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Il parroco d’Italia

· Sessant’anni fa moriva don Mazzolari ·

Si sono tenute a Bozzolo, dal 14 al 16 giugno, le manifestazioni per celebrare i sessant’anni dalla morte di don Mazzolari. La tre giorni, intitolata Il fiume, la cascina, la pianura, ha avuto uno stile «innovativo» e ha previsto — come ha spiegato don Bignami, presidente della Fondazione don Primo Mazzolari che ha promosso l’iniziativa — mostre, musiche, letture, incontri e testimonianze con la partecipazione di ospiti illustri.

Indomito. Il parroco di Bozzolo è stato un profeta instancabile della Chiesa nel Novecento. Con la sua parola, o meglio con i suoi «occhi» e il suo «cuore», come spesso diceva per indicare il bisogno di «vedere» e vivere con sentimento, ha inciso in modo significativo nella riflessione teologica e pastorale che ha portato al Vaticano II e allo sviluppo successivo della dottrina sociale della Chiesa. Fino a Papa Francesco, testimone mirabile di una Chiesa attenta ai poveri, dialogante e aperta, semplice e povera, come sognava don Mazzolari. Molte dimensioni oggi condivise del modo di porsi della Chiesa nel mondo — la centralità della proposta evangelica, l’accoglienza e l’attenzione ai bisogni di tutti e in particolare degli ultimi, la denuncia di ingiustizie e violenze, l’urgenza dell’impegno sociale e politico dei laici nell’ottica del bene comune — trovano nelle parole e nella vita del “parroco d’Italia” illuminanti anticipazioni. Come se la definizione di Giovanni XXIII nella profonda riabilitazione a poche settimane dalla morte — «la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana» — fosse davvero la manifestazione del senso profetico dell’opera di don Mazzolari: svegliare le coscienze dei cristiani, richiamare con un suono forte e potente la Chiesa locale e globale a vivere il Vangelo in modo più radicale e vero.

In occasione del 60° anniversario della morte, a Bozzolo la Fondazione a lui dedicata ha organizzato una serie di eventi e incontri di riflessione sul pensiero e gli scritti di don Primo. Tra questi un momento è sul tema Ricchezza, povertà e redistribuzione con gli approfondimenti di economisti politici come Stefano Zamagni e Flavio Delbono dell’Università di Bologna, della docente di Filosofia politica Carla Danani dell’Università di Macerata e della docente di Economia Aziendale dell’Università Cattolica di Piacenza Annamaria Fellegara.

Intanto lo sforzo di riflettere insieme su povertà e ricchezza, come suggeriva don Mazzolari: «Nei libri catastali e nei protocolli borghesi, che hanno l’occhio sul di fuori dell’uomo, povertà e ricchezza non fanno comunella insieme, come, ai bei tempi, l’acqua, il fuoco e l’onore. Nel vangelo però, secondo la pietà del vangelo, esse sono spesso congiunte, poiché il Signore non si lascia trarre in inganno dalle apparenze, e accosta il suo cuore a questa orpellata miseria, che è la ricchezza, ancor prima che all’altra» (Zaccheo 1943). Perché non possiamo fermarci a studiare e capire il fenomeno della povertà senza comprendere le cause della ricchezza e dei suoi eccessi, la sua legittimità etica e giuridica, le sue implicazioni sociali, psicologiche e politiche. Per poi impegnarci a rispondere alle profonde disuguaglianze, che esistevano al tempo di Mazzolari ma che si sono riacuite in modo drastico negli ultimi decenni, per la progressiva contrazione dello stato sociale, per la finanziarizzazione dell’economia, per il prevalere di modelli di economia capitalistica di tipo antagonistico e darwiniano. Certo il parroco di Bozzolo proponeva risposte profetiche fondate sulla carità oltre che sulla giustizia, sull’imperativo evangelico “il di più è dei poveri”, derivato da un’opzione etica radicale: «chi possiede di più si appropria illegittimamente di ciò che non gli spetta». Una visione intimamente religiosa che gli costò l’accusa di “eresia del pauperismo”, ma che spinge a pensare a nuove forme di redistribuzione condivise e sostenibili.

