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Il Papa insegna a non avere paura della verità

· Il cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana ·

Si apre oggi a Roma il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che si concluderà il 25 marzo. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione del cardinale presidente della Cei.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5, 20): non c'è nulla di abitudinario né di ciclicamente scontato nella riproposta del tempo quaresimale. È piuttosto un lasciarci portare a livello di Dio, ed è evento ontologico che riguarda l'essere, cioè il fatto «che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha dato il suo amore» (Benedetto XVI, Lectio Divina con i Seminaristi del Seminario romano maggiore, 12 febbraio 2010). Ancora una volta, cari Confratelli, noi amiamo pensarci nell'ambito di quella scuola in cui mistagogo formidabile del nostro tempo è Benedetto XVI, e non per meramente ripetere ma per assumere emblematicamente questo magistero e per incastonarlo nel vissuto delle nostre Chiese, persuasi che la testimonianza pontificale oggi offerta, raccolta con ogni premura attorno ad uno speciale carisma della parola, accompagnata da una conoscenza singolare dei Padri, e da una sensibilità acuta per i bisogni dell'umanità, sia un provvido segno dei tempi, grazia che prova come il Signore non abbandoni mai il suo popolo e amabilmente lo guidi per i pascoli del suo amore. Quanto più, da qualche parte, si tenta inutilmente di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda commosso e fiero. Anche per questo gli rinnoviamo la nostra vicinanza ancora più forte e grata, l'affetto profondo e la nostra piena e concreta comunione.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio»: credere a Dio vuol dire non ignorare il volto del Cristo Crocifisso. Ma la concentrazione su Cristo vuol dire soprattutto che la trasparenza è un punto d'onore della nostra azione pastorale. Indirizzando sabato scorso la sua Lettera ai Cattolici d'Irlanda , e affrontando con loro a cuore aperto il problema, ovunque doloroso là dove si verifica, degli abusi sessuali compiuti su minori da ecclesiastici — crimine odioso, ma anche peccato scandalosamente grave che tradisce il patto di fiducia iscritto nel rapporto educativo — il Papa ha posto un limite invalicabile alla perniciosa tendenza a cercare scuse in attenuanti e condizionamenti. Egli invece ha affermato con vigore che occorre assumere «una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche [...] secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo» (n. 1). Senza dubbio la pedofilia è sempre qualcosa di aberrante e, se commessa da una persona consacrata, acquista una gravità morale ancora maggiore. Per questo, insieme al profondo dolore e ad un insopprimibile senso di vergogna, noi Vescovi ci uniamo al Pastore universale nell'esprimere tutto il nostro rammarico e la nostra vicinanza a chi ha subìto il tradimento di un'infanzia violata. La Lettera papale è interamente pervasa da un accorato spirito di contrizione ed è testimonianza indubitabile di una Chiesa che non sta sulla difensiva quando deve assumere su di sé lo «sgomento», «il senso di tradimento» e «il rimorso» per ciò che è stato fatto da alcuni suoi ministri. Benedetto XVI non lascia margini all'incertezza o alle minimizzazioni: «rendiamo conto — esorta — delle nostre azioni senza nascondere nulla», «riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia», «dovete rispondere davanti a Dio onnipotente come pure davanti a tribunali debitamente costituiti» (n. 7). E lui, a sua volta, si mette in gioco con la sua autorità: «Vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto ho detto» (n. 6). Anche nella bufera, tuttavia, egli è Pietro ed indica la strada, propone a tutti, senza indulgenze, lo scatto in avanti necessario: nonostante l'indegnità, «i peccati, i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani», ecco tutto questo è vero, «ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre» (n. 9). Le direttive chiare e incalzanti già da anni impartite dalla Santa Sede confermano tutta la determinazione di fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti. I Vescovi italiani prontamente ne hanno preso atto e hanno intensificato lo sforzo educativo dei candidati al sacerdozio, il rigore del discernimento, la vigilanza per prevenire situazioni e fatti non compatibili con la scelta di Dio, una formazione permanente del nostro clero adeguata alle sfide. Siamo riconoscenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede per l'indirizzo e il sostegno nell'inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie — ripeto — se chi lo compie è un sacerdote.

