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Il Papa teologo
e i suoi dialoghi

· Intervista a Elio Guerriero ·

In questi giorni, tra la data del novantaduesimo compleanno, 16 aprile, e l’anniversario dell’elezione, 19 aprile 2005 è uscito il libro di Benedetto XVI Ebrei e Cristiani (edizioni San Paolo) curato da Elio Guerriero. Amico personale e biografo di Joseph Ratzinger, lo stesso Guerriero spiega a «L’Osservatore Romano» la genesi e il senso di questo volume in cui il Papa emerito dialoga con il rabbino capo di Vienna, Arie Folger.

L’elezione di Benedetto XVI il 19 aprile 2005

«Il libro si compone sostanzialmente di tre parti: la prima è un importante articolo del Papa Emerito dal titolo “Grazia e chiamata senza pentimento”; la seconda raccoglie la corrispondenza tra il Papa e il rabbino Folger generata appunto da questo articolo di Benedetto XVI; e infine la terza presenta i documenti più rilevanti sul dialogo tra ebrei e cristiani emanati da entrambe le parti a partire da Nostra aetate e quindi dal Vaticano II. Tra questi vi è il testo intitolato “Tra Gerusalemme e Roma” in cui c’è il primo riconoscimento ufficiale da parte ebraica di questo nuovo rapporto di fiducia e di amicizia tra le due religioni in dialogo. Ricevendo questo documento da parte dei rabbini Papa Francesco dichiarava: “Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli”. I rabbini accolgono questa sintesi e la fanno loro. Per cui si tratta veramente di un documento di grande fiducia che segna l’inizio di una fase nuova nella collaborazione con i nostri fratelli».

Qual è l’aspetto più significativo nella corrispondenza, immagino a distanza, tra il Papa emerito e il rabbino?

Il dialogo, rigorosamente a distanza, si è poi concluso con la visita, nel gennaio di quest’anno, di una piccola delegazione di rabbini a Papa Benedetto. Quello che emerge è che la franchezza e la lealtà valgono di più di un dialogo portato avanti a tutti i costi senza rispetto per gli elementi fondamentali dell’una e dell’altra religione. Dice il rabbino Folger, rispondendo alle critiche che erano state fatte a Papa Benedetto da alcuni teologi tedeschi: «Noi pure abbiamo dei precetti che ci vengono dalla Torah e che non mettiamo in discussione, che non possiamo mettere in discussione dialogando con dei partner di qualsiasi religione, e uguale atteggiamento dobbiamo riconoscere anche alla Chiesa cattolica. È chiaro che dialogando tra di noi io non posso chiedere al Papa di rinunciare alla sua fede in Gesù al dogma dell’Incarnazione o della Risurrezione, altrimenti cade la fede cattolica. Una volta accertato questo, noi possiamo collaborare in campo etico, possiamo collaborare nella salvaguardia del creato, perché ambedue crediamo nella creazione del mondo, a questa visione del mondo come un giardino da proteggere e da trasmettere con cura ai nostri posteri e poi nella ricerca della pace per il mondo stesso».

Quali sono state le caratteristiche degli otto anni di pontificato di Benedetto XVI?

Papa Benedetto evidentemente ha portato la sua grande esperienza di teologo e di maestro di vita. Io ho sempre pensato che il rapporto tra ragione e fede sia stato uno dei cardini del pensiero di Joseph Ratzinger che è passato anche nella sua esperienza di governo della Chiesa. Pensiamo alle sue encicliche sulle tre virtù teologali, in cui ha voluto invertire l’ordine tradizionale cominciando dalla carità. La carità, l’amore, l’amore di Dio, ma inteso in senso molto esteso, addirittura partendo dalla visione platonica, e quindi l’anamnesi di Dio nel cuore dell’uomo, la ragione che genera l’amore per il Verbo e dunque per lo studio. A questo punto l’uomo che ricerca, che vuole approfondire il senso di se stesso e della sua vita, si accorge che prima di essere lui un cercatore è uno che è stato ricercato, ricercato da Dio. Da qui la fede. Tutti questi elementi si integrano fra loro e generano un rapporto di equilibrio perché la ragione stessa è stata donata da Dio, il Verbo ci è stato donato da Dio, per questo noi dobbiamo amarlo e da qui scaturisce la nascita della coscienza e l’amore alla verità.

