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Il Papa delle radici cristiane

· Conferenza del cardinale prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi su Giovanni Paolo II e l’Europa ·

Nella serata di mercoledì 6 aprile, nel duomo di San Giusto a Trieste, il cardinale prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi tiene una conferenza su Giovanni Paolo II del quale è stato tra i più stretti collaboratori — e l’Europa. Ne pubblichiamo ampi stralci.

Nei suoi ventisei anni e mezzo di pontificato, Giovanni Paolo II si è manifestato profondamente europeo, non soltanto perché, tra i Papi del Novecento, è quello che ha il più vasto insegnamento sul continente europeo, ma anche per il suo interesse specifico per l'Europa; un interesse che era già presente in lui come sacerdote, uomo di cultura e arcivescovo di Cracovia e che con l'ascesa al soglio pontificio raggiunse il suo vertice. Nei suoi discorsi e interventi si è sempre battuto perché le divisioni fossero superate e l'Europa respirasse con entrambi i polmoni, quello occidentale e quello orientale. Durante il suo pontificato l'Europa ha vissuto un'ora storica e il Papa ha avuto la gioia di vedere abbattuto il muro di Berlino, simbolo di tale divisione. Al riguardo ho ancora negli occhi l'immagine emozionante di Papa Giovanni Paolo II, che già curvo, con passo lento e faticoso ma deciso, attraversa a Berlino la porta di Brandeburgo a fianco del cancelliere Helmut Kohl, nel 1996, a sette anni dalla caduta del muro. Il Papa volle espressamente attraversare quella porta lasciando il bastone. E il cancelliere, a un certo punto, lo ha sostenuto col suo braccio.

Ugualmente Giovanni Paolo II si è battuto con forza perché l'Europa non fosse schiacciata dall'onda del secolarismo, ma riscoprisse le sue radici e diventasse il continente dei valori dello spirito.

Perfettamente in linea con il magistero di Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II è sempre stato convinto che l'identità europea ha il suo fondamento nelle sue radici cristiane. Per questo egli si è speso con tutte le sue energie affinché nel cosiddetto «Trattato Costituzionale», che allora si stava elaborando, vi fosse una esplicita menzione delle radici cristiane. Si trattava del riconoscimento di una realtà storica vera, perché il cristianesimo — cattolici, ortodossi e protestanti — ha largamente contribuito a dare un'anima e un volto alla civiltà europea. Tanti valori che ora caratterizzano l'Europa sono stati infatti attinti dalla fonte del cristianesimo. Si tratta di una realtà che è iscritta anche nelle pietre di molte cattedrali e di tanti edifici, oltre che in tante pagine di letteratura e di arte.

Non si possono non condividere le parole che Giovanni Paolo II pronunciò in tale occasione: «Non si recidono le radici sulle quali si è cresciuti». Il Papa era convinto che solo restando fedele alle sue radici l'Europa avrà un futuro grande. Purtroppo il processo di una secolarizzazione mal concepita, che qualcuno ha voluto portare avanti, ha impedito tale menzione. Ma — come sappiamo — quella Costituzione non fu approvata da tutti i Paesi interessati, per cui non entrò in vigore. In sostituzione fu elaborato e vige ora il «Trattato di Lisbona», che nell'articolo 17 prevede che l'Unione europea mantenga con le Chiese un «dialogo aperto, trasparente e regolare» e nel preambolo si afferma che il progetto di integrazione europea si ispira «alle realtà culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello stato di diritto». In qualche modo, così, si è riparato e supplito alla mancanza della menzione delle radici cristiane.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, il vento della storia ha lanciato con accenti nuovi e con più forza la sfida della costruzione della «Casa comune europea», il Papa ha moltiplicato i suoi interventi, incoraggiando a tendere alle mete e agli ideali di detta «Casa comune» e dell'Europa dello spirito. «La Casa comune europea — ha affermato Giovanni Paolo II — deve diventare, rifacendosi alle tradizioni cristiane, un'Europa dello spirito». E per la ricostruzione dell'Europa dello spirito ha proclamato la priorità dell'etica sulle ideologie, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia.

Per fare fronte al fenomeno della crescente secolarizzazione, il Papa chiamò all'impegno per una nuova qualità di evangelizzazione che sapesse riproporre in termini convincenti all'Europa di oggi il perenne messaggio della salvezza. Cosciente della necessità di un rinnovamento spirituale e umano, il Papa ha sottolineato l'urgenza di «ri-evangelizzare» il vecchio continente, chiamando a questo compito tutte le componenti del popolo di Dio. Tale sforzo — disse — servirà a ricostruire l'Europa del progresso e del benessere sui valori spirituali che hanno caratterizzato il suo passato. Non si tratta di un nuovo Vangelo, ma di riproporre in termini convincenti all'uomo d'oggi il perenne messaggio della salvezza, dando una risposta adeguata ai segni dei tempi, ai bisogni degli uomini e dei popoli di oggi, tenendo presenti i nuovi scenari europei. E lo stile di questa nuova evangelizzazione doveva essere non quello della deplorazione e delle accuse, ma dell'attenzione misericordiosa, formando le coscienze ed esortando a passare da una fede di consuetudine a una fede che sia scelta personale, illuminata, convinta e testimoniata. Lo stile con cui va realizzata e vissuta la nuova evangelizzazione dell'Europa a cui il Papa Giovanni Paolo II continuamente richiamava è quello di curvarsi con amore e umiltà sulla nostra società; in particolare egli chiedeva alla Chiesa di «farsi buon samaritano» dell'uomo d'oggi per aiutarlo a riscoprire la perenne attualità di Gesù Cristo e dei suoi insegnamenti. L'ideale dell'edificazione della casa comune europea raggiungerà un buon risultato soltanto se i valori del Vangelo saranno anche in futuro il fermento della civiltà del continente. Appassionato al riguardo è l'appello del Papa che sarà beatificato il 1 ° maggio: «Se l'Europa aprirà di nuovo le porte a Cristo e non avrà paura ad aprire alla sua salvatrice potestà i confini degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo, il suo futuro non rimarrà dominato dall'incertezza e dal timore, ma si aprirà a una nuova stagione di vita, che risulterà benefica e determinante per il mondo intero».