Nel momento stesso in cui sente su di sé l'umiliazione, la Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non significa subire — qualora ci fossero — strategie di discredito generalizzato. Conviene allora che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio»: vorrei che questa perorazione raggiungesse in particolare i nostri cari sacerdoti, e li interpretasse nel loro desiderio di autenticità e di rinnovamento della propria testimonianza di vita e di missione. L'Anno Sacerdotale che stiamo celebrando conoscerà, in ogni Chiesa locale, proprio giovedì della prossima settimana — giovedì santo — una tappa particolarmente significativa sul fronte della coscienza di sé, in rapporto agli altri, alle rispettive comunità, e soprattutto in rapporto a Gesù Cristo, «il sempre chiamante». Il tema dell'identità sacerdotale resta «determinante» per l'esercizio del sacerdozio ministeriale: in un'epoca come la nostra — «policentrica» e «polimorfa» e perciò stesso «incline a sfumare ogni concezione identitaria» come avversa al sentimento democratico — «è importante avere ben chiara la peculiarità teologica del ministero ordinato» ( ibidem ). Non un disagiato, né uno scompensato, benché il clima culturale odierno non faciliti certo la crescita armonica di alcuno. Il sacerdote è un uomo che — non solo nel tempo del seminario — coltiva la propria umanità nel fuoco dell'amore di Gesù. E in questo orizzonte la nutre, la pota, la orienta, diventando a quel punto capace di amare in maniera matura la vocazione donatagli. La secolarizzazione diventa l'ambiente di cui si coglie il portato, ma senza ingenuità o illusioni, per diventare sacerdoti di convinzione, sacerdoti capaci di autonomia pensante, senza lasciarsi sopraffare dall'estensione delle cose da sapere o da fare perché si punta sulla profondità, sulla sintesi più che sui dettagli, sulle arcate più che sulla decorazione. Un'insistente proiezione esterna, una parcellizzazione degli impegni, un attivismo esasperato non possono diventare l'ancoraggio della vita interiore; questa si nutre anzitutto nel rapporto con Dio, coltivato, preservato, amato. C'è un'industriosità del sacerdote che, se dapprima galvanizza e inebria, molto presto svuota e appesantisce. In quest'ora delicata, una parola ci sentiamo in dovere di rivolgere a voi, amati Sacerdoti che fate il vostro dovere con fede, amore e dignità. Noi Vescovi, insieme al Papa (cfr. Lettera cit. n. 10), onoriamo la vostra dedizione limpida e generosa per il bene autentico della gente, a cominciare dai bambini e dai ragazzi. Nessun caso tragico può oscurare la bellezza del vostro ministero e del sacerdozio che sacramentalmente ci unisce, né mettere in discussione il sacro celibato che ci scalda il cuore e ispira la vita. Nell'appartenenza radicale e fedele a Gesù noi sappiamo che la nostra umanità si realizza e diventa feconda nella paternità dello spirito. Non sentitevi mai guardati con diffidenza o abbandonati, e non scoraggiatevi; siate sereni sapendo che le nostre comunità hanno fiducia in voi e vi affiancano con lo sguardo della fede e le esigenze dell'amore evangelico.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». Non raramente si affacciano alla cronaca del mondo eventi che per la loro imponderabilità, come per l'impatto che sono destinati ad avere tra le popolazioni, contengono in sé un poderoso invito alla conversione. Pensiamo ai fatti calamitosi che nell'arco di poche settimane sono accaduti prima ad Haiti e poi in Cile. Ma c'è un'altra tipologia di situazioni dolenti, che ci interpella anzitutto sul piano interiore, ed è quella delle popolazioni tormentate perché sono calpestati i diritti umani fondamentali, primo dei quali la libertà religiosa. La mitezza che contrassegna in generale la risposta cattolica non può essere però fraintesa: nessuno ha il diritto di farsi padrone degli altri in nome di Dio. Noi siamo effettivamente vicini a questi nostri fratelli di fede, solidali con il loro patire, ammirati della loro perseveranza, impegnati a far sì che la politica a livello internazionale voglia assumere con crescente autorevolezza iniziative urgenti ed efficaci per assicurare a tutti gli uomini, entro qualunque confine, il sacrosanto rispetto della libertà di credo e di culto.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio»: questo invito accorato vorremmo con affetto rivolgerlo specialmente al nostro Paese.