In questa direzione sembrano necessari sia interventi ex post, per riequilibrare disuguaglianze di reddito e ricchezze diventate troppo acute, sia modalità ex ante di contrasto alle storture che provocano le polarizzazioni salariali, professionali e culturali. Se tra i primi oltre alla tassazione progressiva (l’opposto di quanto viene oggi proposto in Italia) sono centrali le politiche di welfare e l’offerta di servizi sociali e educativi alle fasce deboli, per le seconde vanno individuate azioni più incisive affinché i mercati siano più aperti e davvero concorrenziali e la governance delle imprese più trasparente e partecipata. Anche perché le possibili giustificazioni teoriche ed etiche della disuguaglianza oggi non trovano più fondamenti empirici: che una distribuzione concentrata del reddito possa rappresentare una leva dello sviluppo, grazie ai maggiori incentivi a produrre e investire delle fasce ricche della popolazione, si è dimostrata una tesi non suffragata dai dati degli ultimi anni, che anzi rivelano una correlazione negativa tra indice di Gini, che misura la concentrazione del reddito, e tassi di crescita del pil procapite; che i superstipendi di manager, sportivi e o operatori finanziari siano giustificati da criteri di merito, e quindi abilità e sforzo, sembra sempre meno verificato, sia nelle multinazionali che nelle banche che nella finanza internazionale, dove prevalgono forme di oligopolio sempre meno concorrenziali e meccanismi di retribuzione sempre più autoreferenziali e feudali (il cosiddetto capitalismo di relazione).

Ma tornando a don Mazzolari e alle sue parole provocatorie, interessanti appaiono anche le anticipazioni alla Caritas in veritate di Benedetto XVI con le sue riflessioni sul dono: «il valore vero, il valore umano, ciò che disseta, ciò che placa, che riposa, che non umilia il mendicare, è il dono (...). In ogni scambio o si raggiunge questa sacerdotalità che rivela l’amore e fa quasi un sacramento di ogni rapporto umano, o si resta commercianti, condannati al piano economico, quello dell’affare oggi, che è una guerra coperta, della guerra scoperta di domani, una maniera anch’essa di continuare l’affare. L’uomo-sacerdote è oltre la quantità, non si fa predone né omicida per la quantità. La materia è per lui un simbolo, non un dato contabile». In questa critica all’“uomo-commerciante” non c’è evidentemente l’attacco a una professione ma a uno stile e agli obiettivi di un certo modo di vivere l’attività economica. «Se capisco il dono, il mio è un possesso che rispetta e fa più bello il possesso di ognuno. Prendo e non sottraggo: mi disseto e lascio che ognuno vi attinga, poiché il dono, quando è posseduto in tal modo, che è poi l’unico che rispetta le divine esigenze celate in ogni creatura, è inesauribile» (La Samaritana 1941). Così come le brevi riflessioni sulla fraternità rimandano a un impegno che superi il dovere della solidarietà: «Non è una scuola facile la scuola della fraternità, specialmente per gente come noi che ne perdiamo il gusto man mano che moltiplichiamo i gargarismi della solidarietà» (Ripresa 1952).

E infine le bellissime parole sul rapporto con il creato, con la terra, così importante per lui, prete di campagna, di «fiume, cascina e pianura», anche in questo caso parole quasi premonitrici della Laudato si’ di Papa Francesco: «C’è una divina rispondenza tra il mio occhio e la bellezza, tra il mio orecchio e l’armonia, tra l’aria e le ali dell’allodola, tra il sole che l’ubriaca di canto e il suo piccolo cuore: un meraviglioso intendersi, un castissimo connubio tra le cose che si cercano, si congiungono e s’accomiatano per ritrovarsi di nuovo: una comunione che se fosse capita e rispettata ci porterebbe lontano, sulle soglie del regno dei cieli». Perché come per Bergoglio, anche in don Mazzolari la bellezza della vita, la gioia del Vangelo sono il messaggio più potente da associare alla difesa dei poveri e all’accoglienza dei lontani.

di Paolo Rizzi

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20 settembre 2019

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