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Il pellegrinaggio di Piero

· ​Bargellini e il giubileo del 1950 ·

Se la vita, parafrasando Vinicius de Moraes, è l’arte degli incontri, anche un pellegrinaggio lo è, e in massimo grado se rispetta i tempi dilatati e la modalità ad alto impatto di un percorso fatto a piedi.

Un viaggio fatto “col caval di san Francesco”, cioè solo con l’ausilio delle proprie gambe, per citare una buffa espressione popolare toscana, è un’occasione privilegiata per incontrare, prima di tutto, una versione inedita di se stessi, un modo semplice e veloce per liberarsi di abitudini e piccole o grandi dipendenze e far spazio all’imprevisto. Chi si mette in cammino accetta implicitamente di essere vulnerabile, di lasciare a casa il rassicurante esoscheletro del proprio status sociale, lavorativo e familiare. Un vero pellegrinaggio implica sempre l’accettazione di una povertà radicale, anche se a termine: la “nudità” di non essere al riparo da niente, in senso non solo materiale, di essere esposti alle intemperie e alle disavventure del cammino ma anche di lasciarsi colpire, ferire, plasmare da quello che si incontrerà lungo la strada.

Piero Bargellini e don Angelo Verri pellegrini a Roma il 27 maggio del 1950

Di questo parla, con l’autoironica, comica solennità di una prosa d’arte vecchio stile il diario scritto da don Angelo Verri, compagno di viaggio di un pellegrinaggio a piedi compiuto da Piero Bargellini da Firenze a Roma in occasione dell’anno santo del 1950, recentemente pubblicato dal settimanale «Toscana oggi».

Dodici giorni in cui il futuro sindaco, il brillante politico e intellettuale Bargellini diventa l’anonimo pellegrino Piero di anni 53, afflitto da qualche acciacco ma sostenuto da un inossidabile buonumore e soprattutto, dall’incrollabile determinazione a proseguire il cammino, senza se e senza ma. Resistendo perfino alla tentatrice amabilità della moglie Lelia che lo precede in macchina in un viaggio molto più spedito verso l’urbe e gli propone un passaggio nell’ultimo tratto di strada, vicino alla Tomba di Nerone (subito allontanata con un perentorio Vade retro Satana) e alle ripetute offerte dei turisti automuniti. «Radicofani è la tappa delle tentazioni — scrive don Verri — perché in quel tratto piuttosto noioso che ci portava alla base della salita alla Rocca diversi macchinoni americani ci hanno sorpassato facendoci vistosi gesti di invito a salire con loro, e noi con altri gesti altrettanto eloquenti manifestavamo il nostro eroico rifiuto». Bargellini coglie l’occasione per imbastire un elogio della lentezza evangelicamente intesa: «I ricchi siamo noi, e privilegiati, perché viaggiare a piedi è un lusso, ci vuole salute, volontà, garretti e tempo e denaro. Noi vediamo, contempliamo, sostiamo, assorbiamo con la mente e con tutti i sensi quanto ci circonda, noi soffriamo e godiamo il nostro viaggio e riceviamo sensazioni e ricordi incancellabili. Chi corre sorvola su tutto e resta nel vago». Il tempo scorre lento, lentissimo dal 16 al 27 maggio lungo la strada per la città eterna, ma denso di avvenimenti, camminando attraverso i bellissimi paesaggi della Val d’Orcia, sostando per il pranzo in spacci-osterie semiabbandonati in aperta campagna o pernottando in vecchie canoniche che svelano affreschi e opere d'arte mozzafiato.

Gli incontri sono davvero tanti e tutti imprevedibili, anche alle porte di Roma, quando — annota don Angelo con la consueta, cerimoniosa allegria — «poche ormai erano le risorse fisiche ma saldo restava il nostro cuore»: il giornalista Zuppi dell’Osservatore Romano che sfreccia per strada con la sua moto, un geometra impegnato a svolgere il suo lavoro che si rivela essere il poeta Betocchi, un cordiale e sorridente Pio XII che si ferma a parlare con i pellegrini dall’alto della sedia gestatoria («mi sono preso la benedizione papale almeno per meriti podistici», annota don Angelo).

Dodici giorni in cui emerge in modo più evidente e pressante la condizione permanente dell’essere umano: avere bisogno. Avere continuamente, incessantemente, “fastidiosamente” bisogno di qualcosa che non possiamo darci da soli: di un bagno caldo, di una stanza per la notte, di acqua potabile per riempire la borraccia. Di cibo come di perdono, di amicizia e di riposo come di misericordia. L’illusione dell’autonomia si rivela per quello che è; un’illusione, appunto, tanto invisibile nella vita di tutti i giorni quanto pericolosa. Bargellini questo l’aveva capito da tempo; l’avrebbe sperimentato in modo traumatico e doloroso sedici anni più tardi quando, sindaco da pochi mesi, lanciò l’appello per salvare Firenze dalla marea di fango che l’aveva investita, nel novembre del 1966.

di Silvia Guidi

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