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Il piccolo Adolph ed Ernest il ribelle

Oggetto di ricerca storica dopo un iniziale oblio, la persecuzione e lo sterminio delle persone con disabilità organizzato su vasta scala dal regime nazista è diventato negli anni argomento, oltre che di saggi scientifici, di romanzi. Tra questi, ricordiamo lo splendido Il piccolo Adolph non aveva le ciglia (Rizzoli, 1998) della scrittrice tedesca naturalizzata italiana Helga Schneider. 

Lapide stradale che commemora i morti dell’Aktion T4 sita al numero 4 della Tiergartenstrasse a Berlino

È il 1997: Grete festeggia i suoi ottant’anni e una vita in apparenza felice e ricca di affetti. Qualcosa però le impedisce di gioire davvero: è il ricordo del suo biondo e amatissimo figlio, sottrattole — con la collaborazione fattiva del marito, alto esponente dell’aristocrazia hitleriana — con l’inganno e la forza perché diverso. Il romanzo ripercorre la vita di Grete, l’infanzia felice, il lavoro d’impiegata alla Gestapo, il matrimonio, la gravidanza, la consapevolezza delle difficoltà del piccolo nato, la separazione forzata da lui e, quindi, la sua ricerca disperata. Schneider sceglie dunque di ricordare la mostruosità dell’operazione T4 attraverso gli occhi della madre di una delle piccole vittime, caduta in una trappola tesale, prima ancora che dal nazismo, dal suo stesso marito. Ugualmente interessante è l’ottica scelta dal regista tedesco Kai Wessel che nel suo recente Nebbia in agosto (2016) racconta lo sterminio delle persone con disabilità attraverso la storia vera di Ernest Lossa, ragazzo di origine jenish, morto a quindici anni nella clinica psichiatrica di Kaufbeuren nel sud della Germania. Ernest dunque non è disabile, ma il fatto di appartenere a un gruppo nomade oggetto della furia nazista insieme con rom e sinti, lo rende comunque un soggetto “tarato”. Il ragazzino «asociale e ribelle» — interpretato da Ivo Pietzcher — capisce presto come i suoi compagni di detenzione vengano uccisi sotto la supervisione attenta del gentile direttore della struttura, il dottor Veithausen (Sebastian Kock), inventore, tra l’altro, della dieta della fame, messa a punto per non destare troppi sospetti riguardo alle cause dei decessi (il brodo di verdure veniva bollito per moltissime ore in modo da perdere ogni tipo di sostanza nutritiva, portando il paziente al deperimento). Quello di Wessel è dunque un film (tratto dall’omonimo romanzo di Robert Domes, uscito in Germania nel 2008) sulla responsabilità individuale: il piccolo Ernest, cresciuto in strada, non riesce a essere testimone muto di quanto avviene, anche se sa perfettamente il rischio che corre. E infatti il 9 agosto 1944 viene ucciso anche lui. (giulia galeotti)

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23 maggio 2018

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