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Il Papa che non ha paura  di fronte ai lupi

· Intervento del presidente del Senato italiano ·

Si tiene il 28 aprile un incontro dedicato al tema Il mondo soffre per la mancanza di pensiero, organizzato a Roma, presso la Sala San Pio X, dalla Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione in occasione del quinto anniversario dell'elezione di Benedetto XVI. All'incontro intervengono il presidente del Senato italiano, Renato Schifani, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, l'arcivescovo Rino Fisichella, e il presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana, Giuliano Amato. Pubblichiamo quasi per intero il testo del presidente del Senato.

Benedetto XVI, senza ipocrisia e senza ammiccamento, afferma con chiarezza: «il programma del cristiano è un cuore che vede».

Su quest'ultima affermazione sembrano incontrarsi due distinte tradizioni di pensiero. Da un lato, l'affermazione di chi riconosce nel vero maestro non colui il quale dice qualcosa di nuovo, bensì qualcosa di vero; dall'altro, la riflessione che riconosce la novità del Vangelo non solo in un messaggio, ma innanzitutto nel messaggero.

Per Benedetto XVI il compito prioritario è quello di essere «un umile servitore nella vigna del Signore»; in altri termini non è quello di perseguire le proprie idee ma di mettersi in ascolto e lasciarsi guidare dall'unico messaggero, dall'unica parola, dall'unica volontà.

Serve allora uscire da stereotipi frequenti e fuorvianti, quelli che ritraggono, a seconda dell'attualità o del clamore di alcuni fatti, anche in termini non necessariamente negativi, Benedetto XVI come teologo, professore, intellettuale, filosofo, pensatore. Mi sembra di poter dire, invece, che il ritratto più vicino a Papa Benedetto sia proprio l'immagine che egli ricava dal suo messaggero: l'immagine cioè del pastore e del pescatore.

Benedetto XVI sa realmente che «amare vuol dire essere pronti a soffrire» e come pastore egli rende testimonianza a chi «ha veramente fatto storia con gli uomini».

Da questa profonda e radicale consapevolezza, sulle tracce dei Padri della Chiesa, Benedetto XVI condanna senza scorciatoie i pastori che evitano i conflitti e lasciano che il veleno si diffonda. Già prima di assumere il mandato petrino, Joseph Ratzinger, senza possibilità di fraintendimento, dichiarava: «un vescovo interessato solo a non avere grane e a mascherare il più possibile tutte le situazioni di conflitto, mi spaventa» ( Il sale della terra, cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Sewald, Joseph Ratzinger, Edizioni San Paolo, 1997, p.95). E a ciascuno di noi Benedetto XVI ha rivolto un invito umile e lungimirante proprio all'indomani della sua elezione: «pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

Di fronte alle insidie, ai tradimenti, agli scandali, alle ferite aperte e dolorose della Chiesa, Benedetto XVI non fugge per paura di fronte ai lupi.

In un momento in cui lo sgomento e il senso di tradimento che «atti peccaminosi e criminali» hanno ingenerato in tutto il mondo e in tutta la Chiesa, Benedetto XVI ha espresso apertamente — cito le sue parole — «la vergogna e il rimorso che tutti proviamo».

Ha condannato il silenzio dei «cani muti» del nostro tempo. Al tradimento e alla sofferenza delle vittime di abusi sessuali non si è limitato a manifestare la propria indignazione per il torto e la violenza subiti, ma con loro ha voluto condividere la sofferenza, la preghiera, il dolore destinato a rimanere.

La vergogna e il rimorso, il pentimento, la condanna per il tradimento della fiducia riposta nei sacerdoti pedofili «da giovani innocenti e dai loro genitori», sono stati pronunciati senza riserve e con parole forti. Joseph Ratzinger non è mai stato inerte di fronte alla sofferenza e all'ingiustizia, ma è un pastore che non lascia «naufraghi senza spettatore», nell'indifferenza o nel quieto vivere.

Nel 1969 non ebbe paura di indicare il rischio di un nuovo paganesimo nella stessa Chiesa e nel 2005 non si limitò a parlare di superbia, di autosufficienza, di sporcizia in termini generali, bensì dentro la Chiesa e — cito ancora le sue parole — «proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui».

Come una sorta di passaggio del testimone, nel Venerdì Santo del 2005, da un lato, la parola ferma di Joseph Ratzinger, dall'altro, il crocefisso a stento trattenuto dalle mani fragili di Giovanni Paolo II nella sua cappella privata: la continuità dei due pontificati sta proprio nel passaggio della croce dalle mani dell'uno a quelle dell'altro. Del suo predecessore dirà: «egli ha potuto farsi compagno di viaggio per l'uomo di oggi (...). La sua è stata una sofferenza vissuta fino all'ultimo per amore e con amore».

