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​Il pastore e il pescatore

· ​Nell'iconografia della tarda antichità ·

Nell’immaginario figurativo tardoantico confluiscono contesti e figure che avevano ambientato e animato una dimensione cosmica, che convocava, in un ordine e in un governo degli elementi, l’aria, la terra, l’acqua, nelle forme del firmamento costellato di astri e sovrinteso dalla luna e dal sole; degli ambienti campestri popolati di villici e pastori; di oceani, laghi e fiumi caratterizzati da animali nilotici, pesci di ogni tipo e pescatori. 

Sarcofago di Giona (particolare, iv secolo, Museo Pio Cristiano, Città del Vaticano)

Questo complesso insieme di figure servì, già dall’età ellenistica, per ambientare e contestualizzare situazioni amene e geografiche di genere, specialmente quando si volevano calare idilli, ville rustiche e marittime, porti e metropoli in larghe vedute dall’alto e/o a volo d’uccello, assurgendo al neutrale tema del genere iconografico, ma anche a quello dell’epopea mitologica. Tornando ai secoli della tarda antichità, da questi complessi e vivaci quadri di genere cosmico furono estratte alcune significative figure, che, pur mantenendo il loro esponente iconografico, divennero simboli degli elementi.
Fu così che le immagini del pastore, nella forme del crioforo, e il pescatore con la rete e la canna si proposero come simboli sintetici ed estremamente eloquenti di una pace equamente distinta tra terra e mare, per tradurre in figura il concetto bilaterale della pax terra marique parta.
È evidente e ben ricostruito il percorso simbolico che provoca la mutazione semantica del crioforo che, da fortunata imago vittimale e sacrificale, giunge a identificarsi con l’accezione funeraria dell’Hermes psicopompo, per poi sfociare nella personificazione della filantropia, a fianco e completamento dell’altro polo iconografico della pietas, e infine nel protagonista della parabola lucana della pecorella smarrita. Più complesso e più sfumato risulta invece il tracciato iconografico che propone l’immagine del pescatore.
In un piccolo gruppo di sarcofagi scolpiti in un unico atelier romano, e anche in un gruppo di officine molto ristretto e dialogante, negli anni centrali del iii secolo dell’era cristiana, si affacciano, in maniera alterna o simultaneamente, proprio il pescatore, il pastore, ma anche la figura femminile dell’orante e quella del filosofo, queste ultime due per dimostrare la fortuna epocale del gruppo musa-filosofo e per preparare il doppio polo soterico della simbolica paleocristiana.
Il sarcofago della via Salaria, quello della Lungara, quello di Basilea e quello di La Gayole ci parlano di queste teorie di personificazioni, che, lentamente, abbandonano i concetti forti della pietas e della philantropia, che erano finite persino nei coni monetali; ma anche sentimento cosmogonico, pure nell’accezione stagionale, aprono uno scenario nuovo e pronto ad accogliere i nuovi codici cristiani.
Il lento processo di trasformazione si risolve nel sarcofago di Santa Maria Antiqua, che — accanto all’orante, al filosofo e al pastore — propone le storie di Giona e del battesimo di Cristo, ma anche e ancora scene di vita marittima animate da pescatori che ritirano le reti. E questo primo “innesto cristiano” in un contesto cosmico trova la sua soluzione finale nel celebre sarcofago di Giona, della fine del secolo iii, rinvenuto nel comprensorio funerario del Vaticano e ora conservato al Museo Pio Cristiano, all’indomani di un meticoloso intervento di restauro.
La travagliata storia del profeta disobbediente inonda la fronte marmorea, mentre nel registro superiore spuntano il prodigio mosaico dell’acqua che sgorga dalla roccia e la resurrezione di Lazzaro. Il tutto è immerso ancora in un habitat cosmico, con pastori e pescatori, ma anche con la personificazione dei venti, che alimentano e frenano la burrasca.
La storia del pastore e dell’orante ci è ben nota, sino alle soluzioni paleocristiane, merita una certa attenzione la figura del pescatore, che, ben presto, appare, già nella prima parte del iii secolo, nelle cappelle cristiane dei Sacramenti, attratte dai temi del battesimo e del miracolo della fonte, e nella galleria dei Flavi a Domitilla. Di lì a poco, l’immagine del pescatore scomparirà dal repertorio figurativo paleocristiano, forse perché fagocitato dal fortunato tema di Giona, forse perché sostituito dal pendant con il pastore, dalla figura dell’orante.
Eppure il tema marino, nel suo insieme, continua e conosce larghe manifestazioni, come dimostra, a titolo di esempio, l’arca presbiteriane dell’aula sud del complesso teodoriano di Aquileia. Qui, la storia di Giona, curiosamente suddivisa in tre “scene galleggianti”, è inserita in un mare pescoso, animato da scene di pesca con amorini e pesci d’ogni tipo. Il cosmo e Giona si incontrano, la storia e il mare dialogano, la traduzione classica e l’innovazione cristiana si intrecciano.
Se da questi larghi contesti, stringiamo l’obiettivo solamente ed ancora sulla figura del pescatore, sia dal punto di vista meramente iconografico, sia da quello biblico e patristico, le soluzioni semantiche si combinano e stratificano.
Il Nuovo Testamento ci parla esplicitamente e concretamente della vocazione degli apostoli, che esercitano proprio la professione di pescatori, tanto è vero che scaturiscono da questa attività di base, le metafore più fresche e decodificabili: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (Matteo 4,19; Marco 1,17; Luca 5,10), senza contare che il regno dei cieli è paragonato alla rete di un pescatore, che raccoglie tutti i tipi di pesci, buoni e cattivi (Matteo 13, 47-50) ed, ancora, è proprio il Cristo che ordina a Pietro di pescare un pesce e di estrarre dalla sua bocca lo statere per pagare il tributo (Matteo 17,27).
L’immagine del mare come metafora del mondo e dei suoi pericoli e dei pesci come rappresentazione simbolica dell’uomo accompagnò la produzione patristica paleocristiana verso l’equivalenza tra la pesca e il recupero degli uomini dal male del mondo fino alla salvezza eterna. Clemente Alessandrino a questo riguardo è autore di un’audace allegoria con oppositae qualitates che oppongono il mare della malvagità, alla benefica salvezza del pescatore (Paedagogus 3, 52, 2). Questo parallelismo antitetico instaura un conflitto tra il destino della salvezza, che attende il cristiano, e quello della morte, caratteristico del pesce pescato. 

di Fabrizio Bisconti

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21 settembre 2019

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