dell’Ariccia — avevano detto quasi le stesse parole delle altre tre: i tedeschi entrano nei conventi, corrono brutte voci, e noi abbiamo paura. «Ma non ci chiesero di andarcene. Dissero: non vogliamo convertirvi ma saremmo più tranquille se a proteggervi ci fosse la nostra Madonnina del Lussemburgo». Poi, sveltissime e sorridenti, avevano tirato fuori da una borsa di paglia una spugnetta e una decalcomania. E la Madonnina fu stampata sulla porta, messa di guardia al piccolo oppresso e alla sua famiglia, giorno e notte. Quella sera la Madonnina — ricorda Lello — fu stampata su tutte le porte degli ospiti segreti.

Furono giorni e mesi che Lello racconta come sereni, mentre fuori la caccia all’uomo e la vendetta nazista su Roma infuriavano. Le rare corse in terrazza con i bambini delle altre famiglie di ebrei, il signor Susesco — profugo così ribattezzato per motivi oscuri — messo dalle suore a occuparsi del giardino, i due ufficiali italiani in clandestinità sempre in attesa di notizie, le discussioni con gli altri bambini per contendersi un tesoretto di bossoli esplosi saltati fuori in quantità e da scambiare e allineare sulle strisce nere del pavimento. Non mancarono le poesie studiate e recitate alla madre superiora, per il suo compleanno. E un maritozzo a forma di numero cinque che, salito dalle cucine, una mattina il buon compleanno l’aveva augurato al suo fratellino.

Il convento delle suore Francescane della Misericordia era un vascello ospedale nella tempesta, affidato a madre Elisabetta, suor Ignazia e le loro consorelle. Un equipaggio che aveva dovuto vedersela con l’altro ospedale, quello della croce artigliata e con il suo equipaggio in divisa nera e la testa di morto. Se il convento era uno degli ultimi edifici alla periferia di Roma non per questo era un angolo isolato e quieto. In posizione strategica, con vista sull’aeroporto dell’urbe e sui collegamenti ferroviari, era entrato nel raggio di interesse delle Ss che vi si erano installate da almeno un anno prima dei fatti, con truppa, ufficiali medici, un comandante militare, sala operatoria, apparecchiatura per le radiografie, barelle. E le suore, molte di madre lingua tedesca, s’erano trovate a coabitare con i nazisti che le avevano confinate in poche stanzette. Quando Erich Priebke, uno dei boia delle Fosse Ardeatine, ebbe bisogno di cure, lì si presentò.

Il 4 ottobre del 1943 — «grazie al nostro amato padre Francesco», scrive la madre superiora nel suo diario in tedesco che le suore conservano con cura — avevano sgomberato l’ospedale, lasciandosi dietro barelle, lastre, cassette di medicinali, materiale da ufficio, un bunker di cemento. Anche delle munizioni, dorate, nuove, scintillanti, lasciarono o dimenticarono. I nazisti, il 4 ottobre, erano fuori da quelle mura segnate da un’enorme croce — un’altra — che segnalava agli incursori aerei la presenza di un ospedale. Ma solo per motivi pratici, vista la situazione nella capitale occupata dove le forze andavano redistribuite e ogni italiano era un nemico. La presenza delle divise nere restava incombente negli echi di guerra attorno al convento. «Se quelli (gli alleati ndr) arrivano, qui facciamo saltare tutto», disse un ufficiale probabilmente a un pari grado scendendo le scale del convento, sentito dalle suore dietro alle finestre.

Due di quelle suore, suor Maddalena e suor Francesca, erano ancora lì nel 1979, quando suor Clara Maria Oberklofer, divenne l’attuale superiora del convento e prese fra le mani il diario delle donne che l’avevano preceduta nella responsabilità. Un quaderno sottile, copertina di cartone con piccole decorazioni. Al giorno 23 ottobre del 1943 c’era, di pugno di madre Elisabetta, una frase: «È desiderio delle massime autorità della Chiesa che i conventi si prendano cura degli oppressi». Nei racconti di Maddalena e Francesca — casuali, tirati fuori quando un’occasione li riportava alla mente — quel desiderio ritornava continuamente. Nessun convento, ricordavano, aveva l’obbligo di accogliere gli ebrei «ma, una volta accolti, non si potevano esporre di nuovo al pericolo. Tanto meno metterli in strada». Un ricercatore una volta chiese, quasi un rimprovero, a suor Clara Maria perché quei ricordi così preziosi per gli storici non fossero stati catalogati, organizzati in documenti che certificassero le vicende. «Per noi — rispose — era talmente naturale che così si faceva (naturale il “desiderio”, naturale esaudirlo già prima che fosse espresso) che non sentimmo mai alcun bisogno di fare documenti per dimostrare che così era stato fatto».

Rimangono dunque, quelle righe, più che essenziali, che madre Elisabetta metteva giù quando ogni parola pesava e il cuore si apriva sulla carta. Dal 23 ottobre il suo diario salta, dunque, direttamente al 25 dicembre, a una notte di Natale in cui a via Poggio Mojano 8 a mezzanotte si cantò gloria a Dio e pace in terra «nella nostra cappella, la casa di Dio, piena di ebrei», sotto gli occhi della Madonnina del Lussemburgo alla cui statuina una di quelle donne volle cucire una veste speciale. A molti di quei bambini ebrei — Lello incluso — le mamme avevano insegnato “per prudenza” l’Ave Maria, perché avessero un lasciapassare da cattolico in caso di interrogatori. Stampata sulla porta, rivestita a festa, invocata per la prudenza degli innocenti, la Madonnina protesse tutti.

In Vaticano, mentre le suore pilotavano il vascello di salvataggio con tutta quell’umanità sotto coperta, pensarono a un altro scudo per il convento, definito “Procura generalizia delle Suore Francescane della Misericordia”. Se il “desiderio” del Papa viene registrato nel diario di suor Elisabetta al 23 ottobre, il 26 ottobre 1943 in Vaticano, su incarico del segretario di Stato cardinale Maglione un accordo veniva firmato con l’ambasciatore presso la Santa Sede del Terzo Reich. Di fatto uno “statuto speciale” per il convento considerato dipendenza della Santa Sede e non perquisibile. (Per inciso i nazisti violarono l’accordo, ma suor Ignazia seppe mentire meglio di loro). Un altro indizio che il Vaticano sapeva quel che facevano i conventi e cercava di guardare loro le spalle nel pericolo. In quel vascello assediato un giorno Lello e gli altri bambini trovarono quel tesoro di munizioni inesplose: bellissime, dorate, luminose. Non quei bossoli bruciati rinvenuti sparsi qua e là. Sul punto di darsele di santa ragione, bambini e bambine, furono divisi da madre Elisabetta che affidò al signor Susesco l’incarico di neutralizzare i proiettili e poi «dividerli in parti uguali senza distinguere fra maschi e femmine». L’inizio di un santo riciclo che, chi scrive apprende, durò decenni. Passando da una casettina di medicinali con la svastica, al materiale da ufficio, fino alle lastre — magari della clavicola di Priebke — con le quali le manine dei bimbi della scuola San Francesco confezionarono centinaia di lavoretti per mamma e papà. Un contrappasso delle cose affidato agli innocenti: protetti a loro insaputa in un grande vascello ospedale, capace di correre più in fretta del Male.

di Chiara Graziani

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