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Il Papa letterato

· Nell’anniversario della morte di Giovanni Paolo I ·

Pagina con appunti autografi di Albino Luciani

Non esortazioni apostoliche né encicliche sono state il lascito del pontificato di Giovanni Paolo I, ma un testo squisitamente letterario, Illustrissimi: la fortunata silloge di quaranta lettere immaginarie edita nel 1976, ma dallo stesso Pontefice volutamente riveduto e corretto e ridato alle stampe proprio in quei trentaquattro giorni di pontificato. La quarta edizione di Illustrissimi, esce, infatti, con l’imprimatur papale siglato pochi giorni prima della sua morte. «È il suo testamento umano, spirituale e pastorale» ebbe a scrivere nella presentazione postuma al volume l’editore Angelo Beghetto, allora direttore de «Il Messaggero di Sant’Antonio» nel quale, a puntate, erano state precedentemente pubblicate le lettere immaginarie indirizzate a personaggi storici e a grandi della letteratura mettendo a tema verità della fede unite all’attualità. Una scelta, questa, che porta a riflettere sulla familiarità di Luciani con la dimensione letteraria. O meglio, la letterarietà che si esplicita nella sua opera, che non configurandosi come aspetto marginale, ma canone connotativo caratterizzante l’intera sua produzione orale e scritta, si offre anche quale cardine interpretativo privilegiato. Considerando tutta la sua produzione scritta, dagli anni Quaranta fino alle ultime udienze pontificie, si resta infatti sorpresi di fronte al disinvolto quanto inusuale piegarsi di citazioni scritturali e patristiche alle voci vive e idiomatiche dei personaggi delle commedie goldoniane o di Molière, o quelle ancora dei dottori della Chiesa ai personaggi di Rabelais, di Cervantes. Così la voce di san Tommaso d’Aquino si trova unita a quella di Pantagruel, quella di sant’Agostino a Sancio Panza o quella di san Francesco di Sales a Pinocchio, accanto ad un affollato caleidoscopio di personaggi storici, pittori, scultori, registi, giornalisti, poeti ed autori di ogni epoca, della letteratura classica latina e greca, di quella italiana — da Dante a Manzoni, da Trilussa a Pasolini e Buzzati —, di quella tedesca, castigliana, francese, russa, con i grandi scrittori da Gogol a Pasternak, di quella angloamericana con Scott, Twain, Shaw, Dickens, Chesterton.

Un interattivo mescolarsi di umile e sublime, sacro e profano, tanto naturaliter da far sì che il lettore quasi non s’accorga dell’inaspettata teologia fatta a base di code e di schiene di elefante tratte dalle Favole di Tolstoj, come nella lettera a Gioachino Belli in Illustrissimi, o del disinvolto incedere di san Bernardino da Siena a braccetto con la scrittrice statunitense Willa Cather e il suo romanzo Shadows on the Rock, del quale Luciani, alla ricerca del suo mot-juste, occhieggiava l’incipit in un articolo sul giornale diocesano già nel 1943. E il solo fatto che la Cather, scomparsa nel 1947, divenne nota oltre le frontiere statunitensi solo più tardi, non può che far riflettere sul suo guardare oltre e lontano, portando inevitabilmente a riconsiderare anche il nucleo originario della sua formazione. Il dato infatti rivela un interesse precoce non solo verso la narrativa, in particolare angloamericana, e come egli raggiunse presto un grado di levatura culturale ben oltre quello di un percorso scolastico svelando una natura da enfant prodige. Il vasto repertorio di studi umanistici, letterari e artistici, uniti alla competenza nelle discipline teologiche, canonistiche e storiche acquisite da Luciani nella tradizionale formazione ecclesiastica, mostrano la forte capacità speculativa di analisi e di sintesi e uno spiccato senso di rielaborazione dei termini incontrati nelle sue vaste letture.

