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Il Papa e le rane

· Ricordo di Emilio Bonomelli ·

È la storia di un’amicizia, quella tra Emilio Bonomelli e Giovanni Battista Montini, al centro di un incontro che si tiene il 4 novembre, a Rovato (Brescia), dove Bonomelli era nato il 21 settembre 1890. All’iniziativa, organizzata dalla rivista «Brixia sacra» e dal Centro studi longobardi, prendono parte Gabriele Archetti, Sandro Barbagallo, l’arcivescovo Gaetano Bonicelli e Gianni Letta. Direttore delle Ville pontificie dal 1930 e osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao dal 1951, Bonomelli morì il 18 febbraio 1970. Con lui, si leggeva sul «Corriere della Sera» del 19, scompariva una delle figure più note del mondo vaticano: «Amico e confidente di papi, Bonomelli ebbe una parte da protagonista nelle vicende anche politiche italiane dell’immediato dopoguerra». In particolare, continuava l’obituario, «si legò di una amicizia viva con l’allora sostituto della Segreteria di Stato, e suo concittadino Montini; amicizia che rimase intatta anche quando Montini divenne arcivescovo di Milano» e che continuò anche dopo l’elezione nel conclave del 1963.

«Qualcuno di voi forse si chiederà: che cosa fa il Papa in vacanza?».

Così Paolo VI si rivolgeva ai fedeli riuniti per l’Angelus a Castel Gandolfo il 25 luglio 1971, e continuava: «Vi è un libro, scritto con studio molto accurato dal compianto dottor Emilio Bonomelli, restauratore e direttore delle Ville Pontificie, intitolato I papi in campagna; e in questo volume si trovano notizie d’altri tempi e anche quelle, molto diverse, del nostro tempo, le quali notizie rispondono con pagine belle ed interessanti alla vostra domanda; e noi possiamo aggiungervi la conferma, per ciò che riguarda il presente periodo del soggiorno dei Papi, che di vacanza per loro propriamente non si può parlare».

A trasformare le Ville, rientrate a far parte del patrimonio della Santa Sede dopo i Patti lateranensi del 1929, era stato l’avvocato Emilio Bonomelli, storico primo direttore dal 1930 al 1970, che le resse dunque sotto quattro pontificati. Nel lungo soggiorno alle Ville pontificie un rilievo particolare ebbero i legami con Giovanni Battista Montini, frequenti sin dagli anni trenta, proseguiti durante l’episcopato milanese e divenuti intensissimi col pontificato.

Nei giorni prima del conclave in cui sarebbe stato eletto, il cardinale Montini fu ospite di Bonomelli a Castel Gandolfo, dove si era rifugiato per sfuggire alla curiosità dei cronisti che lo assediavano, poiché si vociferava di lui come del prossimo papa. Alla fine di giugno del 1963, Bonomelli gli presentò l’omaggio degli addetti alle Ville, «fieri di sentirsi un po’ come familiari vostri, con riverente affetto per la lunga consuetudine avuta dalla Santità Vostra con questi luoghi e con non pochi dei nostri, impazienti ora di accogliervi in queste vostre sedi».

Sentimenti ricambiati da Montini che, in un biglietto del 1967, scriveva: «Ho sempre preziosa la tua amicizia alla mia persona, e la tua devozione al mio ministero», mentre nell’agosto del 1968 la confidenza lasciava trasparire le difficoltà del momento: «Caro Emilio, la tua lettera mi giunge molto gradita. Essa mi dice ancora una volta la bontà del Tuo animo e la fedeltà dei Tuoi sentimenti. Fra tante voci contrastanti distinguo la Tua, come una di quelle particolarmente confortatrici, in un’ora di grandi speranze e di gravi pene nella vita della Chiesa».

Dagli appunti di Bonomelli si ricava una notevole messe di informazioni e notizie. Come la sua nota sui lavori conciliari la sera del 21 novembre 1964. «Questa mattina si è chiusa la ii sezione del Concilio Ecumenico. Abbiamo seguito alla t.v. la lunga cerimonia durata dalle 9 fino alle 12.30. Il Santo Padre ha pronunciato il discorso durato almeno tre quarti d’ora con voce vibrata, non accusando alcuna stanchezza. Alle 5 del pomeriggio chiedo alle suore del servizio come sta il Santo Padre che penso sia molto stanco. E sento con sorpresa che Egli è uscito per andare a Santa Maria Maggiore dove sono raccolti i Padri Conciliari per una solenne funzione di ringraziamento. “Il Santo Padre non accusava affatto stanchezza” mi dicono, “e ha pranzato di buon appetito come ogni giorno, sereno e di buon umore”. Alle 8 di sera mi chiama al telefono don Macchi, “il Santo Padre le vuol parlare” mi dice. Il Papa mi saluta con grande affabilità vuol avere notizie della mia salute. Si compiace che io stia meglio e mi dice che vuol vedermi appena mi sarà possibile andare a Roma».

Non meno vivace un’altra annotazione. Nell’estate del 1965, Bonomelli è a pranzo con Paolo VI e il segretario particolare, «il mio posto è a destra del Papa, a sinistra don Macchi. La conversazione durante il pasto — scrive Bonomelli — è molto animata e cordiale. Il Santo Padre ha visto nella vasca della Madonnina le rane. Gli è venuto il desiderio di mangiarne ricordando che in gioventù a Verolavecchia si era ghiotti di questo piatto. Gli spiego che in questa stagione non è possibile. Solo nei mesi con la erre, le rane sono commestibili; e cioè in primavera e in autunno. Quando cioè le rane non si cibano di certi coleotteri velenosi. Provvederemo in settembre. Ma il Santo Padre mi obbietta che in quel tempo si mangeranno gli uccelli». E il pensiero va a “spiedo e polenta” cucinati di domenica.

Con l’aggravarsi della malattia che lo avrebbe portato alla morte, il direttore riceve la visita del Papa venuto appositamente a Castel Gandolfo per dare un estremo saluto all’amico e confortarlo con la sua benedizione. È una domenica di fine gennaio del 1970, Bonomelli sdrammatizza l’incontro accogliendolo così: «Padre Santo, per fortuna non sono un cardinale altrimenti, con la sua visita, dovrei pensare che sono spacciato». Si spegnerà il 18 febbraio.

di Gabriele Archetti

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