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Il pellegrinaggio delle stelle

· ​A Saludecio un'opera musicale su sant'Antonio Ronconi ·

Saludecio “non è il più piccolo” dei borghi di collina ricchi di spiritualità, storia, cultura che si affacciano sull’Adriatico: culla di santità e poesia, con il concorso di tutte le forze in paese e con il sostegno delle figure istituzionali, sia religiose che civili, ha saputo realizzare una sorta di presepe vivente intorno alla vita del suo santo, una drammatizzazione musicale di genere operistico melodrammatico costruita sul testo scarno di quello che potrebbe essere più semplicemente un oratorio. E non solo i saludecesi si sono attivati rendendosi disponibili, accanto agli autori, a figurare come comparse o attori, a reperire materiali e fondi: all’Opera paese, sottotitolo perfetto di Santo Amato. Il pellegrino delle stelle, composta dal maestro Fabio Masini sul testo poetico di Silvia Bernardi, ha partecipato massicciamente il Conservatorio Statale di Musica G. Rossini di Pesaro, mettendo a disposizione giovani musicisti, coreuti e voci liriche, unitamente a varie consulenze tecniche. 

Amato Ronconi   in un ritratto di Francesco Podesti (xix secolo)

E l’intento divulgativo non è stato tradito da tanta ricchezza, che anzi ha reso con sapienza la forza spirituale del messaggio di santo Amato. Nato nel 1226, l’anno di morte di san Francesco d’Assisi, e morto l’8 maggio 1292, Amato Ronconi, un uomo del popolo, laico, terziario francescano, ebbe fama di santità già in vita. Alla sua tomba accorsero lungo i secoli fedeli sia dalla gente comune che dalle gerarchie ecclesiastiche — numerosi pontefici vi si recarono in preghiera –, ma fu proclamato beato da Pio vi, dopo oltre cinque secoli, nel 1776. In diocesi viene ancora spontaneo dire il beato Amato, perché solo di recente è stato proclamato santo, con Papa Francesco il 23 novembre 2014.
La sua storia richiama a una fede viva e per così dire “feriale”; e attesta nei fatti che la chiamata alla santità è per tutti, come ha ripetuto il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi, portando l’Opera — già rappresentata nella chiesa parrocchiale di San Biagio, ove riposano le spoglie mortali del santo — a distanza di qualche mese in cattedrale a Rimini, poiché la santità è una realtà di bellezza e speranza per l’intera diocesi e per la Chiesa tutta.
Amato interpretò la sequela di Gesù nella misericordia verso i poveri e i pellegrini, vivendo attivamente la carità radicata nella fede orante e contemplativa, pellegrino egli stesso. L’esperienza del pellegrinaggio non è solo la grande metafora dell’esistenza di ogni uomo sulla terra, ma è in prima istanza la ricerca di un bene soprannaturale la cui presenza si sperimenta “naturalmente” nella carne lungo il cammino. Amato, uomo del xiii secolo, è una figura attuale più che mai, pellegrino in senso pieno, compendiando il distinguo di Dante: «peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria; in modo stretto non s’intende peregrino se non chi va verso la casa di sa’0 Iacopo o riede» (Vita Nuova).
Indossato l’abito — mantello, pellegrina, bisaccia, Vangelo e bordone in mano — quando ci si spostava a piedi, la strada era rischiosa, si valicavano Alpi e Pirenei e sonno e cibo erano appannaggio della sola Provvidenza, nel desiderio della terra celeste egli andava peregrino (per ager) per terre straniere verso Compostella (“campo delle stelle”) e oltre, fino a Finisterre, sulle rotte da cui è nata una “civiltà” europea nel senso buono dei valori che in sé essa custodiva. Per quattro volte raggiunse Santiago. Il quinto viaggio fu interrotto dall’angelo che gli ordinò di tornare a casa per fare testamento.
Di solito si assiste a un’opera per amore della musica, vivendola come espressione di un momento particolare della storia della musica o come fatto culturale, invece Amato. Il pellegrino delle stelle è un’opera di oggi, concepita e riuscita per il nostro tempo. Il giorno dopo viene fatto di canticchiarne le arie, come dopo essere stati a teatro.