La selezione degli autori dialettali, il consistente numero di autori della narrativa angloamericana, dei personaggi dei romanzi e di Dante, sono poi indicativi anche di precise scelte linguistiche. La prima delle quali è la colloquialità. «Conversare» è infatti la cifra distintiva non solo di Illustrissimi, come Luciani indica nella lettera dell’epistolario immaginario indirizzata a Gioachino Belli, è la prima delle linee programmatiche del suo linguaggio: una forma colloquiale «senza predicozzi, senza pose, senza parole scelte o altisonanti», senza «conciossiacosaché». A questo allude nella parte conclusiva della lettera al Belli in cui indica chiaramente la strada piana della parola parlata: «Quanto meglio se, almeno in conversazione, al posto delle difficili parole, usassimo parole semplici e facili, magari prese a prestito dalle favole di Tolstoj o dai vostri sonetti». In sintesi, la forma dell’accessibilità, perché la conversazione consente l’accessibilità, come ribadisce nella lettera a Bernardino da Siena, che raccomanda: «“Parla chiarozzo acciò che chi ode, ne vada contento e illuminato, e non imbarbagliato”». La parola chiara, che apre e illumina è pertanto il secondo elemento cardine della linguistica lucianea. I canoni fondanti di chiarezza e semplicità della lingua, il primato della parola nel suo statuto comunicativo e relazionale, costituiscono così le coordinate portanti del suo sermo e un richiamo costante nei suoi scritti, perché la colloquialità, l’accessibilità e la chiarezza sono, in definitiva, le condizioni stesse che consentono di andare incontro agli uomini. Nella lettera immaginaria al musico Casella egli dichiara piena adesione a Dante. Anzi: Dante diventa paradigma perché Dante «è andato incontro al mondo, ha accolto tutte le lingue», la sua Commedia è scritta in lingua corrente, quindi per Luciani, Dante è attuale, fin tanto da affermare: «Dante è con il Concilio».

E come per Dante, anche per Luciani non è questione di stile, è questione di sermo humilis, cioè di universalità, e dunque, al contempo, di perenne contemporaneità, di immersione nel divenire del mondo. Universalità che trova fondamento nella valenza teologica espressa da sant’Agostino, suo referente e maestro per eccellenza del sermo humilis. Nel De praedestinatione sanctorum Agostino condensa il significato del sermo humilis in due termini: utilia et apta. Con utilia intende il rispetto e l’amore che si devono a Dio e alla Parola di Dio, con apta il rispetto e l’amore che si devono all’uomo. Secondo Agostino, pertanto, la verità deve essere posta “con delicatezza”, suaviter, perché si deve adeguare sia alla natura stessa della verità, che è «amorosa e soave salvezza», sia tanto più alle possibilità di ricezione dell’uditore perché questi la possa ricevere.

È in questa prospettiva che s’intesse la predicazione di Luciani e il suaviter diviene significativamente ricorrente negli scritti come nel parlato proprio in quanto riflesso dell’animus stesso dell’autore nei confronti dei suoi interlocutori, come disposizione verso di essi. Da qui dunque le ragioni ultime del suo linguaggio che abbraccia ed è comprensivo del mondo e degli uomini, che è con essi dialogante e da essi è comprensibile; comprensivo e comprensibile, utilia et apta, perché sermo humilis è anche caritas e lieta novella nell’accezione agostiniana. Si tratta pertanto di un percorso dal quale emerge limpidamente la consapevolezza di un utilizzo della letteratura e del gesto linguistico come atto creativo, sorretto dal desiderio e dall’indirizzo conciliare di recuperare incisività al linguaggio pastorale.

Sulla deliberata scelta teologica di quel sermo humilis canonizzato da sant’Agostino, s’intessono così anche le quattro udienze generali sull’umiltà, la fede, la speranza e la carità tenute durante il pontificato. E restano un esempio attuale e preclaro di quanto possa essere efficace, alla luce del Vangelo, un’oralità che sappia coniugare con semplicità nova et vetera in felice e geniale sintesi.

E se il suo modello per eccellenza, Francesco di Sales, proclamato dottore della Chiesa perché «è stato le veritable refomater de la scher cretienne», il vero riformatore dell’insegnamento cristiano in quanto «universis Christis fidelibus iter ad eum facile commonstravit» ha mostrato facile, come accessibile a tutti la via verso Cristo, è in questo solco che va riconsiderato lo spessore del suo insegnamento. Solco nel quale certamente Giovanni Paolo I si staglia come erede di una conciliazione di cristianità e umanesimo che abbraccia la funzione del Papa, come egli stesso afferma nel suo radiomessaggio Urbi et orbi del 27 agosto del 1978 citando Ignazio d’Antiochia: «La funzione del Papa è quella che presiede alla carità universale, operando sempre per la reciproca conoscenza, da uomini a uomini». Ed è proprio sul filo diretto della valenza agostiniana del sermo humilis che il più geniale dei papi del Novecento si ricongiunge al presente.

di Stefania Falasca

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15 novembre 2019

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