Guardando all'Europa di oggi, Giovanni Paolo II notava forze che tendono a emarginare i cristiani. Si deve constatare, purtroppo, che questo è vero. Fortunatamente, però, ci sono anche spinte contrastanti che invece riaffermano l'importanza della presenza e della testimonianza dei cristiani. Non mancano quanti si rendono conto che il cristianesimo è importante non soltanto per il passato, ma anche per il presente e per il futuro e che tale futuro sarà bello e grande soltanto se l'Europa non perderà la sua identità cristiana. Da qui la necessità e l'urgenza di lavorare per contribuire a rafforzare l'Europa come realtà non solo economica e territoriale, ma anche culturale e spirituale. Dobbiamo lavorare perché il cielo dell'Europa non sia chiuso nei confini del terrestre e del mortale, perché significherebbe chiudere il cielo europeo nel non senso. Il cielo dell'Europa deve restare aperto alla trascendenza: questa è la via per realizzare pienamente la persona umana e rendere la società più giusta, più umana e più pacifica. L'Europa ha bisogno di un'anima.

Anche i segni religiosi caratteristici del continente europeo devono restare, a cominciare dal crocefisso, simbolo per chi crede, della nostra religione, ma anche per chi non crede, simbolo della nostra identità, della nostra civiltà, dei nostri valori. Il crocifisso è segno di un Dio che ama l'uomo fino a dare la sua vita per lui. È un Dio che ci educa all'amore, all'attenzione per ogni uomo, specialmente per il più debole e indifeso, e al rispetto verso gli altri, anche verso coloro che appartengono a culture o religioni diverse. Il crocifisso è segno della più alta realizzazione dell'amore oblativo, che si apre all'accoglienza, al rispetto della libertà altrui, alla solidarietà verso tutti. Perciò la visione del crocifisso non può offendere nessuno, ma piuttosto deve far riflettere sulla malvagità umana che opprime l'innocente e può insegnare anche a un non cristiano e a un non credente la giustizia, il perdono e la bontà.

Vorrei poi rilevare un fatto che trovo significativo e sorgente di speranza. Tra le monete in euro che circolano in Europa, vi è la moneta olandese da 2 euro che attira l'attenzione. Tutto intorno alla moneta vi è inciso in lettere maiuscole: God-zij-met-ons , che significa «Dio sia con noi». È stata cioè conservata su una moneta olandese la scritta che appariva da secoli su tutti i fiorini olandesi. È un ricordo storico che l'Olanda ha voluto mantenere. In pari tempo è un'invocazione ed è un augurio per il futuro. Dio sia con noi, affinché l'Europa affronti i problemi di oggi con quella saggezza e con quei valori morali che vengono dalla storia europea e dal suo patrimonio etico e culturale.

Il contributo che noi cattolici possiamo dare è quello di una piena fedeltà a Cristo e al Vangelo, i cui valori sono garanzia e fonte di un futuro sereno e felice. L'Unione europea non deve stemperare l'identità che ha caratterizzato le popolazioni del continente e le loro vere grandezze. L'eredità di civiltà, di cultura e di fede che il passato dei Paesi europei ci ha lasciato comporta il dovere di custodirla e di difenderla.

La Divina provvidenza mi ha concesso la gioia e il privilegio di essere vicino al Papa Giovanni Paolo II dall'inizio del suo pontificato fino alla fine. Vivendo vicino a lui, molte erano le cose che colpivano. Impressionava la capacità che aveva di parlare alle folle, il fascino che esercitava sulla gioventù, colpiva il suo coraggio, la facilità che aveva di parlare molte lingue; colpiva la sua carica umana e la profondità del suo pensiero. Però, la cosa che mi ha sempre colpito di più è stata l'intensità della sua preghiera. Una preghiera profonda e intimamente personale, e in pari tempo legata alle tradizioni e alla pietà della Chiesa. Quando pregava sembrava perdere il senso del tempo.

Attirava l'attenzione il modo in cui egli si abbandonava alla preghiera: si notava in lui un trasporto che gli era connaturale e che lo assorbiva come se non avesse impegni urgenti che lo chiamassero alla vita attiva. Il suo atteggiamento nella preghiera era raccolto e, in pari tempo, naturale e sciolto: testimonianza, questa, di una comunione con Dio intensamente radicata nel suo animo; espressione di una preghiera convinta, gustata, vissuta. Egli si preparava ai vari incontri, che avrebbe avuto in giornata o nella settimana, pregando. Prima di ogni decisione importante Giovanni Paolo II vi pregava sopra a lungo. Più importante era la decisione, più prolungata era la preghiera.

Nella sua vita vi era un'ammirevole sintesi fra preghiera e azione. La sua spiritualità era incentrata su Cristo vero Dio e vero uomo, e aveva due dimensioni molto sentite: il culto della misericordia di Dio e una tenerissima devozione alla Madonna. Per questo è felice che la sua beatificazione cada il 1° maggio: inizio del mese mariano, festa che celebra la misericordia di Dio, giornata dei lavoratori — per un Papa che è stato operaio, anche questa è una coincidenza felice. In breve, possiamo dire che Papa Giovanni Paolo II è stato un grande uomo, un grande Papa e un grande santo.

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