L’aspetto che colpisce in primo luogo si deve a quella sorta di plurilinguismo che stabilisce corrispondenze tra musica e testo: per la ricchezza delle tradizioni che vi sono accolte, in musica; per l’alternanza di lingua e dialetto, e latino, nel testo. Fa memoria dei principali codici musicali della nostra tradizione — vi compaiono la forma madrigale, quella laudistica, con brani dal Laudario di Cortona, brani liturgici e canti dei pellegrini della cattedrale di Santiago — , al tempo stesso in cui l’italiano della voce narrante si alterna al dialetto del popolo, al latino del linguaggio giuridico del testamento o a quello delle preghiere.
Così, come nel folto del bosco, il filo di luce che attraversa tutti questi diversificati elementi attorno alla figura del santo li raccorda anche come in un’armonica sinfonia d’ insieme. E ciò che la parola semplicemente evoca, la musica amplifica, come nel caso di una delle arie più orecchiabili dove con leggerezza estrema assonanze consonanze allitterazioni, soprattutto sulle sibilanti, evocano il bisbigliare della mormorazione (Un si spósa, un si spósa, u's la fa s'la su surèla), che la musica fa lievitare: è il momento della maldicenza, nella scena delle donne al mercato, quando l’agire del giusto infastidisce la gente che percepisce con disagio lo scarto tra ciò che è il costume del vivere sociale e la condotta del santo... Sono di fatto rappresentate in poche parole scelte le prove cui è ordinariamente sottoposto il giusto («Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo [...] la sua vita è diversa da quella degli altri», Sapienza 2,12-15).
Amato aveva rinunciato infatti alla parte più cospicua dell’eredità a favore del fratello maggiore Girolamo, tenendo per sé solo un piccolo appezzamento di terreno, con un rudere, sul vicino Monte Orciale: era la sua risposta di rifiuto del matrimonio che la famiglia avrebbe voluto imporgli per motivi d'interesse, volendo egli vivere invece semplicemente «in raccoglimento, preghiera e carità». Riparati i muri del vecchio casolare, ne aveva fatto un ospitale, aperto ai poveri e ai pellegrini — egli stesso povero — , e soccorrendo alle loro necessità con l'incessante duro lavoro della terra.
Ma poiché la sorella Chiara era andata a vivere con lui, per seguirlo nello stesso progetto di vita, in paese presto insinuano una relazione incestuosa, e la chiacchiera dilaga, sino a chiamare in causa il podestà, che lo convoca. Ora, al sopraggiungere del messo, nell’atto di togliersi il mantello il santo lo lancia in aria e questo resta appeso a un raggio di sole. Il messo scappa via, correndo a riferire l’accaduto al podestà che subito chiede perdono ad Amato, confermandolo nella sua «missione».
Ma è un altro il “segno” che commuove veramente la gente tutta: a un certo punto nell’estrema indigenza Chiara non riesce più a sfamare i poveri che accorrono all’ospitale e comincia a dubitare: si chiede dove siano finite tutte le loro preghiere. Sì, la domanda di dentro è questa: dove sono finite le preghiere. Perché tutto si può perdere, ma la preghiera no. Amato invita la sorella ad andare nell’orto, dove al mattino ha piantato le rape. E Chiara si altera, poiché le rape sono state messe a dimora appena all’alba.
È la voce del coro a parlare per Amato, che nell’opera non proferisce mai parola: «No! Chiara no / Non avere paura/ No! Chiara no! / Non devi temere!». Nell’orto Chiara trova il cibo «per sfamare tanta gente».
E poiché il bene per sua natura contagia, a quel punto i paesani accorrono. Ognuno porta qualcosa all’ospitale. E questo lungo i secoli e ancora di recente. L’ospitale che Amato, in morte, cede ai benedettini, è aperto ancora oggi. Gli anziani ricordano molto bene i tempi in cui la gente comune accorreva a portare quel poco che aveva, contribuendo all’opera del santo, veramente "amato" in paese, tanto che la sua immagine compare sullo stemma comunale. La vita di santo Amato Ronconi compendia esemplarmente la radicalità evangelica con la possibilità di fare del possesso dei beni «un’occasione per moltiplicarli con creatività e con generosità, e così crescere nella carità e nella libertà» (Papa Francesco, udienza generale del 7 novembre 2018).
E l’Opera paese non evoca semplicemente un contesto storico, sia pure di valore universale, ma è capace di interpellare il nostro tempo, là dove santità e bellezza vengono a coincidere.

di Anna Maria Tamburini

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16 ottobre 2019

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