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Il peggio è passato

· ​Storie di donne migranti in un libro di Djamila Ibrahim ·

Visto da chi vive ed è cresciuto in Occidente, l’arrivo di un migrante in fuga da guerra e povertà e la sua inclusione nella terra d’approdo può sembrare la conclusione di una vicenda finita bene. Un lavoro, un salario, una casa, una quotidianità ricostruita... Eppure molto spesso si tratta solo dell’inizio di un nuovo viaggio, in un delicato e fragile equilibrio tra identità e attese. Un viaggio a tratti difficile, a volte sostenibile, talora invece impossibile da vivere fino in fondo.È questo lo scenario in cui si muove Il peggio è passato (Milano, Mondadori, 2019, pagine 196, euro 16) di Djamila Ibrahim, scrittrice nata ad Addis Abeba, trasferitasi nel 1990 con la famiglia in Canada, dove tutt’ora vive. Sono nove i toccanti e densi racconti che compongono il libro , capaci di indagare la forza e il dolore di donne partire dall’est Africa e arrivate, per lo più, in Nord America. Donne e bambine che, attraversando i continenti alla ricerca di un posto migliore, combattono per sentirsi a casa in luoghi culturalmente ed esistenzialmente a loro lontani. Donne e bambine che lottano, indecise se scendere a compromessi pur di sentirsi parte di una nuova comunità, se restare fino in fondo se stesse, o se cercare piuttosto di trovare un equilibro costruttivo tra terra di partenza e terra di approdo. C’è chi ci riesce, c’è chi fallisce, c’è chi resta in cammino – ed è questa varietà di finali a rendere il libro prezioso.I fronti davanti ai quali l’autrice pone i tanti personaggi sono tantissimi: le radici, le sofferenze che hanno obbligato alla partenza, il razzismo, il sessismo di prima e di poi, i limiti ma anche il calore delle tradizioni, il peso e l’energia dei sogni, i lampi di speranza che giungono improvvisi a rimettere tutto in discussione.Alcune delle donne di Ibrahim decideranno di tornare a casa. Non è solo perché dopo anni passati all’estero non resta loro nulla in mano, non è solo per ritrovare la propria storia e identità: c’è chi decide di rientrare perché incapace di vivere con la prospettiva di morire in terra straniera. “Voleva farlo in mezzo al suo popolo (…). Voleva esser sepolta dov’era nata, nel Semhar, con l’odore della calda brezza marina sul naso e il gusto del sale sulla lingua”.Ma c’è anche chi sceglie di restare, come Nebiyat, orfana in un istituto di Adis Abeba prima dell’adozione che l’ha portata in Nord America. Le difficoltà sono tantissime, la bambina deve adattarsi al nuovo mentre le rimbombano i consigli della precedente vita (“Fa’ ciò che ti dicono finché non sarai abbastanza grande da cavartela da sola, ma non fidarti di nessuno”), due poli che le rendono difficilissima la quotidianità, facendola sentire ogni volta destinata a fallire. Schiacciata da sguardi che tradiscono un messaggio diverso dalle parole pronunciate, Nebiyat si sente continuamente fuori asse. “Esaminando un’altra volta la fotografia – la mia faccia scura come un livido in mezzo a quei sorrisi solari (…) – mi sono sentita un’aberrazione. Un buco brutto e sfilacciato in un tessuto familiare liscio e uniforme”. È forse però proprio in Nebiyat che il passaggio tra terra di partenza e terra di approdo si fa più armonico e costruttivo. Avendo capito che i concetti di casa e di appartenenza non le saranno mai del tutto chiari, la ragazza accetta di avere un cuore e una mente che oscilleranno sempre tra due possibilità, trovando così un nuovo modo di stare al mondo.Il tema dell’identità ritorna con Yasmin, giovane musulmana canadese che per sfuggire alle imposizioni della famiglia decide di sposarsi, rendendosi presto conto di aver commesso un drammatico errore, finché, dopo sei anni di matrimonio, lascia il marito. Eppure ancora qualcosa non torna. Perché mentre contempla la possibilità di una nuova vita libera dai vincoli del mondo in cui è nata, Yasmin si ritrova ad avere paura di dimenticarselo. Paura “di essere trascinata così lontano dalle sue radici da perdere di vista tutto ciò che di bello e vero c’è nella sua educazione: l’amore complicato ma genuino della sua famiglia, la tenerezza e le risate, la sicurezza della comunità, la poesia insita nella sua lingua madre. Riuscirà a salvaguardare tutto questo senza rinunciare alla libertà e all’indipendenza che ha sempre desiderato? E riuscirà a integrarsi davvero in quest’altro mondo? O sarà solo assoggettata a un altro tipo di limiti?”