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​Il peso del cuore

· ​Omicidi quasi perfetti e senso di umanità in un thriller avvincente ·

Anche nel mondo dello spionaggio e dei servizi segreti — dove l’assenza di scrupoli è intesa come garanzia di forza e la sua presenza quale segno di debolezza e inaffidabilità — ci può essere spazio per i sentimenti, per la commozione, per le lacrime. E tanto più è umano uno scenario dominato dalla crudeltà e dal doppio gioco, tanto più il racconto di progetti sotterranei e di imprese ad alto rischio risulta essere accattivante e intrigante. 

Gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle

Il protagonista del thriller di Terry Hayes I am pilgrim (London, Corgi Books 2014, pagine 891, dollari 17) non ha un nome, o meglio possiede varie identità, allo scopo di rimanere nell’ombra per non mettere a repentaglio la sua incolumità e il felice esito delle sue missioni. Si troverà a fronteggiare, pur molto giovane (del resto è di grandissimo talento), una minaccia mortale diretta agli Stati Uniti.

Per quanto il pericolo da scongiurare sia molto serio, non si tratta dello scenario apocalittico che caratterizza tanta narrativa. La storia, infatti, procede soprattutto attraverso la sapiente introspezione dei personaggi, dei loro sogni e delle loro frustrazioni, dei loro slanci e delle loro meschinerie. Al turbinio di avvenimenti che si dipanano a ritmo incalzante fanno da sfondo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle (in quel tragico contesto viene ideato e perpetrato un omicidio tanto spietato quanto geniale), le impervie montagne dell’Afghanistan insanguinate da efferate violenze e i suggestivi panorami della Turchia (anche qui viene compiuto un assassinio cui il protagonista verrà a capo grazie a un’eccezionale intuizione).
I due omicidi sono collegati? Forse sì, forse no: certo è che chi li ha commessi si è ispirato alle regole del delitto perfetto contenute in un manuale di successo scritto dallo stesso protagonista, come summa delle esperienze maturate sul campo. Pilgrim, questo il suo nome in codice, pur abituato da sempre a convivere con le brutture e gli intrallazzi di un mondo popolato di spie e di traditori, è riuscito a non smarrire umanità e sentimenti delicati. Nella sua mente rimarrà sempre incisa la foto — esposta nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof dove il padre adottivo lo portò in visita quando era ragazzo — di una donna con i due figlioletti attaccati alla gonna che, consapevolmente, si dirige, schiena dritta e testa alta, verso la camera a gas. E come c’è spazio per il rimpianto, per non aver mostrato il dovuto affetto e gratitudine al padre adottivo (che in lui aveva intuito doti e talenti, incoraggiandoli) c’è spazio anche per l'amicizia con un suo collega di lavoro, più anziano, tanto umile da non dire che l’11 settembre si comportò da eroe.
Il nome pilgrim da principio sembra scelto a caso, poi si rivelerà il segno esteriore di un laborioso e insidioso cammino che dal buio porta alla luce, passando attraverso l’epifania decisiva, custodita nella citazione del Vangelo di san Marco, capitolo sedici, versetto sei.
In un momento culmine della storia, il capo dell’intelligence statunitense, spiazzato e ammirato dall’umanità dell’agente segreto, dirà al protagonista: «Il tuo peso è dato dal tuo cuore». Ecco allora che la missione per salvare vite umane non si configura come un peso troppo grande, ma come un dono.
Ecco allora che quando il proprio compito è stato assolto, a prezzo di sofferenze fisiche e non solo, si ha la voglia — pur tra laceranti dubbi e un vertiginoso andirivieni della coscienza — di tessere nuovamente la tela e di ricominciare.


di Gabriele Nicolò

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22 marzo 2019

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