«Cooperatori della verità» è il motto episcopale di Ratzinger: è questo il cuore del suo pensiero?

Sì, un rapporto d’amore. Noi uomini, dice Ratzinger, non possiamo rinunciare all’amore per la verità, questo è il cardine di tutto. Questo diceva Benedetto XVI rivolgendosi in modo particolare agli Stati Uniti e all’Inghilterra, portando come esempio innanzitutto Tommaso Moro, il quale, messo di fronte all’alternativa di restare fedele alla sua nazione oppure a quella che lui sentiva come verità oggettiva, si sacrifica per la verità. E poi c’è la figura di un altro grande inglese, il cardinale John Henry Newman, che Benedetto XVI ha voluto di persona beatificare. Per Newman è centrale il concetto della coscienza. Su questo c’è un importante distinguo del Papa emerito. Per lui, infatti, non si sta parlando di una coscienza soggettivistica ma di una coscienza che si lascia informare dalla fede, da un’oggettività che precede l’uomo stesso. Questa oggettività ha preso forma nei Dieci Comandamenti della legge ebraica, che è diventata legge anche per i cristiani, a cui noi non possiamo rinunciare. Gesù su questo punto, con il suo discorso della montagna, parte dal Decalogo, dalle leggi dell’antica alleanza; ma con l’amore, che è la caratteristica delle Beatitudini, vuole portare un di più, non un di meno: vuole intensificare la legge, vuole rendere queste leggi più ricche e vivide, ma non per questo meno impegnative per la coscienza dell’uomo.

Viene in mente il discorso che Benedetto XVI tenne a Parigi, una città ferita in questi giorni dall’incendio di Notre-Dame: un discorso di livello altissimo, riecheggiato poi anche a Londra e a Berlino. Si può dire che Ratzinger abbia voluto chinarsi sulle ferite dell’Europa per incoraggiare il suo cammino?

Ratzinger ha dedicato diversi discorsi e anche libri all’idea dell’Europa, riflettendo sulle recenti svolte di quel cammino: ad esempio il 1989, l’anno della caduta del muro, poi il passaggio al terzo millennio, infine la nuova costituzione europea, con la disputa intorno alle radici cristiane. In tutte queste occasioni, purtroppo, Benedetto XVI si è rivelato un facile profeta. L’Europa senza una base prepolitica si è trovata e si trova in gravi difficoltà e oggi più di ieri ha bisogno veramente di riscoprire le sue radici. Esattamente a Parigi, Papa Benedetto fece un discorso, prendendo spunto da un libro che soprattutto a cavallo degli anni ’70-’80 era molto famoso, il volume di Jean Leclercq L’amour des lettres et le désir de Dieu (“L’amore delle lettere e il desiderio di Dio”) nel quale c’era appunto una riflessione sull’Europa intesa come patria spirituale. Si chiedeva, quindi, il Papa: qual è la ricchezza che connota l’Europa e a cui l’Europa non può rinunciare? La risposta risiede nell’eredità ebraico-cristiana che è stata costruita ed è stata arricchita dal medioevo in avanti. Proprio a Parigi si forma la prima università l’universitas studiorum generata da questo amore per le lettere, per la cultura e insieme sostenuta dal desiderio e dall’amore di Dio. Per questo il rimando a Dio, concludeva, non può assolutamente mancare. Fu allora che il Papa fece quel riferimento, che poi è stato accolto, al Cortile dei gentili, dove si ritrovano credenti e non credenti per discutere cordialmente e amichevolmente, un luogo che ricorda il bisogno fondamentale di una base culturale e spirituale. Senza questa dimensione l’Europa si riduce a una unità commerciale, a un soggetto che esporta solamente merci; ma se questo accade, essa diventa semplicemente una piccolissima parte del mondo e perde la cosa più importante, il fondamento culturale e spirituale a cui non può rinunciare. In virtù di questo fondamento l’Europa può ancora svolgere un ruolo significativo nel mondo, altrimenti diventerà insignificante, progressivamente irrilevante. Questo era il grande messaggio di quel discorso. Posso immaginare oggi quanto Benedetto XVI, che è anche accademico di Francia per i suoi meriti culturali, sia rimasto addolorato e commosso per l’incendio di Notre-Dame, luogo di bellezza e spiritualità che sintetizza tutto quello che il Papa emerito ha voluto dire nel suo pontificato.

di Andrea Monda

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