.Tra le altre donne di Djamila Ibrahim incontriamo Semal, aggredita per le strade di Toronto perché indossa l’hijab; Voce narrante è l’ex migliore amica, con la rottura tra le due ragazze che si è consumata proprio a causa della scelta sul velo, nell’eterno dilemma di come considerarlo. Conosciamo poi Sara, con la cui vicenda l’autrice richiama l’attenzione sulla durissima emigrazione dall’Africa in Arabia Saudita e nell’area circostante.E ancora Mariam, miracolosamente sopravvissuta a una fuga disperata nel deserto sudanese mentre è incinta di quel figlio che le verrà ucciso per strada a Ottawa. Mariam, vissuta in perfetta sintonia con la biblica Agar, la cui storia ascoltava da bambina, perché anche lei salvata contro ogni previsione da morte certa. Mariam, che ha “bisogno di vedere con i suoi occhi che il figlio del miracolo, sopravvissuto alla lunga marcia da Asmara a Kartoum (…), scampato alla sua disidratazione e al suo sfinimento, aveva trovato la morte nel fiore degli anni e in quella terra di pace e abbondanza”.Struggente è anche l’incontro con Aisha, partita tredicenne per unirsi ai combattenti per la libertà dell’Eritrea, e che diciassette anni dopo, nel 1994, intraprende un altro viaggio, “questa volta verso una nuova vita in Canada”. Nonostante abbia combattuto, abbia scalato le montagne con un AK-47 in spalla e sia sopravvissuta al conflitto, una volta arrivata ad Ottawa Aisha si trova a pulire lenzuola e bagni di un ospedale. Lei, che dopo una vita passata a lottare contro un nemico in carne e ossa, non sa come affrontare le battaglie della routine quotidiana. La storia di Aisha è la storia, ripropostasi nel tempo in tante varianti, del reduce, per di più qui donna. Nei dodici anni trascorsi nell’esercito, Aisha ha imparato a leggere e a scrivere, ha imparato la storia del suo Paese, ha imparato a lottare per un ideale più grande di lei. Sposatasi con Yosef, dopo la liberazione i due si stabiliscono ad Asmara. Ma mentre al marito viene offerto un incarico nel governo come ricompensa per i suoi servizi nella lotta armata, per lei – come per le decine di migliaia di combattenti donne rientrate dal fronte – non c’è spazio. Il matrimonio si sgretola, vittima della tradizione, Aisha parte per il Canada ma non riuscirà mai a trovare la pace. Perché in fondo ciò di cui i personaggi di Ibrahim sembrano avere veramente bisogno è di non essere soli. Per non perdere nulla della identità di origine, ma, ancor più e ancor prima, per poter semplicemente esistere. È la storia di Alem, torturata in prigione in Sudan, e del fratello, che lei raggiungerà a Toronto. Nel racconto – che è poi quello da cui è tratto il titolo italiano del libro – il narratore è lui, terribilmente intimorito da questa sorella arrivata con un misterioso macigno sulla schiena (“Non le facevo domande, troppo spaventato da quello che avrei potuto scoprire”). A causa della morte del padre voleranno a casa, ma Alem – che intanto è riuscita a confidargli il suo indicibile – non tornerà in Canada. Il vuoto al rientro per il giovane sarà enorme. “Con lei al mio fianco tornavo a essere una persona. In lei vedevo il riflesso di me stesso, recuperavo il mio nome e le mie radici. Non ero più un fantasma”. Senza di lei, è tutto da ricostruire.

di Silvia Gusmano

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26 aprile 2019

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