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Il parroco delle trincee

· La figura di don Gioacchino Rey nel 75° del rastrellamento del Quadraro ·

«Chi poteva fare, in quei giorni, quello che ha fatto lui? Chi se non un prete, un uomo di Dio che ha attinto la forza dal Mistero del suo sacerdozio, che agiva in nome del Maestro. La sua tonaca gli consentiva di potersi avvicinare alla sua gente, ma non gli evitava di venire per questo egualmente malmenato». In tempi in cui la periferia romana torna, suo malgrado, alla ribalta della cronaca nazionale, per vicende di violenza, emarginazione e anche proteste a sfondo razziale persino con lo sfregio del pane calpestato, riaffiorano alla memoria del cronista queste parole di un anziano porporato, il cardinale Ugo Poletti, per quasi vent’anni vicario di due vescovi di Roma proclamati santi. Parole pronunciate in una parrocchia della periferia romana, esattamente 25 anni fa, in memoria di don Gioacchino Rey, l’antico ed eroico parroco del Quadraro — quartiere in linea d’aria solo a una manciata di chilometri da Torre Maura, teatro della recente protesta anti-immigrati — che nei giorni drammatici di “Roma città aperta” tanto si prodigò per le famiglie poverissime della borgata e per gli oltre 900 uomini rastrellati e poi portati nei campi di lavoro in Germania. Una delle pagine più drammatiche ma anche, incredibilmente, meno conosciute dell’occupazione nazista.

Erano le 4 del mattino del 17 aprile 1944, il lunedì dopo la domenica in Albis di 75 anni fa. I militari tedeschi sorpresero tutti nel sonno e fecero irruzione nelle case. Scattava così quella che in codice era stata definita come Unternehmen Walfisch (Operazione balena), rastrellamento messo a punto personalmente da Kappler. Forse una rappresaglia per l’assassinio di alcuni sodati nazisti, avvenuto nei dintorni pochi giorni prima. O forse, ancora, un modo per sradicare le cellule della resistenza nascoste in una borgata “infida”, che il comando tedesco dipingeva come un vero “nido di vespe” (Nido di vespe è anche il titolo di uno spettacolo che ripercorre gli eventi di quelle giornate messo in scena il 15 aprile al Teatro Argentina per la regia di Daniele Miglio). «Chi vuole sfuggirci ha due strade: o va in Vaticano o al Quadraro», spiegò il consigliere d’ambasciata nazista Molhausen.

Meno di un mese prima c’erano stati i tragici fatti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. E il 3 aprile don Giuseppe Morosini (il don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi in Roma città aperta di Roberto Rossellini), anche lui ben conosciuto al Quadraro, era stato passato per le armi a Forte Bravetta. L’operazione di rastrellamento prese comunque tutti di sorpresa. O quasi. «Su incarico di don Gioacchino Rey, che era al corrente della nostra presenza, giunse un’anziana signora dicendoci che dovevamo allontanarci rapidamente dalla casa, in quanto i tedeschi stavano effettuando un rastrellamento nella zona. Senza por tempo in mezzo, uscimmo e ci dirigemmo di corsa verso Tor Pignattara. Quasi incrociammo le forze tedesche che arrivavano, cantando a passo di marcia, a chiudere il perimetro della zona del rastrellamento. Li evitammo solo per qualche attimo», racconterà sul nostro giornale (2 luglio 2016) Adriano Ossicini, storico leader della resistenza morto due mesi or sono.

I più però non riuscirono a farla franca. Oltre 1500 uomini furono presi, strappati dalle case e dagli affetti famigliari, e radunati dapprima nel piccolo cinema del quartiere. Poi i più anziani e i ragazzi furono rilasciati mentre gli adulti furono trasportati e rinchiusi per molti giorni nei vicini stabilimenti di Cinecittà, da dove furono successivamente smistati per il campo di Fossoli e da lì in Germania. Alcuni durante i trasferimenti riuscirono nella fuga e non pochi alla fine del conflitto poterono riabbracciare i propri cari (nel 1984, in occasione del 40° anniversario, la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio riuscì a rintracciare 182 superstiti).

Per il Quadraro, com’è immaginabile, fu un colpo tremendo. Nell’angoscia e nello smarrimento più totali, le famiglie del quartiere trovarono soltanto nel loro parroco aiuto e conforto. Prete coraggioso, che Pio XII ebbe a definire come il “parroco delle trincee” per la sua missione di cappellano militare durante la prima guerra mondiale, don Gioacchino chiese con insistenza di sostituirsi ai prigionieri, ma riuscì solo a far liberare il medico condotto e il farmacista, indispensabili per far fronte alle minime esigenze di cura della popolazione. Implorò pietà per quegli uomini ma venne ferocemente malmenato. Più volte il sacerdote, l’unico autorizzato ad avvicinarsi, si recò presso gli stabilimenti cinematografici ridotti a campo di concentramento, per visitare i prigionieri, portare loro degli indumenti o semplicemente un biglietto di saluto da parte delle famiglie. Soprattutto, nelle giornate e nei mesi successivi, aiutò concretamente le famiglie a cui improvvisamente era venuta a mancare la fonte principale del sostentamento economico. Annotando tutto, con scrupolosa meticolosità, in registri ancora gelosamente conservati da don Elvio Ferri, attuale parroco del Buon Consiglio: cinquanta lire a questa famiglia, duecento lire a quest’altra per ogni necessità, il latte, il pane, i vestiti, le medicine. E, «fu proprio solo grazie a questa sua felice intuizione di raccogliere dettagliatamente i nominativi dei deportati — conferma a “L’Osservatore Romano” lo storico Pierluigi Amen, curatore di uno studio specifico per conto dell’Associazione nazionale reduci dalla prigionia — che successivamente si poté garantire alle famiglie anche una qualche assistenza previdenziale». Infatti, gli elenchi redatti dai tedeschi non furono mai trovati.

Si comprende bene allora perché ancora oggi i pochissimi superstiti e i più anziani tra i parrocchiani ricordano con tanta commozione il loro antico parroco, che nel 2017 il presidente Mattarella ha voluto insignire della medaglia d’oro al merito civile. Don Giaocchino, purtroppo, non ebbe però la gioia di poter riabbracciare nessuno dei reduci. Morì infatti improvvisamente, in un incidente stradale il 13 dicembre 1944.

In tempi, dunque, in cui la periferia romana diventa inquietante scenario di episodi di intolleranza, e mentre la Chiesa locale su impulso del suo Vescovo riflette a voce alta — è assai recente un convegno dell’Università Lateranense — sul “modello” di prete in una “Chiesa in uscita”, tornano alla mente quelle pacate ma autentiche parole del cardinale Poletti in ricordo di un semplice parroco di periferia, don Gioacchino Rey: «Che interesse aveva ad affrontare ogni giorno la violenza? Poteva starsene chiuso nella sua canonica. Ma era un uomo di Dio».

di Fabrizio Contessa

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24 giugno 2019

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