Non so dire se la società italiana sarebbe nel suo insieme disposta ad accogliere da noi Vescovi una parola, anche una sola, peraltro umile, e comunque schietta. Se penso alle nostre singole città, e alla società che si esprime nelle singole diocesi, sarei indotto a immaginare senz'altro di sì. E a quel punto direi: sostiamo un attimo e proviamo a pensare. Pensare a noi stessi, a quello che eravamo, ed oggi — dopo esserci lanciati in una maratona incredibile, e aver raccolto non pochi risultati — rischiamo nonostante tutto di compromettere. Da più parti si parla di un declino che sarebbe incombente sul nostro amato Paese. Perché nei paragoni, che talora si avanzano, dove l'Italia è messa per l'uno o l'altro dei suoi parametri a confronto con altri contesti nazionali, si finisce puntualmente per concludere — magari con un sottile compiacimento intellettuale — che siamo in svantaggio? Si tratta di irriducibile pessimismo o di cronico snobismo? Rimestare sistematicamente nel fango, fino a far apparire l'insieme opaco, se non addirittura sporco, a cosa serve? E a sospingere verso analisi fin troppo crudeli, è l'amore per la verità o qualcos'altro di meno confessabile? O è più attendibile invece il fatto che stiamo progressivamente perdendo la fiducia in noi stessi, assumendo con ciò stati d'animo che finiscono col destrutturare la società intera? Quella energia morale che avevamo dentro ed ha consentito ad una nazione, uscita dalla guerra in condizioni del tutto penose, di ritrovarsi in qualche decennio tra le prime al mondo, quella forza vitale che fine ha fatto? Perché il vincolo che ci aveva legato nella stagione della ricostruzione post-bellica e del lancio del Paese stesso sulla scena internazionale, ed aveva retto nonostante profondi dislivelli sociali e serie fratture ideologiche, è sembrato da un certo punto in avanti non unirci più?

Ci sono tuttavia dei motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale, che sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari. Mi riferisco in particolare alla realtà del lavoro, il lavoro che è «bene per l'uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e responsabilità» (Benedetto XVI, Discorso all'Unione degli Industriali del Lazio, 18 marzo 2010). Per un popolo abituato a far leva sostanzialmente sulla propria intraprendenza e sulla propria fatica, trovarsi spiazzato sul fronte dell'occupazione è una sofferenza acuta. Come Vescovi, ci scopriamo talora il terminale ultimo di una filiera di preoccupazioni: nessuno evidentemente ci carica di responsabilità che non possiamo avere, ma tutti o quasi finiscono ad un certo punto per rivolgersi a noi in nome di ciò che rappresentiamo. Ebbene, in questa veste, pur non disponendo di inedite soluzioni tecniche, avremmo un metodo di comportamento da ricordare, quello della responsabilità sociale, da esercitare anzitutto evitando la fuga dai problemi, e illudendosi di trovare riparo dietro a soluzioni unilaterali e drastiche. Nell'economia globalizzata infatti ci sarà sempre un altrove più conveniente, un territorio nel quale i costi sono minori e il ricavo più alto. Ma proprio la genesi di questa terribile recessione conferma che non ha senso ritenere la persona del lavoratore una variabile rispetto agli altri fattori di produzione.

Su un altro fronte la nostra società è chiamata a interrogarsi per tempo, prima che altre situazioni critiche arrivino ad esplosione: quello di una fondamentale strategia di integrazione degli immigrati presenti sul territorio italiano. Se si vuole evitare che una determinata zona di città (o del territorio) diventi, anche in breve tempo, un ambiente separato che dà il senso di estraneità a chi ci vive, occorre muoversi per tempo e attrezzarsi mediante un sapiente monitoraggio urbano che consenta per tempo iniziative di ricomposizione, così da mantenere ragionevolmente miscelate le provenienze e sufficientemente coesa la cittadinanza. Ma per questo è indispensabile una presenza sul territorio di figure di riferimento, educatori e assistenti sociali che, insieme a forze dell'ordine, garantiscano interventi preventivi, in grado tra l'altro di far rispettare il diritto alla famiglia che è proprio anche dei poveri. Nello stesso tempo, è indispensabile che dai quartieri e dalle parrocchie si dispieghino esperienze di animazione che possano configurare quella che l'Azione cattolica ha chiamato «una nuova alleanza civile» sul territorio.