Assistiamo in questi ultimi mesi al tentativo di ingenerare un vero e proprio «panico morale», teso a minare il cuore stesso del Magistero attraverso l'erosione del rapporto di fiducia che è alla base di ogni sfida comunicativa e, in particolare, della sfida educativa.

La teologia della carità e la teologia della speranza rappresentano per Benedetto XVI gli assi portanti dell'intero messaggio cristiano. La vita autentica è infatti allo stesso tempo relazione e conoscenza, «un dare e ricevere». A chi vuole nascondere con un chiassoso brusìo mediatico il messaggio di speranza e la testimonianza di carità della Chiesa, Benedetto XVI contrappone un percorso di risalita dall'orrore attraverso la mitezza evangelica: «insultato non rispondeva con insulti; maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a Colui che giudica con giustizia».

In altri termini, quando assistiamo ad attacchi che non sono mai mancati e a difese che, viceversa, spesso sono rimaste senza voce, con le parole di un teologo del nostro tempo, mi sento di dire: «la grandezza di uno spirito si misura dal grado di verità che è capace di sopportare» e «la verità non ha bisogno di essere difesa, si difende da sé».

In questo modo emerge anche il secondo ritratto di Benedetto XVI che ho voluto legare all'immagine del pescatore. Da quelle che egli definisce le «acque salate della sofferenza», egli trae comunque e sempre la rete del Vangelo. Ancora una volta le sue parole non hanno bisogno di alcun commento: «noi soffriamo per la pazienza di Dio. E non di meno abbiamo tutti bisogno della Sua pazienza».

Nella tradizione della Chiesa ritroviamo una parola densa di significato dove l'apparente eclissi di Dio è accostata al martirio: questa parola è legata ai più deboli e indifesi, a quelli che sono chiamati gli «inermi».

La via degli inermi è quella di un'identità arricchita capace di partire dall'incontro con il più debole, l'escluso, l'emarginato, che fa sentire ciascuno di noi debitore di qualcosa. Con le parole di Benedetto XVI: «nessuno ha la vita da se stesso e solamente per se stesso. Noi l'abbiamo dall'altro nella relazione con l'altro».

Vi sarà un giorno nel quale le donne e gli uomini liberi del nostro tempo potranno dire di lui: «in mezzo a quella violenta tempesta, mantenne la fiducia e la speranza e la trasmise anche ai compagni di viaggio. Da quel naufragio (...) nacque una comunità cristiana fervente e solida».

Il pensiero di Benedetto XVI non è tuttavia chiuso dentro il perimetro del cattolicesimo, né in quello della sola cultura cristiana.

Egli ci dice: «con i mezzi della nostra ragione dobbiamo trovare le strade».

Anche alla politica la testimonianza autentica del cristiano indica una rotta precisa: la cultura dei valori. Il personalismo cristiano si oppone alla «mistica dell'indistinzione», al relativismo, che considera eguale o equivalente, senza distinzione, qualsivoglia ideale.

Ai giovani e a tutti noi Benedetto XVI parla di una «nuova evangelizzazione» che non significa «attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa», bensì riconoscere che «le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo». Si tratta di accettare la sfida di «prendere il largo della storia e gettare le reti».

Vorrei chiudere questo mio intervento ricordando due lunghi articoli comparsi nella stampa scritti da due teologi che muovono critiche estremamente severe all'attuale Pontefice.

Non spetta certamente a me entrare in un terreno che non mi appartiene, ma sono rimasto sinceramente colpito dalla coincidenza di un motivo comune che sta alla base della loro riflessione: si imputa al Papa il fallimento della sua — cito testualmente — «politica» ovvero della sua «linea» e gli si dice che «oggi il Papa è chiamato soprattutto a essere un grande maestro di spiritualità». In altri termini, è estremamente significativo che la critica che gli si appunta è estranea alla sua missione di pastore, ma al suo ruolo di politico, di statista, di «maestro di spiritualità».

Proprio il filo conduttore del nostro incontro mi pare capace di rispondere a questa e altre accuse: un mondo che soffre per mancanza di pensiero è un mondo — con le parole di Paolo VI — dove l'uomo «ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».

A tutti, anche ai cattolici che — cito le parole di Benedetto XVI — «abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco», il Papa risponde: «se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri».

La parola di Benedetto XVI è la testimonianza della sofferenza accolta con serenità e gioia. Il Papa dice agli uomini del nostro tempo molte volte schiacciati alle pareti del pessimismo e del conformismo che «la gioia non la si può comandare. La si può solo donare» e dunque «la Chiesa non la si può fare, ma solo riceverla, e cioè riceverla da dove essa è già, da dove essa è realmente presente».

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