Con l'occasione vorremmo anche ricordare la difficile situazione in cui versa una serie di strutture sociali e sanitarie di ispirazione cristiana dislocate sul territorio e preziose quanto ad assistenza specifica, specie dei meno abbienti. Chiediamo alle Regioni che il diritto costituzionale alla salute sia effettivamente tutelato collocando le pur necessarie riforme in un contesto di promozione del bene comune.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio»: è sul primordiale diritto alla vita che all'alba di questo terzo millennio l'intera società si trova a dover fare ancora l'esame di coscienza, non per caricare fardelli sulle spalle altrui, né per provocare aggravi di pena a chi già è provato, ma per il dovere che essa ha, per se stessa, di guardare avanti in direzione del futuro. E nonostante le apparenze o le illusioni, non le riuscirà di farlo se non schierandosi col favor vitae , sempre e particolarmente quando le condizioni siano contrastate, difficili, incerte. Intanto già è in incubazione un'ulteriore silente rivoluzione, compiuta grazie alla diffusione di nuovi metodi abortivi sempre più precoci che — variando la composizione chimica, a seconda della distanza di assunzione dal concepimento — hanno come effetto quello di «far scomparire» l'aborto, agendo nel dubbio di una gravidanza in atto che la donna sarà così in grado di coprire meglio, rispetto agli altri ma rispetto anche a se stessa. Dalla «pillola del giorno dopo» al nuovo ritrovato, chiamato sui giornali «pillola dei cinque giorni», è un continuum farmacologico che, annullando il confine tra prodotti anticoncezionali e abortivi, ha già indotto ad una crasi linguistica — si chiamano infatti contraccettivi post-concezionali — che sfuma la precisione del momento per l'eventuale feto, e dunque l'esatta contezza dell'atto, minimizzando probabilmente l'urto del gesto abortivo, anzitutto sul piano personale, e poi anche su quello cultural-sociale. A completamento del fatto, queste pillole tendono a diventare un prodotto da banco, accessibile a tutti, anche alle minori. Diversa, di per sé, la logica della Ru486, che è prescritta quando c'è la certezza di una gravidanza in atto. Nella pratica reale però, l'aborto sarà prolungato e banalizzato, acquisendo connotazioni simboliche più leggere, giacché l'idea di pillola è associata a gesti semplici, che portano un sollievo immediato. E così la «rivoluzione» iniziata negli anni Settanta per sottrarre l'aborto alla clandestinità, al pericolo per la salute delle donne, al loro isolamento sociale, si chiude tornando esattamente là dove era cominciata, con il risultato finora acquisito dell'invisibilità sociale della pratica, preludio di quella invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall'inizio della sua avventura umana.

In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L'evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. C'è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo «valori non negoziabili», e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l'evidenza della ragione e del senso comune. Essi sono: la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l'orizzonte stabile del giudizio e dell'impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare da Dio»: vorrei infine pensare queste parole rivolte a quanti concretamente operano sulla scena politica. E per farlo con qualche efficacia torna forse interessante riferirsi a quella linea di studi antropologici che suggeriscono di scorgere qualcosa di sacro in ciò che fonda ogni società. È una visione che non sorprende i cattolici, che infatti sulla scorta del citato Messaggio quaresimale del Papa, sono chiamati quest'anno a chiedersi che cosa sia la giustizia. Essa esprime sempre un profilo di gratuità che supera quel dare a ciascuno il suo, che è il minimo, per renderla espressiva di una opzione incondizionata per il bene non solo dinanzi al bene ma anche dinanzi al male. Così sperimenta la giustizia chi, andando realmente oltre la mera logica distributiva, viene trattato secondo la sua dignità. Si situa qui, in modo cioè non solo contingente, l'idea alta di politica cui ci permettemmo di fare cenno nell'ultimo Consiglio Permanente: una politica capace di rendere onore all'uomo in quanto uomo, sempre cioè figlio di Dio. Ecco ciò che, dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse inchieste in corso ad opera della magistratura, e senza per questo anticiparne gli esiti finali, noi Vescovi ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall'egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera. Bisogna che, al di fuori delle vischiosità già intraviste e della morbosità per un certo accaparramento personale, si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione. C'è un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poiché tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli.

Concludo ricordando un laico cattolico, Vittorio Bachelet, che giusto trent'anni or sono — il 12 febbraio 1980 — veniva proditoriamente ma anche illusoriamente ucciso sulla gradinata della sua Università. Egli diceva: «In questa fase di passaggio, in questa svolta della civiltà alla quale ha voluto rispondere il concilio Vaticano II nel cui solco fecondo noi abbiamo lavorato e ci impegniamo a lavorare, occorre soprattutto una forza spirituale che testimoni nella povertà dei mezzi umani la sua fedeltà a Cristo, in una carità aperta e libera verso tutti i fratelli facendosi trasparente al Suo volto. Però questo — aggiungeva — non si fa senza dare la propria vita: come ha fatto padre Massimiliano Kolbe nel campo di concentramento, ma come ciascuno di noi può e deve fare ogni giorno perché un fratello, perché i fratelli abbiano un poco più di vita» ( Vittorio Bachelet, Discorsi 1964-1973, a cura di Maria Casella, Ave 1980, pag. 259).

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17 ottobre 2019

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